giovedì 21 settembre 2006

L'insonnia dell'eco-coscienza degenera in mostri


L’altro giorno ebbi a porre rimedio alla mia sete di Giovine del Terzo Millennio abbeverandomi di una pozione nota già nella Lingua dei Padri. Essa chiamasi Chinotto, e prende il nome dall’omonimo agrume sul cui succo si combina la base del frizzante intruglio.
Io non ho mai visto un chinotto allo stato brado, insomma il frutto. Non so proprio com’è fatto, quindi vado un po’sulla fiducia. Ho indagato nella mia cerchia di conoscenze ma nessuno mi ha saputo dire che forma abbia un chinotto al suo stato originario, prima di entrare spremuto in bottiglia. Se per caso ha la pelle a buccia d’arancia come i limoni o i mandarini oppure no, per esempio. Quindi, o il chinotto-frutto è un agrume misterioso almeno come il lime dei Caraibi, oppure io devo smettere di frequentare ignoranti come me e trovarmi amicizie maggiormente neurotoniche.
In attesa di capire, ho preso questa bottiglia – una bella bottiglia in vetro – di Chinotto e me ne sono giovato, poi mi sono messo a leggere le cose scritte sull’etichetta. Lo so, è un atteggiamento da disadattato, e infatti lo faccio sempre. Zucchero, aromi, gas, acidificanti, insomma le solite cose infilate fra gli ingredienti, erano tutte a posto. Idem per la scadenza, correttamente indicata.
La frase che mi ha sconvolto era invece fuori contesto e recitava: “Recipiente nuovamente riempibile, non disperdere nell’ambiente”.
Allora mi sono messo a riflettere sull’origine della filiera elettromeccanica che ha condotto una macchina stampatrice a vergare quelle parole sull’etichetta.
Ho escluso in partenza che a concepire la frase possa essere stato un computer, ma non perché un “automa” non sia abbastanza intelligente: semplicemente perché se è così intelligente non viene utilizzato per redigere etichette da bibita.
Dunque non può che essere stato un umano, o un gruppo di umani, ovviamente nell’accezione più ampia e comprensiva del termine “umano”.
I concetti esposti sono due. Partiamo dal primo: recipiente nuovamente riempibile.
L’umano, o gruppo di umani, s’è avveduto che una bottiglia vuota può essere resa piena (di cosa non viene specificato, per rispetto della privacy del riempiente). Dopo cotanta scoperta, egli (o gruppo di egli) sa che il Mondo sarà diverso, e tutti, uomini e donne, anziani e bambini, senza distinzione di razza (ci mancherebbe altro) introdurranno qualcosa nelle bottiglie vuote: perciò divulga la rivelazione attraverso le etichette, uno dei mass-media più sottovalutati. E le bottiglie vuote, sino a quel momento notoriamente utilizzate soltanto come bersaglio da tiro a segno, strumento di piacere, arma contundente o da taglio (se all’uopo infrante), sin anche moneta di scambio presso le società meno evolute, acquistano un’imprevista dignità.
Per parte nostra, ci sentiamo di unirci al tripudio della comunità scientifica consigliando un paio di semplici esperimenti: versate dell’acqua in una bottiglia vuota e verificherete che il liquido prende la forma del contenitore! Sempre più assetati di conoscenza, continuate a versare del liquido nella bottiglia e scoprirete che a un certo punto esso incomincerà a fuoriuscire: avrete dimostrato che i liquidi sono incomprimibili, al contrario delle olive snocciolate.
Capite perché l’umano (o gruppo d’umani) che ha inventato la suddetta frase dev’essersi sentito come colui che accende la luce dell’alba di una Nuova Era rischiarando la notte della coscienza della sua specie?
Secondo concetto: non disperdere nell’ambiente. Qui si va sul linguistico. Per esempio la nozione di dispersione, in quel contesto, non mi è chiara. Come si disperde una bottiglia? Per andare dispersa, secondo me, una cosa dev’essere liquida, o polverosa, o macinata, insomma disperdibile. Oppure non dev’essere “una cosa”. La parola “dispersione” mi fa pensare a uno che si fa cremare perché i suoi resti ridotti in cenere vadano dispersi nel mare o nel vento, o alla dissipazione termica degli edifici costruiti da palazzinari senza scrupoli e ad altre cose del genere. Se proprio mi sforzo e scavo fra i solchi lasciati da ancestrali codici pseudocattolici, posso arrivare al seme dell’onanista, che si disperde dove capita. Se cerco fra i sinonimi del verbo “disperdere” proposti dal programma di scrittura che sto usando per passare il tempo ora mentre viaggio in treno, trovo “sparpagliare”, “spargere”, “mandare in direzioni diverse”, addirittura l’improprio “allontanare” e lo strategico “mettere in fuga”. Ma non ce n’è neppure uno che abbia a che fare con l’immondizia e coi rifiuti utili o riciclabili.
Non si riesce proprio a figurare nella mente questa bottiglia che si disperde. E dove poi? Nell’ambiente. L’ambiente, letteralmente, è colui che ambisce a qualcosa, ma non voglio addentrarmi in questo discorso: preferisco pensare che “ambiente” sia una schifezza di parola per dire Natura.
Quello che mi procura fastidio, è questa perversione ecolinguistica che genera mostruosità. Scrivere che una bottiglia di vetro si può riusare comporta la certezza di avere clienti scimuniti, con l’aggravante di non informarli che il riempimento va effettuato dalla parte del buco e che poi ci devono anche mettere il tappo. Quanto all’ambiente, possiamo anche evitare ridondanze: ormai tutti sanno che le bottiglie vanno gettate via insieme alle altre bottiglie, così anche se non dovessero essere riciclate per colpa dell’ecomafia (che, si sa, ricicla solo il vil danaro), almeno non si sentono sole.

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2 commenti:

Federica ha detto...

davvero devo chiuderle col tappo?? ecco perchè il liquido si "disperde" sempre nella borsa quando ne (ri)riempio una... ;-)

zanzara ha detto...

Chinotto o Citrus myrtifolia, colmo una tua incomprensibile lacuna, è un agrume originario della Cina da cui gli deriva il nome.

Cosa invece mettano nei recipienti riutilizzabili è mistero e perchè poi debbo riutilizzare un recipiente sporco è altro mistero insondabile in cui non mi addentro.