giovedì 25 ottobre 2007

I neugroni


Nel dinamico duo Doyleiano, Watson era quello stupido. Infatti Holmes continuava a ripetergli che avrebbe fatto bene a finire almeno la scuola elementare. Questo Watson di cui vi parlo invece è uno con tutti i neuroni con la laurea. Prova ne è che si è beccato un Nobel per la medicina, anche se ultimamente pare che l'Accademia Reale di Stoccolma assegni gli ambiti premi tramite un drammatico sorteggione in sala mensa. Il dottor Watson il Nobel deve averlo preso in testa, perché snocciola perle di saggezza come se piovesse. Dopo l'idea di permettere l'aborto nel caso in cui un ipotetico test possa rilevare la potenziale omosessualità del feto e l'iperbole di eugenetica che l'ha portato a sperare in una tecnologia che possa rendere tutte le donne belle, ha infine dichiarato che i neri sono meno intelligenti dei bianchi.
Io so solo che questo è tipo bizzarro assai. Anche perché a me che tutte le donne siano belle non interessa. Tanto non ho il giardino. Delle sue ricerche non so nulla. Magari ha realmente dimostrato che certe razze hanno meno connessioni sinaptiche di altre, come i pigmei sono più bassi e i watussi più alti, ma quello che mi incuriosisce, come mia usanza, sono le reazioni della gente.
In un mondo in cui conta la fisicità, la prepotenza e la forza bruta è curioso come la gente si insolentisca a sentirsi dire di essere meno intelligente di qualcuno. Chiariamo non sto facendo un discorso di razze ma di pura filosofia di comunicazione: se qualcuno scoprisse veramente una minore attività neuronale in una qualche razza, potrebbe dirlo? No, d'accordo non è carino. Si può invece dire che, per esempio proprio i neri, siano più forti, più veloci, più resistenti e perdipiù con doti sessuali asinine. Senza contare la musica nel sangue e l'abbronzatura.
Le doti fisiche sono indubbie. I neri, a parità di massa, hanno più fibre muscolari e meno grasso. In pratica sono più densi. Per questo i campioni di nuoto neri sono rarissimi: perché hanno un peso specifico più alto. È indubbia anche la preponderanza pubica. Anche se qualcuno “si difende” dicendo che ce l'abbiamo tutti uguale solo che gli orientali e i caucasici ne hanno una parte maggiore all'interno. Non che mi faccia felice sapere di avere una grossa parte di pene all'interno. A me no almeno.
Ovviamente non sono qui a sostenere che una razza sia meno intelligente di un'altra anche perché l'intelligenza è parametrizzata dall'uomo stesso, quindi niente di “pragmaticamente determinante”. La cosa curiosa è l'impossibilità di dire certe cose e la facilità con cui se ne dicono altre. Per esempio non si può dire che una popolazione è civilmente arretrata anche se l'espressione culturale più in voga è lo sputo. Un'altra cosa curiosa è che tutti ci tengono molto alla loro intelligenza (anche se è incidentale che qualcuno lo sia meno di altri), ma non c'è la stessa cura nel dimostrare di averla. Molta gente, come il nostro buon Postatore, ne è portatrice sana: ce l'ha ma non gli fa niente. E soprattutto non c'è lo stesso accanimento del sostenere il fatto di essere brave persone, di buon senso per esempio. Si usano tranquillamente i luoghi comuni di italiani mafiosi, francesi nazionalisti, tedeschi crucchi, ebrei avari e interisti sfigati. Ma se parli di intelligenza succede una cambogia di indignazioni. A me per esempio Calderoli sembra meno intelligente di Andreotti, lo posso dire? E forse questo esempio dimostra che l'intelligenza o la mancanza di essa nulla hanno a che vedere con l'essere una brava persona.
Io conosco un sacco di gente che non saprebbe risolvere un'equazione di primo grado a cui affiderei tranquillamente la chiave di accensione del mio polmone d'acciaio.
Ricordo quando l'Islam delle infibulazioni, delle mani mozzate, delle lapidazioni era osteggiato da tutti i movimenti intellettuali e soprattutto femministi. Poi un giorno Berlusconi disse che questa cultura era meno evoluta della nostra e si gridò allo scandalo. È vero non c'è un gap evolutivo spaventoso. Negli anni settanta le BR facevano i filmati con i prigionieri uguali identici a quelli che fanno ora i terroristi islamici e, allo stesso modo, condannavano a morte. Però se tutti questi movimenti umanitari si battevano per i diritti civili qualcosa di poco civile doveva pur accadere. La cosa assurda è che la gente si indigna di più per delle parole di indisposizione che per dei clitoridi mutilati. Che spesso qualche intellettuale trova sexy definire cultura.
Io nell'acqua galleggio grazie alle cellule adipose, ce l'ho piccolo, sono stonato, ballo come un orso ubriaco, corro come una lumaca zoppa e sono emaciato al punto giusto per guardare i fiori dalla parte del gambo... posso almeno dire di avere 164 di QI? Se no come mi riproduco?

