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lunedì 18 febbraio 2008

Strategie perdenti


Non capisco perché l’uomo si impegni tanto ad elaborare sofisticati strumenti di tortura, non era sufficiente la pulizia dei denti? Tale forma di sadica sevizia, inventata dal dentista di Torquemada, ha comunque i suoi utili risvolti. Per esempio ti crea nella cavità orale quella sensazione di correnti aeree e, da non sottovalutare, alimenta un’irrefrenabile impulso ad insinuare la lingua in anfratti inesplorati, uscendone talmente martoriata da ritrovarsi a parlare come Jovanotti, ma privo di molte più consonanti (e lo fo che non fono il folo). Ci si può anche scordare di pronunciare la parola “apocatastasi” senza innaffiare gli astanti di succhi ghiandolari.
Mentre mi sottoponevo a questa periodica espiazione dei peccati attraverso il dolore, tentavo di distrarmi, nella misura in cui è possibile distrarsi con una assistente di sedia infilata nelle bocca fino all’avambraccio. La mia fissità oculare, tipica della sofferenza e del cretinismo delle valli, indugiava su un telefono, appoggiato in parte, triste ed emarginato forse perché unico strumento non votato all’offesa in quella saletta.
Nella mia fuga mentale dall’atrofia mascellare ho cominciato un ardito parallelismo tra l’antitartaro e l’antitrust e tra me e la Telecom. Immagino che anche quest’ultima farebbe volentieri a meno di una certa pulizia, ma in qualche modo si rende conto che è necessaria.
Premessa cognitiva. L’antitrust è un organo di controllo del mercato che funziona pressappoco così: se vendi a un prezzo troppo basso ti multa per concorrenza sleale, se vendi a un prezzo troppo alto ti multa per abuso di monopolio, se vendi allo stesso prezzo degli altri ti multa per accordi di cartello.
La Telecom però è furba, mica me. Usa il filo intermentale per evitare di sdraiarsi sulla sedia dell’antitrust, tra sudarelle e gridolini soffocati. Per esempio ha recentemente scorporato dall’azienda, previa anestesia locale, la struttura che gestisce le tecnologie del network in modo da rapportarsi a tutti i clienti fornitori di servizi di connessione e di fonia, allo stesso modo, Telecom stessa compresa. Esprimendomi più per stracci: se Telecom e Tiscali ti offrono lo stesso servizio in concorrenza, non è molto “libero mercato” il fatto che Tiscali abbia bisogno di Telecom per offrirtelo. Quindi si crea una nuova struttura, che nasce da Telecom, che fornisce i mezzi sia a Telecom che a Tiscali per poter vendere i loro servizi a noi. Sticazzi. Uno poi si chiede perché esista la Bocconi. Per sfornare quelli che fanno queste pensate. Poi qualcun altro, che magari ha fatto l’ITIS a San Donato Milanese, si chiede come verrà poi gestito l’ovvio monopolio di questa nuova struttura. Potrebbe anche avere qualche dubbio sul fatto che in realtà questo non è un vero e proprio scorporo. Hanno semplicemente dato un nome esotico al settore tecnologia e investimenti: Open Access. E passa la paura. Come se io avessi un dente cariato e dicessi al mio dentista che non è da curare, è un Open Tooth. Cosa che in effetti è. Però io ho fatto l’ITIS quindi i miei dubbi non valgono.
Io non sono un concorrente di Telecom, non ho il physique du role nemmeno per fare il concorrente a Passaparola. Però utilizzo le risorse di questa fantomatica Open Acces e non è che disegni traiettorie ardite correndo nudo per la felicità. La Telecom ha il più alto numero di denunce depositate presso le associazioni di consumatori. Eggrazie, direte voi, ha anche il più alto numero di clienti. Non ci avevate pensato? Male, perché sarebbe stata un'ottima osservazione.
Ad ogni modo, l'antitrust una visita di controllo alla Telecom l'ha fatta e gli ha prescritto il divieto di cessare quelle utenze che non hanno pagato le bollette astronomiche frutto di truffe, in qualche modo agevolate da Telecom stessa. Funziona così: tu ti connetti a internet per i soliti motivi perversi, vai sul sito di Mastella, ti prendi un virus (per la precisione un dialer), che ti fa credere di essere connesso con il tuo provider di fiducia, invece rimbalza la chiamata su un numero a tariffazione astronomica o a una connessione satellitare. Infatti il satellite spia che vogliono abbattere, non è un pericolo per la terra, sono le associazioni di consumatori che stanno cercando di tirarlo giù perché è quello che smista le chiamate. In che modo Telecom agevola queste truffe? Modo numero A: consentendo a società dalla dubbia ragione sociale, di fornire servizi che nessuno richiede scientemente e dalle evidenti caratteristiche gabbatorie. Modo numero B: lasciando attivi gli accessi a questi servizi attraverso le utenze private, fino a richiesta di dismissione. Il fatto che la gente non sappia nemmeno dell'esistenza di questi meccanismi spiega la nascita di queste società truffaldine e quindi fa funzionare il modo numero A. Per rapportare questo concetto alla vita reale, sarebbe come se vostra moglie vi dicesse di aver comprato una pelliccia con i vostri soldi, visto che non avete mai fatto specifica richiesta di non acquistare pellame di valore. Per soprammercato, non sapevate di avere una moglie.
Modo numero C:

Utente: “Buongiorno, mi scusi mi sono ritrovato sulla bolletta 2500 euri per una chiamata nella Guinea Antartica”
Telecom: “E allora?”
Utente: “Be' a parte che la Guinea Antartica non esiste, ma io non ho mai fatto questa chiamata”
Telecom: “Noi non rispondiamo del mancato upgrade di release di spyware e antidialer, su connessioni pear to pear”
Utente: “......(forse ho chiamato per sbaglio Telecom Serbia)... what?”
Telecom: “Cazzi suoi”
Utente: “Ah ok”

