martedì 9 maggio 2006

Motocinismo

Qualche tempo fa mi trovavo a discutere con un amico di profondi quanto interessanti temi filosofici concernenti aspetti voluttuosi e voluttuari della realtà: donne e motori. Due argomenti la cui comprensione, a causa di inconoscibili leggi di natura, diminuisce con l’aumentare delle parole che si spendono in merito. D’un tratto uno sciame di ragazzini cominciò a circondare la mia moto, parcheggiata lì vicino, ronzando commenti che oscillavano tra l’erotico spinto e l’ingegneristico improvvisato. Uno in particolare colpì la mia attenzione, perché scrutava il mezzo con la perizia di un collaudatore compassato. Durante la sua analisi, il ragazzino (che già cominciava ad incutermi qualche timore) emetteva dei mugugni molto simili a quelli emessi dall’ortopedico mentre scruta la radiografia del mio scafoide. Il tempo passava e lo sciame scemava (scusate la cacofonia), ma lui era ancora lì ed io ero in ritardo. Qualcosa mi diceva che era meglio aspettare che anche lui abbandonasse il campo. L’attesa fu breve, il mostro (così ormai la mia mente lo vedeva) si avvicinò, sollevò i suoi occhietti luciferini, goffamente mascherati con un paio di spesse lenti e, come una coltellata, mi trafisse con un labile “scusa…”. Sono finito – pensai – adesso mi chiede la P.M.E. al regime di coppia massima, oppure se l’albero motore è su due supporti di banco con cuscinetti a strusciamento e io farò la figura del fesso di fronte al mio amico. “Gli specchietti sono regolabili?”….salvo!!! Questa la sapevo, ci ho dovuto pensare un attimo, ma la sapevo! L’esperienza mi aprì la mente a nuovi interrogativi: quali sono i requisiti di un vero motociclista? La passione è sufficiente? Ma la passione per cosa? Per la velocità? La tecnica? La libertà? Le donne che amano fare le passeggere? Io una certa passione l’ho sempre avuta. Da ragazzino, patito di motocross, feci in modo di essere attrezzatissimo: tuta, pettorina, casco, stivali, mi mancava solo la moto, ma in pista ci andavo lo stesso. Giravo a piedi; fingevo di ispezionare il percorso, ma in realtà non avevo la moto. Poi arrivò anche quella e dopo mesi durante i quali il mio naso tendeva spesso, per motivi newtoniani, a puntare verso il centro della terra, cominciai anche a divertirmi. Poi, dopo tanti anni e tante moto, sono diventato uno “stradista”, ma la moto veniva sempre prima di tutto anche prima di me (tranne una volta che in un fosso sono arrivato prima io poi lei), sì perché non mi interessava se in pieno inverno mi attiravo i malanni oltre alle risate della gente, non pensavo ad essere bello sotto i miei 12 strati di canottiere lana fuori e gazzetta dello sport sulla pelle, mi interessava solo viaggiare sulla mia fida due ruote. Ammetto che dal lato tecnico non sono mai stato un drago. Mi ricordo i miei compagni di avventure: qualcuno avrebbe modificato anche lo shuttle se solo fosse riuscito a metterlo sul cavalletto. Io al massimo installavo un pezzo di cartone tra i raggi del ciao con una molletta da panni.
Insomma il motociclista è un animale strano che vive ai margini della società, quasi braccato. Sì, accidenti, siamo una razza a parte, che si nutre dei sacrifici che è costretta a fare. Almeno così pensavo fino a qualche tempo fa. Ero arrivato a considerare anche il motociclista in via di estinzione. E invece…. Che succede? Un mare di centauri! Come cavallette hanno eclissato l’asfalto italico durante tutta la bella stagione. E’ impressionante, non si fa più nemmeno in tempo a salutarli tutti quando li incroci, si rischia di risultare antipatico, ma anche di andare dritto in qualche curva! Però sono pochi quelli che rispondono. Uno addirittura mi ha inseguito pensando che gli avessi fatto un gestaccio. Non capisco. Penso che tutti amino la moto come me, che magari loro sanno anche l’escursione del loro forcellone oscillante (io non sapevo nemmeno di averne uno, figuriamoci poi se sapevo che oscillasse). Un po’ frastornato chiedo lumi al mio concessionario di fiducia. Gli chiedo se è vero che è esplosa la passione per le moto. Lui bofonchia a mezza bocca che effettivamente gli affari vanno benino, poi sale sul Ferrari 308 del suo maggiordomo e si allontana. Ancora confuso continuo la mia indagine: chiedo in giro, osservo. Comincio a notare molta gente che conosco e che non ha mai avuto niente a che fare con le due ruote, se non quelle di Milano e Roma del Lotto, in giro con moto che fino a qualche anno fa avrebbero fatto invidia a qualsiasi pilota professionista. Belve da 2, 3, 4 (ho perso il conto) cento chilometri orari! Le risposte alla mia domanda, “perché hai comprato la moto?”, sono un climax ascendente di assurdità (almeno a me suonano come tali). Dall’ingenuo “l’ho vista mi piaceva e l’ho presa” al disarmante “un mio amico ce l’ha uguale e va sempre in giro con delle belle gnocche”. Io allora insisto: chiedo a qualcuno se è mai andato in moto prima d’ora e mi sento rispondere di no, che imparerà guidando. Con una moto da 270 all’ora? Mi chiedo io. Va bene tutto, ma è come se per imparare a scalare mi arrampicassi sulla parete nord del K2!!