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giovedì 18 ottobre 2007

Ho cinque cerchi alla testa


08/08/08 è la data di inizio delle olimpiadi cinesi. Cioè non una copia che costa meno, proprio quelle genuine. Fatte a mano. Che costano tantissimo. È stato scelto l'otto agosto duemilaotto perché non ha nemmeno una erre.
Io sono uno sportivo e so che cosa significa sudare come un tricheco inseguito per anni e anni per sentire di non essere la penisola di un divano e per avere una qualche coppetta che, in vecchiaia, potrò mostrare a mio nipote, ma soprattutto sbattergliela in testa quando torna alle 4 dalla discoteca “pillole di balordoni”. Per questo motivo non me la sento di boicottare questa manifestazione. Per gli atleti. Non tanto per i grandi campioni, ma per quei manovali dello sport che remano, pattinano, baseballano, maratonano e compagnia bella riuscendo a malapena ad arrivare a fine mese e che si dopano con pane e mozzarella, che costano più dell'eritropoietina di bufala. Sportivi che vedono nelle olimpiadi l'unica risposta all'erotema socratico “chi me l'ha fatto fa'?”.
Gente che, tutti i giorni, dopo 6 ore di lavoro e 4 di allenamento, pensa che sarebbe stato più facile fare uno sport più remunerativo, tipo l'amico di un motociclista o il farmacista della juve.
Quindi viva le olimpiadi. Ho avuto anche modo di rallegrarmi di alcuni provvedimenti presi dal governo cinese in risposta ai dubbi e alle polemiche sollevati da quella piccola parte del pianeta che loro chiamano “lesto del mondo”. Giacché mi trovo a parlarne vi enumero le interessanti iniziative elaborate a seguito del puntiglioso accanimento di Amnesty International (sono tutte rigorosamente vere):

Enumero 1: istituito il “giorno della fila”, per insegnare alla sgarbata popolazione a rispettare l'ordine e il prossimo.
Enumero 2: lanciata una durissima campagna antisputi: gli irriverenti abitanti avvezzi a liberarsi dell'eccesso di produzione ghiandolare attraverso eiezione propulsiva, sono stati persuasi con ogni mezzo a desistere da tale tradizione. L'ufficio per il Civismo di Pechino ha registrato un calo della frequenza degli sputi dall'8,4% del 2005 al 4,9% di quest'anno (giurin giuretta è vero!). In caso di perniciosa insistenza degli sputatori è in cantiere l'ipotesi estrema di far divenire questa usanza, disciplina olimpica (questo non è vero, spero).
Enumero 3: multe salate previste per i tassisti che saranno colti con la loro vettura maleodorante o, colmo di violazione degli umani diritti, con i capelli non lavati.
Enumero 4: gli abitanti di Pechino sono stati gentilmente invitati ad imparare qualche frase in inglese (idioma usato da una minoranza della popolazione mondiale) oltre alle ben note “vuoi un paio di nike?” e “se parli con il Dalai Lama ti friggo e ti servo a tranci”.
Enumero 5: degli elegantissimi muri sono stati eretti per coprire la vista dei quartieri dei malnati. Incidentalmente qualcuno dei diversamente abbienti è rimasto cementato nell'operazione estetica che, per inciso, è costata una cifra che sarebbe stata sufficiente a rendere digenti gli indigenti.
Enumero 6: i supermercati sono stati forniti con 50.000 cocomeri cubici (non è un'unità di misura è un frutto) e sponsorizzati. L'operazione di ingegneria genetica agevola un ottimale stoccaggio della merce e predispone il consumatore a giocare a dadi prima di mangiare.