Ora sta arrivando il wi-max. Non è uno scooterone, ma il nuovissimo sistema (presente nei paesi civilizzati da circa 2 decenni), per collegarsi al sito di Mastella da qualsiasi luogo vi troviate, un tram, una cabina elettorale o in Guinea Antartica. C'è un'asta in corso per aggiudicarsi l'appalto di questa tecnologia e Telecom, che sta facendo rilanci di 20 centesimi di euro alla volta (tanto per mantenere il suo stile slow food), sostiene di essere l'unica azienda in grado di attuare questa rivoluzione tecnologica. Ora, è vero che la sedia di un dentista non è il luogo acconcio per farsi prendere dall'ottimismo, ma io un po' preoccupato ammetto di esserlo. Grazie a Telecom le connessioni veloci e sicure (presenti nei paesi civilizzati dal medioevo) sono ancora un sogno per molta gente. Adducendo una serie di scuse bibliche, alcune addirittura ritrovate sulla stele di Rosetta, la Telecom lascia una buona fetta di popolazione senza un servizio indispensabile come l'ADSL. È incredibile l'indifferenza verso drammi umani quali il dover aspettare minuti interi prima di vedere la foto di Mastella o non riuscire a piratare il film dei Simpson in tempi ragionevoli. Un mio amico, non io eh, un mio amico, ha scaricato un film porno con la sua connessione analogica che è talmente lenta che quando ha aperto il video si è ritrovato degli anziani che facevano sesso.
Riassumendo. L'infrastruttura si basa ancora su tecnologia Savoia Marchetti 1915 (quella per gli utenti, perché quella per le intercettazioni è la stessa di Star Trek), l'assistenza agli utenti è affidata a precari giustamente imbufaliti e le procedure burocratiche sono ispirate ai progetti di costruzione della torre di Babele. Per la precisione a un concetto di flusso di lavoro gestito da semafori. Il flusso di lavoro è una serie di procedure inventata dagli analisti più avvertiti, per ottimizzare la realizzazione di un prodotto o di un servizio attraverso tutti i suoi passaggi. Quello dei semafori è solo una delle molte filosofie in questo campo, che però hanno tutte tre caratteristiche comuni: nessuna delle parti del processo di produzione ha una vaga idea di che cosa sia il flusso di lavoro, se una di queste parti si gratta il culo invece di starnutire tutto il flusso finisce a carte e quarantotto e seguire pedissequamente il flusso di lavoro aumenta del 300% i tempi di realizzazione. Unico vantaggio: se qualcosa si blocca o funziona male, l'azienda sa con chi prendersela. Però sarà uno raccomandato quindi fa niente tanto paga il consumatore.
In queste condizioni Telecom vuole gestire il wi-max su scala nazionale. Un po' come se il mio dentista, non riuscendo a curare una semplice carie, mi proponesse un intervento di bypass coronarico.

“Era tanto che non facevi la pulizia dei denti vero?”
“Sì in effetti sì”
“L'avevo intuito. Senti il tartaro te l'ho messo in un sacco, magari se devi fare dei lavori di ristrutturazione in casa può tornarti utile”