Ero deciso ad andare in fondo a questa storia. Una domenica soleggiata mi inerpico sul godibilissimo passo della Cisa; arrivato in cima parcheggio (a fatica) e mi guardo intorno. Sembrava di essere in un motosalone internazionale. Mai viste tante moto tutte insieme, ma soprattutto tutte uguali. Poi guardo bene; anche i motociclisti sono tutti uguali: precisi, eleganti, competenti e…belli, sì soprattutto belli. Folgorato sulla via di La Spezia! Ho capito! La moto è di moda!!! Il terribile sospetto diventa consapevole realtà: la moto come le scarpe con le zeppe! Tutto è chiaro adesso: i motociclisti che non salutano, un BMW 1100 guidato da un bel ragazzo in bermuda e infradito, i prezzi delle moto che sfiorano e spesso superano quelli di un’automobile medio-piccola.
Intendiamoci, io non sono un elitarista e credo che chiunque possa spendere i propri soldi come più gli aggrada. Però un paio di questioni andrebbero, a mio parere, sollevate. Una è di natura meramente sentimentale: la moto non è un bene necessario, a differenza dell’automobile di cui ormai è quasi impossibile fare a meno, quindi si presuppone (o si presupponeva) che chi ne acquista una lo faccia per desiderio, amore, curiosità, ma mai perché la “società” lo richiede per essere “cool”. E’ plausibile immaginare che qualche automobilista farebbe volentieri a meno di ficcarsi dentro quelle scatole su quattro ruote, che preferirebbe essere da qualsiasi altra parte, che possa addirittura odiare la propria automobile, ma io non ce la faccio ad immaginare un centauro che possa avere lo stesso atteggiamento verso la propria moto che ha acquistato solo perché è molto trend! Probabilmente se esiste una “qualità” motociclistica, sembra risentire dell’aumentare della quantità. Ma mettiamo da parte i sentimenti. Passi la moto come moda; ma non è una moda un po’ pericolosa (come le scarpe con le zeppe, del resto)? Nessuno sembra avere il coraggio di dirlo. Le case costruttrici si scannano a suon di spaventosi rapporti peso/potenza e di velocità che farebbero invidia al capitano Kirck. Questa competizione ha trovato terreno fertile in un paese come il nostro dove vige l’eterna lotta del “chi ce l’ha più grosso”, dove chi non appoggia il ginocchio viene messo alla gogna. Sì perché ormai un vero motociclista si vede dai segni sulle saponette, sulle pedane e sulle coperture. Così, a fronte di un continuo scrutare e giudicare, si sentono accese discussioni su come farsi questi segni indelebili che distinguono il vero pilota come il tatuaggio di un guerriero Maori. E il divertimento sembra essere svanito; c’è solo la voglia si sembrare un pilota col manico (anche se più da fermo che in sella). Il quadro si completa con l’evoluzione tecnologica e della ciclistica che hanno reso le moto apparentemente molto facili da guidare, dando una sensazione di illusoria (quanto pericolosa) sicurezza anche ai più inesperti. E i media calcano la mano. Anche sulla pelle delle persone, la spietata legge del mercato trionfa con il suo cinismo. Ho sentito personalmente venditori parlare della stessa moto sia come docile agnellino che come belva da pista, in funzione del cliente che si trovavano di fronte. In tutta onestà non capisco come un mezzo che sviluppa 160 cavalli e che pesa 160 kg, appoggiato su due tubi di gomma relativamente stretti, possa definirsi “facile da guidare”. Non si parla mai di che cosa significhi commettere un piccolo errore in sella a certe moto, nessuno spiega che certi mezzi richiedono requisiti psico-fisici particolari, che, in soldoni, bisogna esserci portati. Proprio come per il calcio o per la cucina. Non è facile calcolare quante vittime della strada siano in realtà vittime di un sistema cinico, che finge di non vedere le strade trasformate in piste. Voglio solo sperare che l’unica vittima di questa moda sia il mio inguaribile romanticismo motociclistico.

Technorati Tags: ,

2 commenti:

Anonimo ha detto...

Penso di averlo letto mille volte questo articolo e ogni volta ci rido!
S. B.

Polinauta ha detto...

Gasp! più leggo nel tuo blog meno riesco a staccarmici. E sono pure io motociclista. Di vecchia data. Per la precisione triumphista. Fai tu.