Vi sentirete in sintonia con me nell'affermare che qualcosa si è fatto. Certo rimangono ancora fuori da questa pletora di iniziative, tappa dell'evoluzione del vivere civile, alcuni marginali dettagli talmente trascurabili da non destare la minima preoccupazione.
Il meteo per esempio è un problema incipiente per le manifestazioni sportive, ma gli scienziati cinesi hanno già sperimentato un cannone al cianuro impoverito che spazza via le nuvole lasciando solo un coreografico (cioè disegnato da un coreano) fungo atomico. Non che questo risolva il problema perché, nuvole o no, la cappa di smog che copre Pechino lascia intravedere il cielo circa cinquanta giorni l'anno. Tanto che le gare di giavellotto si svolgeranno al chiuso perché l'attrezzo rischia di infilzarsi nell'aria. Invece le lunghe gare di resistenza, come la maratona, la marcia o il ciclismo, verranno probabilmente trasferite in una località limitrofa più arieggiata: Vetralla.
Sempre riguardo l'inquinamento sussistono ancora due questioni di ordine normativo: la prima riguarda le gare di fondo di nuoto (nel senso di lunghe non a fondo) il cui regolamento non fa menzione alcuna sulla possibilità di correre sul pelo dell'acqua (visto che l'unico che ci riusciva l'hanno messo in croce per altri motivi) e questo vuoto legislativo andrà colmato visto che, grazie a una patina di petrolio e catrame, vedremo molti nuotatori con le scarpette chiodate.
L'altra questione riguarda le analisi antidoping che, grazie all'acqua di rubinetto e ad una leggerissima adulterazione dei cibi, risulteranno tutte talmente sballate da confondersi con le analisi delle acque di scolo di una centrale termonucleare.
Anche l'inezia dei diritti umani è vicina ad una soluzione dignitosa. I siti olimpici sono stati costruiti sopra ai quartieri e sulle scuole dei cinesi che si ostinano ad essere poveri e quindi a non abitare in centro (a volte senza nemmeno svegliarli) risolvendo due problemi in un colpo solo. I bambini (che santa cacca hanno sempre la faccia tosta di sopravvivere a tutto) sfrattati dalle loro scuole e dai loro quartieri, sono stati sistemati in centri di accoglienza dove vengono tenuti allegri da catene di montaggio di gadget olimpici.
Il problema libertà di stampa è stato accoppiato alla sicurezza e, come due piccioni, sono stati risolti con una fava di idea. Impegnare 20.000 poliziotti a tenere i dissidenti in carcere o comunque lontani dai giornalisti occidentali a costo di dare loro una vacanza premio. A Vetralla.
Sarà comunque un'olimpiade diversa. Il contesto storico renderà alcune manifestazioni particolarmente originali. A causa del traffico, che a Pechino ha la fluidità di uno sfasciacarrozze in cui sia esplosa una bomba a frammentazione, alcune piste di atletica sono state costruite direttamente sulle tangenziali e non sarà inconsueto trovare a metà rettilineo un semaforo a richiesta. La fossa olimpica (tiro a piattello) verrà ribattezzata in fossa comune olimpica e al posto degli inquinanti piattelli con polvere rivelatrice, verranno lanciati dissidenti politici, giornalisti e blogger. L'iniziativa è volta a dimostrare l'impegno del governo cinese nella riduzione delle pene di morte, confidando nel fatto che qualcuno sbaglierà bene mira ogni tanto.
Anche il regolamento olimpico sarà adattato alle circostanze geopolitiche. Ora, per esempio, il Cio prevede l'eliminazione dei corridori dopo due false partenze. A Pechino hanno voluto dimostrare di essere divenuti magnanimi e, al posto dell'eliminazione, la scorrettezza verrà punita con l'arresto. Questa iniziativa ha destato qualche perplessità persino tra i rappresentanti dei civili e democratici governi amici del colosso cinese, come il Myanmar e il Sudan (campioni interprovinciali di sterminio di fazioni concorrenti). I dubbi vertono sulla pistola dello starter che, essendo fedele ed economica copia di una vera pistola da starter, tende fare cilecca. È quindi probabile che il colpo di pistola verrà sostituito da un più affidabile “VIAAAAAAAAAAA” che però in cinese si dice “chanuolìnaniaomaotsetung”. Il vero problema è che per pronunciare la frase che significa “falsa partenza” ci vuole un tempo sufficiente a completare i 3000 siepi. E nemmeno in un buon tempo.
Ho il vago sospetto che saranno proprio olimpiadi cinesi.