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mercoledì 27 dicembre 2006

E se i Re Magi avessero usato Pacco Celere 1


L’attività lavorativa in Italia è scandita dalla dislocazione, nel calendario di fabbrica, dei cosiddetti “ponti”. I ponti sono quegli acrobatici affastellamenti di ferie residue, ore di recupero straordinari, riduzione orario, festività di cui si ignorano le origini e permessi per decessi di parenti lapponi, atti a far tramutare un semplice week end in una mesata di esodi meritevoli di un’altra bibbia in cui essere raccontati. A inizio anno, consultando il calendarietto omaggio da 0,1 euri della banca che vi estorce denaro per poter utilizzare il vostro denaro, si valuta se gli incastri dei giorni segnati in rosso consentiranno l’architettare dei suddetti ponti. Altrimenti l’anno viene considerato nefasto.
Il calendarietto è necessario perché alcuni giorni cari al Signore hanno la caratteristica di mutare la loro collocazione all’interno del giro di sole. La Pasqua, nella fattispecie, cade nella domenica successiva al primo plenilunio seguente l’equinozio di primavera. Lo so che lo sapevate tutti, ma non ve lo ricordavate. Tutti tranne un paio, fermi sostenitori della teoria che sia il Papa a stabilire la festività. Io lo sapevo e me lo ricordavo, però sono andato a leggerlo.
Altre date sono rassicuranti. Il 25 Dicembre è Natale, non ci sono santi (quelli sono il primo Novembre). Certo, è fastidioso che capiti sempre in un periodo in cui i negozi sono affollati, ma così è. Eppure qualcuno si lascia sorprendere lo stesso. Qualcuno che non consulta nemmeno il calendarietto della banca. Il qualcuno di cui vorrei parlare è le Poste Italiane.
Ecco, la solita facile ironia sulle poste, direte voi. Come sparare sulla croce rossa. Ma io non voglio sparare sulla croce rossa, voglio sparare sulle poste. Ammetto che non nutro un grande amore per questa struttura. Un po’ perché mi arrivano lettere spedite quando il francobollo costava 10 lire e mi fanno pagare la differenza. Un po’ perché farsi spedire una cosa dalla periferia costa più che farsela spedire da Londra. Un po’ perché mi arrivano bollette in ritardo e devo fare la fila allo sportello per pagare una mora a un impiegato che mi guarda come se gli stessi dando fastidio, mentre dovrebbe chiedermi scusa. Ma la cosa che più mi disassa il sistema nervoso è questa storia del Natale. Come si fa ad essere colti di sorpresa dal Natale? Le pubblicità dei panettoni cominciano a Ottobre!
Io mi ero mosso anche a compassione. Pensavo che, con l’avvento della posta elettronica, degli sms e del reciproco starsi sulle palle, i dipendenti delle poste fossero tutti sull’orlo della cassa integrazione causa mancanza lavoro. Poi però il traffico di pacchi e pacchettini scatenato da ebay e la testarda ostinazione ad esistere di babbo natale, hanno risollevato le sorti dell’azienda. Ma evidentemente nel managment sono tutti dei senza Dio, visto che ignorano la Sua data di nascita.
Sotto Natale ho spedito quattro pacchi, pagando una maggiorazione per potermi aggiudicare un servizio celere garantito in tottore. Tutti e quattro i plichi sono giunti nel doppio del tempo garantito (anzi, tre sono giunti, per il quarto il tracciamento recita una strana dicitura che ricorda molto la supercazzola di amici miei). Chiamando l’assistenza clienti mi sento rispondere che è Natale. Ah ah! Allora lo sapete che è Natale.
Provando ad uscire un attimo dall’italica mentalità del “si sa, le cose vanno così” ho riflettuto su questa vicenda. Ormai il Natale arriva con una certa regolarità da circa due millenni e sin dai tempi di Gaspare Zuzzurro e Baldassarre si recapitano doni. In pratica in quel periodo l’azienda poste ha un picco di lavoro. Uno potrebbe pensare che l’azienda, sapendolo per tempo, si organizzi per poter far fronte a questa situazione e non semplicemente istruendo operatori di call center a dire “è Natale”. Sarebbe come andare a Rimini d’estate e sentirsi dire dal bagnino “mi spiace non ho nessuno che vi porti l’ombrellone, sa, è estate”.
E’ anche possibile che la struttura non sia in grado di gestire una tale mole di spedizioni. Va bene, ci credo. Allora, visto che sapete che è Natale e che non avete le risorse per garantire le consegne dichiarate, non mi fate pagare gli extra per i recapiti veloci. Mi dite “guardi, è Natale e siamo tutti più buoni, non mi dia soldi in più per un servizio che so che non posso offrirle”.
Devo ammettere però, che la gentile operatrice del call center, non mi ha solo reso partecipe del gaudio della Natività. Mi ha anche reso consapevole del fatto che esistono dei simpatici moduli di reclamo (addirittura precompilati, e poi parlano di inefficienza) a cui non devo assolutamente scordare di allegare la ricevuta della raccomandata e perdendo qualche mattinata a farmi trattare come un disturbatore da uno dietro a uno sportello, potrò vedermi rimborsare un supplemento che mi verrà recapitato… a Natale.
Io fossi il re delle poste farei una bella iniziativa natalizia votata all’onestà intellettuale. Una promozione del tipo “Quest’anno ci siamo informati per tempo quindi dal 15 dicembre fino al 31 tutte le spedizioni costeranno il prezzo base e quando arriva arriva!!!”. Simpatica, generosa, democratica. Successo assicurato.
Comunque per non saper né leggere né scrivere, dovesse esserci un dirigente delle poste in ascolto mi permetto di fare un avviso preventivo: la Chiesa, tanto bistrattata, ma che fornisce un apprezzatissimo numero di festività, ha deciso, dimostrando scarsa fantasia, che anche nel 2007 il Bambinello vedrà (e porterà) la luce il 25 Dicembre. Segnatevelo.