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giovedì 11 ottobre 2007

Piccoli danni crescono


Il sopraggiungere della vecchiaia si fa precedere da alcuni sintomi rivelatori. È una legge di natura a cui non si può sfuggire e non mi si venga a dire che ad Andreotti non succede. Andreotti non esiste: è una maschera, come il gabibbo. Dentro c'è Elvis Presley. Comunque i sintomi principali sono il calo della vista, dell'udito, della memoria e un altro che ora non ricordo. L'avevo scritto qui ma non riesco a leggere.... eh? Comeeee?? Ah sì: il parlar male dei giovani. 'Sti debosciati.
D'accordo è possibile che io mi sia allontanato da qualche tempo dalla mia pubertà, ma il fatto che quando andavo a scuola io non si insegnasse ancora storia, non mi sembra un buon motivo per considerarmi un vecchio deneuronizzato. Ammetto che tessere lodi a mosaico per gli odierni virgulti non è la mia attività preferita, ma anche Lenin riteneva un errore dar loro troppi riconoscimenti e infatti loro non lo riconoscono nemmeno in fotografia.
Poi mi capita di leggere che in Nuova Zelanda è scoppiata la mania di andare a scuola in pantofole. Troppo giusto penso io. Bella raga!! Un gesto di protesta simbolico che non riga il parquet. Mi sbagliavo. La moda è scoppiata il giorno in cui un certo Snoop Dogg si è presentato a un'intervista in moffolette. E da quel momento, via le costosissime calzature marca americana, fattura cinese e fattura a tre cifre, per le quali si è pensato di accelerare la procedura babbomorto, e tutti in giro come in un enorme gerontocomio. Snoop Dogg è un rapper americano di quelli che innalzano il loro grido di protesta, il loro impatto destabilizzante dal cuore del loro disagio esistenziale. Quel disagio che non si può non condividere guardandoli percorrere su una Bentley color vomito, il vialetto della loro villa a Miami mentre quattro groopies contorsioniste mettono in ridicolo il sacro testo del kamasutra. Snoop deriva dal soprannome che la di lui mammina gli aveva affibbiato a causa della somiglianza con Snoopy, ma ancora oggi il solo “era una notte buia e tempestosa” creato dal bracchetto di Shultz, vale più di tutte le canzoni unz unz incise dal rapper. Il suo più grande contributo sociale è stata l'invenzione di uno slang in cui a tutte le parole viene aggiunto il suffisso “-izzle” (tipo for sure diventa for shizzle e demente diventa dementizzle). Non scherza niente quest'uomo.
Insomma questi giovincelli che in nome della loro ribelle originalità rinnegano i padri, si mettono a pecoroni per essere tutti come un tizio che un giorno era talmente fatto da confondere le scarpe di Prada con le pantofole di Louis Vuitton. E si sono anche battuti. Alla fine l'hanno spuntata: i presidi hanno dovuto accettarli in classe così o le aule sarebbero rimaste vuote. Quando si dice una causa per cui vale la pena di combattere. Altro che sessantotto.
Aveva ragione Flaiano: i giovani hanno il coraggio delle opinioni altrui.
Guardare con sfiducia le nuove generazioni non è segno dei tempi. Già Orazio prevedeva un futuro cambogiano se provava a guardarlo proiettato sui giovani. Sarà per questo che con Clarabella non ha avuto figli. Mica perché lui è un cavallo e lei una mucca.
Però poi i piccoli crescono, solo che io non vedo la differenza. Mi ritrovo sempre in mezzo a trentennibarraquarantenni che parlano usando come punteggiatura l'intera toponomastica erotica, oltre a diverse rivisitazioni agiografiche. A furia di cazzofiga si rischia di avere un orgasmo a metà discorso.
Non di rado (e non mi rado) mi capita di assistere a colloqui di lavoro durante i quali neolaureati in camiciona rosa (iddio benedica la donna che ha detto che bisogna essere veri uomini per indossare qualcosa di rosa senza sembrare dei titanici idioti), si propongono farcendo i loro discorsi con “bon, ok, dai allora buona così”. Tanto che ho temuto spesso di essere invitato per un'ape in samba!
Lo so che passerò per anziano, ma sono stato giovane anche io. Per un breve istante. Il problema è che ho avuto la sfortuna di accorgermene subito. Ero giovane da poco e buttando l'occhio giovane in uno specchio troppo riflessivo ho esclamato “uh! Un giovane”. E quando te ne accorgi è finita: sei già vecchio.
Comprendo anche i conflitti generazionali, dovuti per la gran parte al fatto che ad ogni sfornata di nuove leve, i figli hanno quasi sempre a buon mercato ciò che i genitori hanno conquistato lasciando brandelli di pelle attaccati al filo spinato della vita. E questo non viene un filo stimato.
Ma forse accade anche il contrario. Che i genitori hanno avuto tutto e i figli vorrebbero un po' di indigenza, tanto per crescere con un po' di palle, visto che il finto povero è passato di moda da vent'anni. Magari a casa Dogg funziona così con il figlio di Snoop:

F: “Papà posso uscire con le scarpe oggi che le pantofole sul ghiaino non sono comodissime?”
S: “Papà? Ehi fifty hai sentito? Il nano che mi gira per casa è mio figlio”
F: “Senti papà, posso...”
S: “Sì certo fratello!”
F: “Sono figlio unico papà, ma ancora non ti ho chiesto che cosa”
S: “Bella fratello, sei nel giusto! Le cose bisogna conquistarsele, devi essere uomo”
F: “Come quando ti ho chiesto se potevo comprarmi il motorino con i soldi guadagnati accompagnando i ciechi e tu mi ha regalato un ducati 999 con la mappatura da pista?”
S: “Sì, bella fratello, ma come parli? Io voi giovani non vi capto”
F: “Papà ho 13 anni dovresti cercare di capirmi”
S: “E io ti capisco bro! E cerco di aiutarti nelle tue piccole battaglie quotidiane”
F: “È per questo che mi hai regalato un Uzi 9 millimetri con proiettili parabellum, un sacchetto di cocaina purissima e una carta di credito platino per fare le strisce?”
S: “Dammi il cinque fratello!! Hai visto per caso figliemo?”

Da ragazzino le uniche pantofole che vedevo erano quelle con cui mia madre mi menava. Questo succedeva quando nei paraggi non c'era una padella. Ma io non ce l'ho con lei, anzi, la ringrazio per questo e soprattutto di non aver mai calzato zoccoli.