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mercoledì 15 novembre 2006

Neurostar


Prima d’essere mesotopia, dimensione interinale fra partenza e destinazione, l’Eurostar è un treno. Quello coi sedili tipo le poltroncine dell’aereo (ma non essendo un aereo, non vola e ha i finestrini grandi dove puoi guardare bene fuori).
Fra le genti che non si servono della RFI, l’Eurostar è considerato un mezzo di trasporto d’invidiabile figherìa, roba da uomini d’affari o almeno da rappresentanti di commercio, però questa è solo una credenza popolare: in realtà è l’unico treno che può prendere colui che ha come obiettivo d’arrivare a destinazione pettinato così com’è partito. Essendo io un barbiere, non ho altra scelta.
Sull’Eurostar imperversa l’elettronica di consumo. Quasi tutti hanno due telefonini, uno piccolo di vecchia generazione che è utile, uno grande di nuova generazione con dentro la TV colle partite di calcio, i grandi fratelli e altre flatulenze di varia natura, che invece è inusabile perché con tutte quelle gallerie l’UMTS è come il deretano della ùnzicher: si sa che esiste, ma solo per sentito dire. Da ciò traggo l’insegnamento che non tutti i mali vengono per nuocere.
La folle densità di telefonini dev’essere ben nota ai capotreni (e alle capotrene), che di quando in quando arringano la folla attraverso l’altoparlante invitando (con voce più gradevole se capotrene) ad abbassare per favore la suoneria per non arrecare disturbo agli altri viaggiatori. Giacché taluni si sentono più altri di altri, in media per ciascun vagone ci sono almeno cinque scimpanzè colla suoneria folk volumata a manetta, di cui quattro ricevono tre telefonate ogni due gallerie a causa delle quali cade la linea, e di cui uno riceve zero telefonate ma ne fa quattordici l’ora vociando in un idioma a me ignoto. Da ciò traggo l’insegnamento che gli affari sono internèscional e che ‘sto treno – prima o poi – arriverà per forza a chiamarsi globalstar, e quel giorno tutti saremo più buoni, miscelati e sereni, uomini, donne e bestie, come sulle copertine della torre di guardia.
Visto che in treno non si sa mai come ammazzare il tempo, molti abitanti dell’Eurostar, oltre ai telefonini, hanno un notebook. Qualche anno fa mi ricordo che quelli che cipollavano col notebook sull’Eurostar (sono 22 anni che prendo l’Eurostar) erano solitamente muniti d’un iBook fighissimo. Ora che sono diventati bianchi e argentati anche i PC, quelli con l’Apple sono sempre meno, e di solito hanno i capelli lunghi. Da ciò traggo l’insegnamento che questi tali non spendono per nuocere.
Anch’io ce l’ho, un notebook, e su questo treno che è mezzo vuoto e mezzo pieno e va veloce lo sto usando per vergare perle di saggezza per CLDH. La mia impressione è di essere l’unico a fare una cosa del genere, cioè a usare il tasto “m” per scrivere “m”, il tasto “g” per scrivere “g” e via digitando. Altri, beati loro, col notebook si guardano i filmetti in DVD. Due di questi spettatori sono a tre metri da me e condividono l’auricolare stereo un orecchio a cranio. A me a vedere una scena simile mi viene da pensare ai residui di cerume. Da ciò traggo l’insegnamento che a me mi non si dice (infatti, l’ho scritto).
Fra i numerosi mesoluoghi che ho avuto l’avventura di frequentare, l’Eurostar è il solo che sembra favorire il passaggio di comunicazioni da e verso l’esterno impedendo nel contempo quelle fra i suoi abitanti. Un paradosso senza pari. Lasciando da parte la maggioranza, ossia coloro che sono dediti alle telecomunicazioni e informano indifesi interlocutori di essere sul treno, di essere appena partiti o partiti da un po’, di essere in ritardo o in orario o a Firenze o a Bologna o non lo so, non si vede un cazzo fuori perché è notte, e togliendo anche le minoranze impegnate nella lettura e nel PCinema, se credi di aver individuato un umano a cui dire buongiorno o buonasera, hai il 98,567% delle probabilità che si tratti di un cenobita mp3. I cenobiti mp3 si sono diffusi sulla terra da pochissimi anni e sono fra i derivati umani più infidi, perché capaci di fissare le loro vittime con aria pseudointerlocutoria, muovendo la bocca ed emettendo flebili suoni. Ma guai a rispondere: si rischierebbe una figura di merda, perché la mimesi del cenobita mp3 si realizza attraverso l’illusione della conversazione incipiente, subito rotta dall’apparizione degli inequivocabili e candidi auricolari dell’iPod.
Da ciò traggo l’insegnamento che sull’Eurostar non si riesce a intavolare una chiacchierata, a organizzare una partita a carte, a insidiare le femmine. Niente di niente. Solo una volta, ma proprio perché ero salito di straforo e non avendo il posto prenotato facevo il viveur nella carrozza ristorante, sono riuscito a conversare di geografia astronomica con una fata aliena dai capelli nerissimi. Però poi è scesa a Firenze spezzandomi il cuore.
Da ciò traggo l’insegnamento che sull’Eurostar si è molto soli, anche se il treno è molto affollato, non c’è spazio per allungare le gambe senza fare piedino a quello di fronte e, alla faccia dell’aria condizionata, l’atmosfera gocciola d’umanità.

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lunedì 2 ottobre 2006

L'autostrada delle sòle


Premessa di una qualche utilità: col termine vernacolare “sòla”, in numerose località del Centro Italia s’intende una “buscheratura”, volgarmente “fregatura”, “pacco”, insomma piccola truffa, o più genericamente una situazione che disattende le aspettative di colui che ne è vittima. Esempi: “Mi ha dato una sòla non presentandosi all’appuntamento”; “Ho acquistato una vettura usata ma era una sòla, dal momento che giusto sabato sera, mentre disputavo una gara clandestina, il propulsore s’è svincolato dai relativi supporti entrando in contatto con l’asfalto e producendo gran fragore e faville che hanno sgomentato tanto gli occupanti del veicolo quanto il pubblico e gli avversari”. Questo per chiarire il senso del titolo di questo post ed evitare che si faccia del provincialismo: CLDH è un blog no glob oltremodo transprovinciale. Chiusa la premessa.
Orbene, di recente ho percorso quella fondamentale arteria di comunicazione che è l’Autostrada del Sole, opera infrastrutturale che fu simbolo dell’italica ripresa economica e che per sopramercato assunse valenze demagogiche quando taluni fecero rilevare che univa il Nord col Sud, Milano con Napoli, con ciò facendo una l’Italia, non due, non diciotto, una.
Perché si chiami “del Sole” non si sa: ci sono solo delle ipotesi, la più accreditata delle quali si basa sul fatto che colui che la imbocca da Milano col brutto tempo prima o poi vede diradarsi le nubi e spuntare il sole (a meno che non sia notte, ma questo è un discorso diverso). Un’altra teoria si fonda sulla nota aria napoletana che declama “chiist’ è ‘o paeeese do sooole…”, e per proprietà transitiva è “do sole” anche l’autostrada che ivi mena. In ogni caso, queste dottrine non possono essere che milanesi, come punto di vista.
A sottolineare che l’Autostrada del Sole è la più figa di tutte, la stessa è contraddistinta dalla sigla A1, che può voler dire “prima di me il nulla”.
La A1, quando fu realizzata, cambiò il rapporto del Popolo Italiano con gli spostamenti, che divennero rapidi e sicuri e questa era buona cosa: tanto buona da giustificare l’esborso d’un pedaggio da pagare presso appositi caselli d’uscita abitati da una principiante genia: quella dei casellanti. Per anni i casellanti, soddisfatti di ricevere danaro dagli automobilisti senza una ragione univocamente individuabile, salutavano e ringraziavano i viandanti-benefattori con la dovuta riverenza, addirittura augurando loro buon viaggio.
All’epoca l’autostrada era cosa pubblica e quindi sottoposta a logiche che almeno in linea di principio erano slegate dal puro profitto. Bei tempi, quelli, anche perché non c’erano quattro automobili pro capite, e anzi presso la maggior parte delle famiglie chi prendeva spesso l’autostrada godeva d’una considerazione riservata agli eccentrici.
Poi, sfortunatamente, l’Italia è diventata un Paese moderno, il traffico è cresciuto, le autostrade sono state privatizzate, i casellanti hanno smesso di salutare e ringraziare gli automobilisti, e quelli che invece avrebbero voluto continuare a fare le personcine perbene sono stati sostituiti da sistemi di riscossione automatica (taluni dei quali salutano e ringraziano, però con una voce e un tono indisponenti: preferisco i rari casellanti estroversi superstiti).
Anche se di norma evito, qualche giorno fa ho dovuto avventurarmi sulla A1 a bordo del mio carro d’acciaio, tratta Milano-Roma, circa 580 chilometri, pedaggio 29,50 euro (più o meno mezzo euro ogni 10 km).
Per andare dalla città degli “uhè” alla città degli “ahò” ho impiegato più di sette ore: fatte le divisioni, m’è venuta fuori una velocità media di 83 chilometri orari scarsi. Tale andatura è infamante per la mia 127 Sport, abilmente truccata per compensare le mie frustrazioni esistenziali e dunque in grado di friggere i copertoni a 240 all’ora.
Conoscendo il potenziale della mia raffinata vettura, avevo preso le solite precauzioni per eludere il rischio di sanzioni amministrative, smontando le targhe prima di partire e indossando passamontagna e occhiali a specchio per non essere riconosciuto dalle telecamere al casello.
Tutto inutile: per l’intero tragitto non c’è stato modo di passare i 120. Anzi, per interminabili tratti si facevano a malapena gli 80, per poi rallentare e fermarsi in coda il tempo sufficiente a mandare in tilt i comandi al volante dell’impianto audio, rimirare le due corsie di destra murate di TIR che non vedevi manco le indicazioni delle uscite, respirare puzze varie, riflettere sulla triste condizione dell’uomo “civile” oppure – osservando gli altri guidatori intrappolati – cercare di capire se c’è un rapporto fisiognomico fra le auto e chi le conduce.
La cosa inquietante è che non c’erano stati incidenti, non era una di quelle giornate d’esodo quando i tiggì dicono non partite, restate in vacanza ancora due o tre giorni che almeno siete sicuri di portare il culo a casa, no, era un giorno normale. Il problema era dato, pare, dalla presenza di cantieri di quelli con il cartello che dice “Stiamo lavorando per voi” mentre di fianco un pannello a cifre luminose indica i giorni che mancano per completare l’opera. Tutti quelli che ho visto io portavano cifre tipo 452 oppure quando andava bene 274: mi sono sentito un galeotto con la stecca in cella.
Dunque in autostrada è normale farsi 25 km in prima marcia stop-and-go perché c’è tanto traffico e ci sono tanti cantieri con strettoie, ottovolanti, cambi di corsia e birilli vari. È anche normale attraversare quei cantieri infiniti con la segnaletica orizzontale dipinta di giallo e l’inspiegabile limite di velocità di 60 orari che nessuno rispetta, proprio nessuno, neanche i TIR, e ti rendi conto che se volessi rispettarlo, quel limite farsesco, qualcosa di grande potrebbe travolgerti sul filo dei (suoi) 100 all’ora. Allora pensi vaffanculo voi e i vostri sessanta all’ora, e mentre lo pensi ti prepari di nuovo a frenare e fermarti a riflettere in coda.
In autostrada è anche normale pagare sempre tariffa piena, anche se si resta imbottigliati per ore. D’altra parte, perché dovrebbe essere altrimenti? All’autostrada non c’è alternativa, è un monopolio, non ce ne sono due o tre fra cui scegliere la più sexy.
Ora, io faccio il barbiere e sono un uomo semplice, ma so pure che se un cliente viene da me per taglio e sfumatura e io invece di venti minuti ci metto due ore, quello o cambia barbiere, o se non può (magari perché li ho uccisi tutti per diventare monopolista) mi mette le mani addosso e non mi paga. Perciò troverei civile che un monopolista privato che non è in grado di rispettare uno standard decente sul servizio che offre (nella fattispecie uno standard di viabilità), fosse quantomeno costretto a ridurre di volta in volta le tariffe in base al disagio che ha procurato ai suoi clienti.
Con i treni, per esempio, qualcosa di simile succede già: oltre un certo limite di ritardo puoi chiedere un “bonus” da spendere in biglietti futuri. Non sarà propriamente un risarcimento danni (altrimenti potresti comprarci la pizza o il coprivolante in pelo per la 127, non solo altri biglietti del treno), ma è un germoglio di buona volontà. Invece con l’autostrada no: paghi la bellezza di mezzo euro ogni 10 km (costo medio calcolato sulla tratta Milano-Roma) indipendentemente dal fatto che tu possa viaggiare in spregio a ogni limite di velocità oppure ad andatura indecorosa, come accade nove volte su dieci. E quindi? E quindi non ho pagato: targa coperta e passamontagna in testa, alla barriera Roma-Nord ho imboccato la corsia Telepass incollato dietro a un TIR rumeno. Di solito preferisco buttare giù la sbarra, ma una volta ho graffiato il parabrezza e da allora ho smesso.