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giovedì 4 ottobre 2007

L'uovo del Tenente Colombo



La vita è un gran brutta bestia. Un noto andrologo soleva dire che nessun organo sessuale maschile è duro come la vita. E quel “soleva” zoppo di una elle in qualche modo descrive l'impotenza che si avverte quando di notte ci si sveglia in preda al panico e a un inutile fenomeno idraulico. Questo almeno succede agli uomini. Alle donne può invero accadere di svegliarsi in preda a un idraulico fenomeno.
E la vita è dura per tutti. Per un operaio che stringe i bulloni alla Breda e porta avanti le sue rivendicazioni contro i potenti sindacalisti. Lo so, una volta si lottava contro i padroni, ma ora sono dei poveracci anche quelli e non è che si può stare sempre a sindacare. Per una casalinga che manda a scuola i figli equipaggiati come i navy seals e se li vede tornare pesti e con il prezioso balaustrone piantato in una mano. Per una coppia di giovani sposi che cerca di accendere un mutuo, se non fosse che solo le pratiche costano come un figlio scemo e sono quindi costretti a rinunciare ad averne uno (di mutuo non di figlio scemo), per affittare un appartamento in un'enclave marocchina di periferia.
Ma non pensiate sia facile per chi ha messo il porco all'ombra (antico adagio sumero). Per chi mette a letto le sue tedesche (automobili) e compra ai figli il diario che suona e firma le note da solo.
Le loro villette sono prese d'assalto da orde di criminali, provenienti da tutto il mondo, isole comprese, perché in Italia, a sentire gli stessi criminali, si rischia poco: esci di casa (regalata dal comune), chiedi a un vigile dove trovare dell'eroina, ti droghi, entri nella casa che hai tenuto d'occhio per giorni, massacri i villici, se è mattina presto approfitti anche del fenomeno idraulico per violentare, rubi, scappi, ti fai arrestare, poca galera, foglio di via con cui ti soffi il naso appena uscito grazie ad avvocati che sanno come sfruttare lo stato comatoso in cui versa la giustizia italiana e ricominci dal punto uno. È vero che a volte la tolleranza si presta agli approfittatori, ma non confondiamo la tolleranza con il chissenefrega.
A seguire i mezzi di informazione sembra addirittura che tutto succeda nelle villette. E solo nelle villette del nord. Di periferia. Perché l'omicidio di Milano, il giallo di Roma non suonano bene, non sono mnemonicamente evocativi. Novi Ligure, Cogne, Parma (Casalbaroncolo), Garlasco, lo schema è sempre lo stesso: una o due famiglie benestanti, una villetta in periferia, un omicidio all'apparenza assurdo e una persona che sin dall'inizio viene messa sotto torchio, con un tappeto musicale appositamente preparato da Studio Aperto. Se ci pensate bene... è la trama di tutte le puntate del tenente Colombo.
Funziona. Funziona con la precisione di un cioccolato svizzero. È l'uovo di colombo. Di cioccolato (e visto che Colombo è sbarcato su un'isola è in pratica l'uovo di pasqua). Basta mettere gli ingredienti giusti e si può vivere di rendita per molti anni, nella speranza che l'assassino non venga fuori e nella certezza che la macchina della giustizia manterrà i tempi televisivi.
Lo so che essere ammazzati a Scampia non vale. Che a nessuno interessa chi ha ucciso Fortugno: fai il politico a Reggio Calabria, qualche schioppettata è normale. So che se un tredicenne viene assassinato a Enna non arrivano certo i RIS di Parma, ma due carabinieri stanchi di sopravvivere alla mafia e a uno stipendio che fa ridere i mafiosi. Uno dei due magari scivola sulle macchie di sangue e l'altro se trova una sigaretta accesa sul luogo del delitto se la fuma pure.
Insomma come funzionano le cose lo abbiamo capito tutti. Sappiamo che un giallo merita attenzione se avviene in una casa abbastanza grande da poterci fare un plastico a Porta a Porta (la prossima settimana ci sarà ospite la porta asportata dai Ris nella villetta di Garlasco), sappiamo che il lavoro dell'avvocato Taormina e dei RIS in parte dipende da quanto un caso occupa i giornali. Sapendo tutto questo non voglio certo fare il moralizzatore da speaker corner, ma non vorrei nemmeno essere trattato come lo scemo rimasto senza villaggio. Questi per la stampa sono dei gialli. Avvincenti (anche se un po' schematici), intricati, interessanti quanto volete, ma solo dei gialli e vince chi li romanza meglio, chi ha più elementi, chi rimesta di più nel torbido.
Allora non mi stropicciate l'anima con i “la povera Chiara” e il “papà Paolo” o il “piccolo Samy” parlandomi delle loro speranze, i loro sogni infranti. Primo perché non ne sapete niente, secondo perché non ve ne frega niente e terzo perché non sono amici vostri e dovreste parlarne come dei giornalisti non come dei vicini di casa.
Altrimenti qualcuno mi deve spiegare perché non è povero Francesco Ferreri o Stefano Gonnella o Matteo Nadalini e un interminabile elenco di morti indegni di una musichetta strappalacrime a Studio Aperto, con il relativo elenco di assassini indegni di essere cercati con l'aiuto e i consigli di una nazione intera.
Sono dei gialli, solo dei gialli. Non è un fatto di interesse sociale. Che cosa cambia al popolo di spettatori sapere un giorno che la signora Franzoni ha ucciso il proprio figlio? O che un ragazzo di Garlasco ha ucciso la propria fidanzata? Niente. Se non poter dire al bar “io l'avevo detto subito”.
Eppure di Cogne si parla da 5 anni. Roba da far invidia all'attentato dell'11 settembre.
Giorni addietro (oh che bello giorni addietro) sono rientrato nel target di Studio Aperto. Non pensate male, loro non sono più scemi di me. La tecnica è quella di essere talmente oltre ogni limite di decenza che anche le persone decenti sono costrette a guardarlo per vedere fino a che punto di indecenza possono arrivare (è un sistema inventato dagli americani, mica pizza e fichi).
Insomma ho incidentalmente assistito in diretta alla scarcerazione del ragazzo indiziato a Garlasco. La giornalista ne ha fatto la telecronaca in un modo talmente partecipativo che mi aspettavo da un momento all'altro di sentire “traversone dalla destra, TOTTI...non va!”.
Dopo ha descritto il fitto mistero attorno alla destinazione del ragazzo. Mistero che ha tentato di diradare ipotizzando che si fosse rintanato in casa del suo avvocato, dove forse, parole testuali “sta addirittura brindando”.
Non so voi, ma io sono arrivato a un livello di nausea tale che non solo sospetto di essere incinto, ma ormai non riesco più a provare dispiacere per la morte assurda di una persona, perché sono troppo occupato a provare disgusto per questa ignobile baracconata e per tutti i suoi partecipanti, spettatori compresi.
Cruman aveva dei sogni... musica melensa... sfumare... tette di velina coperta da calciatore. Meteo.