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martedì 26 settembre 2006

Sì, viaggiare


La bigliettara ferroviaria dall’aspetto gentile e dai modi no, non aveva bisogno di andare in discoteca. La sua rabbia repressa la stava sfogando su di me. Avrei dovuto chiederle almeno un 30% dell’ingresso all’Hollywood. Io cercavo di ammorbidire i toni del rapporto lavoratrice – disperato senza biglietto del treno, ma con risultati indigenti. La mia battuta sull’etimologia di “accelerato”, sebbene intarsiata con un apprezzamento sulla di lei collana che tanto si intonava con il rosso che iniettava i suoi occhi, aveva provocato una reazione non all’altezza delle mie aspettative. La sua voglia di scherzare mi viene chiarita attirando la mia attenzione verso un pacco di tampax mezzo vuoto, appoggiato sulle banconote da 100. Donna repressa o gesto di rivolta. Rivolta repressa nel sangue.
Ottenuto il mio biglietto per l’inferno, giro, anzi girone, nella monumentale stazione di Milano, che si fregia di essere centrale. Scorto il binario che mi compete, lo trovo pieno di addetti al treno, ma senza il relativo treno. E’ la prima volta che vedo gli operatori igienici delle ferrovie. Mi rammarico un po’ perchè avrei voluto incontrarli in situazioni differenti e non seduti sui binari mentre protestano per le sporche condizioni di lavoro. Ma mi compiaccio e vanto con gli amici di averli visti.
Il mio treno, lento ma inesorabile come i più temibili tori della plaza, esita ma alla fine desiste. Non è carino investire degli addetti alle pulizie…penso a tutto il sangue..mi viene in mente un attimo la bigliettara…raccapriccio (per il sangue non per la bigliettara)…e poi chi pulirebbe? In fondo hanno ragione, i treni sono davvero sporchi. Andrebbero puliti. Loro però non sono abbastanza per bloccare tutti i binari, così salgo su un treno che in qualche modo, con strane coincidenze, potrebbe portarmi proprio lì, dove desidero recarmi.
Parte. E’ lento, sporco, puzza, i servizi non servono, l’aria condizionata non arieggia, ma parte. Tant’è. E’ anche strapieno, talmente pieno che in mezzo a quella calca potrebbe passarci solo un controllore. La gente protesta vivacemente. Qualcuno piscia sul pavimento del bagno e fa di peggio a treno fermo (violazione seconda solo a sostare tra una carrozza e l’altra), poi fuma un pacchetto di sigarette (proprio un pacchetto, non 20 sigarette), lo spegne contro la porta dei servizi, torna nel suo scompartimento, si toglie i sandali, le calze traspiranti, appoggia i piedi sui sedili, estrae dalla 24 ore (circa) pane, burro, porchetta e fiasco di vino, mangia come un maiale per nulla timido e con i resti ci gioca a palla. La sua digestione consiste nel ruttare alcuni dogmi, mettendoli in cattiva luce e in una sentita lamentela per la precaria cura delle condizioni sanitarie oltre che per la presenza di oche granaiole che si stanno nutrendo di scarafaggi che si stanno cibando dei resti della sua merendina. Un semovente ciclo della vita….mi riviene in mente la bigliettara.
Alla prima stazione di cambio (devo fare in tutto 50 km, un cavallo sarebbe stato più efficace…a dondolo), la versione femminile di Sandro Ciotti mi fa notare che la coincidenza (si chiama così perché è un caso se la prendi) che aspetto non arriverà al binario 7 ma al binario zgxxfff. Le persone nei luoghi pubblici tendono ad evitarsi, a isolarsi. Ma in questi momenti tutti cercano conforto e risposte negli occhi del vicino, manco fossero amici da anni. La radiocronista concede una sintesi e dichiara binario 1. Partono i 110 ostacoli. All’arrivo (per la cronaca ha vinto una etiope degli altipiani) la voce, divenuta di colpo molto più vispa, ci rimbalza al binario 7. Un pensionato, che era appena stato inserito in un polmone d’acciaio dopo l’ultimo trasferimento di marciapiede, esala l’ultimo respiro metallico, lasciando un vaffanculo nell’etere destinato a chi saprà apprezzarlo. Non ci sono altri treni in arrivo, quindi o il trenista è ubriaco o qualcuno dall’alto fa scommesse clandestine su chi esce per primo dal sottopassaggio. Gli eventi futuri mi chiariranno invece che trattasi di riscaldamento per una campestre che verrà.
Dopo un certo numero di finte e sguaiate risate provenienti dalla sala controllo, arriva il treno dei desideri, in ritardo (a differenza della bigliettara). Elucubro incuriosito che una volta i treni sbuffavano, ora questa prerogativa è dei passeggeri. Saliamo a pecoroni sul carro bestiale. Beffardamente illusi dalla convinzione che nulla possa più accadere. Potrebbe essere peggio….potrebbe piovere.
A pochi chilometri dall’agognata meta, la locomotiva, molto loco e poco motivata, si pregia del lusso di rompersi. I passeggeri, già turbati dall’apprendere che quel treno fosse munito di locomotiva, si lasciano andare allo sconforto, ad atti vandalici e a orribili scene di nudo in pubblico. Un operatore delle ferrovie, correndo in fiamme per i corridoi (altra etimologia felice), ci invita gentilmente ad abbandonare i vagoni. Siamo scesi. Ora posso dire di sapere qualcosa di un campo di grano. E vi assicuro che poco ha a che fare con la poesia di un amore profano. La stazione non è lontana, ci si incammina pensando che in fondo sono cose che capitano. Il percorso tracciato con il nastro bianco e rosso e i rifornimenti volanti con spugne e acqua, mi insospettiscono un po’, ma non voglio fare anche io quello che si lamenta sempre.
All’arrivo chiedo il rimborso del supplemento bradipo, ma mi è stato risposto che sarei dovuto arrivare tra i primi venti. Tra i primi venti? E se poi mi spettino?
Gli impiegati delle ferrovie saranno stressati da lavoro indegno, passeggeri selvaggi e scioperi singhiozzanti, ma non hanno un minimo di senso dell’umorismo.

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martedì 22 agosto 2006

Vola con Farnesina Tour


Questa pazza estate, uguale a tutte le altre pazze estati che si susseguono da quando esistono i telegiornali, non si è fatta mancare nulla. Come ogni given summer. Ha ovviamente stabilito una manciata di record assoluti, di caldo, di freddo, di ombelichi, di acqua, di non acqua, fuoco, fiamme e nevicate. Ha sparpagliato per il paese prodi (ops mi è scappato) inviati speciali che, avvolti in una canicola equatoriale, chiedevano a giovani in ammollo in fontane berniniane se per caso facesse caldo. Altri impavidi opinion scout hanno gentilmente domandato a ragazzini intenti a prendersi a pallate di neve, se avvertissero una punta di refrigerio fuori stagione. Espertissimi climoveggenti hanno prospettato imminenti glaciazioni curiosamente associate al discioglimento delle calotte (polari non craniche). Non ultimi, i veri eroi ferragostiani da riporto, si sono messi in coda sulla salerno – reggio per poter documentare i disagi dei 400 milioni di italiani in viaggio (stima approssimativa), allungando così la coda da 5 a 14 chilometri. Controindicazione accettabile, considerato che alla fine potremo sapere come si sente un camionista dopo 14 ore a passo d’uomo sotto il sole. Il tutto spruzzato da culi velinici e panzette vippiche. Fortunatamente i programmi di intrattenimento giornalistico hanno potuto sopperire ad una carestia di incendi boschivi, riempiendo gli spazi lasciati vuoti da ettari di foreste tristemente rigogliose, con i soliti quattro rambo vacanzieri.
Però non è colpa loro. Vorrei spezzare un braccio in favore di quelli che aprono il sito della Farnesina e leggono “non vi recate nel Ciad, è uso folkloristico rapire e scorticare con un pelapatate”. Poi uno dove vuoi che vada? A Vetralla? No, va nel Ciad naturalmente. Quel sito è diventato una sorta di agenzia viaggi: la gente scorre i posti più pericolosi e decide.
“Dunque nello Yemen mi sono fatto sodomizzare l’anno scorso, nel Chapas hanno scambiato un mio orecchio con due rivoluzionari nel 2001….. vada per il Ciad”. In pratica è come un safari, con la differenza che nei safari tu, cacciatore, vai dove ci sono le prede, in questo caso tu preda, vai dove ci sono i cacciatori. E poi chi resisterebbe all’idea di far sbattere un po’ D’Alema per le nostre vacanze?
Allora cambiamo strategia. Tanto le vacanze avventurose si possono fare anche qui in Italia e non c’è nemmeno bisogno di mandare dei C130 a recuperare le persone. Io per esempio in una settimana scarsa di ferie potrei segnalare decine di siti (nel senso di posti non www) ad alto rischio. Strade che scompaiono, cantieri nomadi che ti seguono armati di autovelox, indicazioni stradali labirintiche, truffe di ogni fattura e fatture truffaldine.
Parti con la tua macchinetta, accendi un mutuo, fai il pieno e ti metti in autostrada. Ti ritrovi in coda già nella corsia di accesso e cominci a scomodare divinità notoriamente suscettibili. La coda è dovuta a due motivi principali: cantieri acrobatici che costringono gli automobilisti a fare pezzi in senso unico alternato, incrociato, in galleria, in retromarcia (ovviamente i cantieri sono chiusi, ma tutti rigorosamente abbelliti da una sagoma di poliziotto sopra a una macchinetta fotografica spaziotemporale). L’altro motivo è la presenza di un branco di estatomobilisti che sanno usare l’autostrada come io so usare un modulo lunare. Così, alla prima uscita, ne approfitti e usci.
“Faccio la panoramica che è bella, rilassante e gratis” (pensi metà falso e metà ingenuo). Dopo aver interpretato la segnaletica attraverso il codice da vinci, ti ritrovi di fronte a un cartello ocra che recita “la statale, panoramica, naturistica e rilassante rimarrà chiusa tutto agosto, girate di là”. Non senza aver espresso opinioni personali in merito ai maggiori dogmi delle religioni abramitiche, torni in autostrada e ti fai tutta la coda, producendo bile ad ogni cartello che ti suggerisce di moderare la velocità. Giunto nel paesello marittimo di destinazione, ti sistemi nell’alberghetto in cui hai riposto le tue speranze di agio, anche a causa del costo esorbitante. Speranze presto scacciate dalla consapevolezza di dover fare i turni in bagno con uno scarafaggio peloso che, per di più, usa il tuo pettine. Il mare però è bello, limpido e tiepido. Peccato che tu non ci possa entrare a causa delle alghe assassine e delle meduse delinquenti. Vorrà dire che ti godrai la sdraio pagata vendendo i gioielli di famiglia. Insomma che cosa c’è di più avventuroso di un’estate passata a farsi derubare, mentre qualcuno vi sta svaligiando l’appartamento in città?
Quindi è inutile invogliare all’esterofilia i rambovacanzieri, qui non ci manca niente. A Napoli forniscono anche orologi farlocchi per vivere l’emozione di uno scippo senza rimetterci il rolex (farlocco, comprato a Singapore). Da adesso, al primo posto della classifica dei paesi pericolosi ci voglio trovare Vetralla, Brugherio, Casalpusterlengo o Anagni. Così tutti i professionisti delle ferie, ormai stufi di Ibiza Marittima, Mikonos e Maldive, non dovranno perdere tempo in burocrazia, vaccinazioni, riscatti e interviste a Malpensa, per un po’ di sano divertimento adrenalinico.
Sia chiaro, molta gente si reca in questi luoghi esotici e pericolosi, esclusivamente perché la loro sete di cultura etnica supera di gran lunga la paura, ma avete mai visto il centro storico di Cappelle sul Tavo?

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mercoledì 29 marzo 2006

Party in soggiorno con lei


Mio cugino mi ha detto di uno che col passaporto in mano era andato in aeroporto per prendere l’aeroplanino mi pare per Richmond, Virginia, e manco gli avevano fatto fare il check-in perché ci voleva un passaporto speciale. E di un altro sbarcato mi pare a Denver, Colorado, e rimbalzato al mittente come un cane arrabbiato perché ci voleva un passaporto speciale. Mio cugino mi ha detto che coi passaporti per gli states è cambiato qualcosa, e siccome in america voglio andar mi sono allungato sino all’ufficio passaporti della questura a chiedere se è vera ‘sta storia che gli yankee ti rimbalzano se non ci hai ‘sto benedetto passaporto speciale e poi speciale in cosa, di grazia?
Un signore molto garbato e disponibile ed esauriente nell’esporre i fatti si è rivolto a me dandomi del lei, come si fa coi dottori, e mi ha detto che sì, ora per l’ingresso negli USA serve il passaporto a lettura ottica, mentre il mio non lo era (come pure non lo era quello dei rimbalzati in dogana di cui narrano i cantastorie).
Dentro di me s’è aperto un interrogativo: tutti leggiamo con gli occhi e la lettura è quindi necessariamente ottica, no? Vabbè, no, date le circostanze facciamo che sia oculare. Ma allora, come me la posso sbrigare?
Il signore dell’ufficio passaporti intanto ci aveva le sue belle gatte da pelare perché erano giorni di rinnovo del permesso di soggiorno e così c’era una fanfara di cittadini che attendevano non si sa bene cosa e per qual motivo e imprecavano in idiomi incomprensibili e non sempre eufonici e poi ogni tanto vedevi qualcuno che era felice. A questi cittadini il signore dell’ufficio passaporti dava cortesemente del tu.
Che il signore dell’ufficio passaporti, a modo suo, volesse indurmi a desiderare con maggior determinazione il documento necessario a espatriare? Non si sa. Resta il fatto che i cittadini apostrofati con il tu evidenziavano un assetto elettronico esterno molto meno stabile del mio che ero apostrofato con il lei. Uno di loro mi ha pure acciaccato un piede e manco mi ha chiesto scusa (o scusi). Io non lo so se ce l’aveva con me, ma nel caso non ne vedrei il motivo.
Comunque il garbato signore che dava del tu a quei caciaroni e del lei a me silenzioso e compunto nel mio ruolo di utente, in pratica ha riassunto ed esemplificato: lei, caro cittadino, col passaporto che ci ha adesso ci va dovunque ma non negli stati uniti. Se proprio vuole andare, mettiamo, a nuova york, lei deve chiedere il visto in ambasciata e ci vogliono cento euri e due mesi d’attesa perché c’è la coda. In alternativa, lei, caro cittadino italiano libero e gaudente dei diritti civili, può richiedere ‘sto moderno passaporto a lettura ottica, e in tal caso spende meno d’una cinquantina di euri e attende solo una quarantina di giorni.
Mi sono ricordato che questa necessità del visto per gli USA c’è sempre stata, per chi viaggiava per motivi di lavoro e non per turismo. Perciò era frequente incontrare in dogana qualche cameraman con tutto l’armamentario che dichiarava bellamente di essere un videoamatore cazzone in vacanza; questo però al gentile signore non l’ho detto per non urtarlo.
Esclusa la strampalata ipotesi del visto, mi sono lasciato sedurre dall’allettante proposta da 50 euro/40 giorni. All’uopo la Burocrazia mi ha domandato la fornitura di varie cose fra cui una marca da bollo da 40,29 euri (ho pagato con 41 euri e il tabaccaio, nell’impaccio del darmi il resto, s’è mostrato schifato della mia persona), la ricevuta di versamento di 5,92 euri all’ufficio postale (ho pagato con 6 euri e l’impiegato, nell’impaccio del darmi il resto, s’è mostrato schifato della mia persona), l’esecuzione di due foto tessera (quando ho visto com’ero venuto, mi sono schifato della mia persona).
Con ciò, assodato che nulla c’entra l’italico volere con le decisioni della immigration agency americana, mi sono purtuttavia domandato perché la Burocrazia non abbia previsto la possibilità di “conversione” del mio vecchio passaporto (valido) facendomi pagare solo il nuovo libretto e le foto invece di estorcere ulteriori bolli. Infine ho molto sofferto ancorché presentando la domanda per il nuovo passaporto, ho dovuto restituire il vecchio (di tre anni), tuttora valido e pagato per buono. Ma non potevo tenerlo durante questa quaresima d’attesa del nuovo yankee-allied passport, e magari usarlo per andare, che so, a Kutna Ora, Repubblica Ceca, ove m’avrebbero accolto, anziché a Big Tuna, Texas, ove m’avrebbero rimbalzato?
No, non potevo, perché in realtà io sono talmente figo che la Nazione non vuole rinunciare alla mia augusta presenza sul suo territorio. Il Paese, senza di me, è perduto, per cui è bene che io sia dissuaso in tutti i modi possibili dal recarmi all’estero. Quindi si favorisce innanzitutto la mia amicizia col tabaccaio (che ho poche occasioni di frequentare da quando ho smesso di fumare) e con l’impiegato delle Poste (versamento per il passaporto? Si parte, eh?) che di solito frequento solo per pagare le bollette e la rata condominiale. In sostanza il Sistema preferisce evitarmi di recitare la scomoda particina dell’italo figliuolo sperso nel Nuovo Mondo, dove tutti mi irriderebbero cianciando italiano pizza spaghetti mandolino e dandomi per giunta del tu (anche se “you” vuol dire “voi”, per la verità) come se fossi un caciarone qualsiasi, mentre qui mi danno del lei e io cosa faccio, invece? Ingrato, parto.
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