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giovedì 27 settembre 2007

L'arbitro non fa il monaco


Internet è il male e io non sono la curia. Se lo fossi farei un esorcismo, ma dato che sono uno zero posso al limite fare un esorcino. Internet incarna (o insilicia), digerisce e rutta l'essenza stessa del male. Tutti i cosiddetti media, dove secondo i latini sta la virtù, inquisiscono il nuovo anticristo. Un pedofilo adesca minorenni on line? Internet alimenta la violenza verso i bambini. Tuo marito passa le notti nelle chat facendosi chiamare la fata fallata? Internet crea focolai di indecisione sessuale e attenta alla quiete dei focolari domestici. Due bulletti percuotono un disabile con un tecnigrafo, si riprendono col telefonino e mettono il filmato in rete? Internet fomenta la prepotenza e la discriminazione nelle scuole, ma peggio ancora, fa fessi i giornalisti che l'hanno sbattuto in prima pagina con la fretta che ha impedito loro di capire che era tutta una bufala. Il disabile era abile, i bulli non bullivano e persino il tecnigrafo era un goniometro.
Internet è talmente il male che non mi spiego come mai questi mezzi di informazione lo usino, alla bisogna, per dimostrare che in Cina vige (non è che non conosca i congiuntivi è che viga non mi pare carino) l'assenza di libertà perché la rete è interdetta. L'assenza del male pregiudica la libertà. Potrei scriverne un saggio, ma anche no.
Il fatto che in questo momento voi siate (siate è un congiuntivo più sexy di viga, per quanto possa apparire speculare della realtà) di fronte a un monitor zeppo di pixel immosaicati a comporre ciò che ho scritto, dimostra che anche io appartengo al male. E per questo dovrei punirmi. Dal silicio al cilicio.

Sapete che cosa sta succedendo in Birmania? Se lo sapete è grazie al male. Grazie a internet. In Birmania accade una rivolta pacifica dai lineamenti gandhiani, contro una giunta militare che si impone con la forza da 45 anni. Succede che dopo migliaia di civili innocenti (soprattutto studenti) repressi nel sangue, una piccola donna, che in quanto giovane, intelligente e appunto donna, non può accedere ai palchi della considerazione globale, mette insieme un partito, ottiene elezioni democratiche e prende l'80% dei consensi. Visti i risultati non proprio esaltanti per il Consiglio di Restaurazione per la Legge e l'Ordine, l'esercito assume la seguente posizione politica “ah allora no, non vale, a monte”. La giunta militare arresta la giovane donna, che in pochi conoscono perché ha un nome acrobatico e per le caratteristiche che ho testé enumerato, la lascia marcire per un discreto numero di anni in galera e si riprende il potere per abbandono contumace dell'avversario.
Succede che Aung San Suu Kyi perde la libertà e vince un premio. Nobel. Per la pace. Anche questo è poco noto. Qui da noi fa più notizia la candidatura al Nobel per la letteratura di un comico per aver letto un libro che, sarà pure divino, ma dopo un po'...
Succede anche che la comunità mussulmana si schieri con i monaci in pacifica rivolta, ma questa è una notizia che confonde e in più è una bella notizia, quindi niente telegiornale!
Succede che la Birmania è un piccolo paese stretto tra due colossi planetari come India e Cina e che le ingerenze internazionali fanno pensare alle risorse di petrolio, gas naturali, oppio e pietre preziose. Un po' anche alla pastorizia e ai legumi, ma soprattutto al petrolio e ai gas naturali. E come in tutti i paesi ricchi di risorse preziose, la gente muore di fame.
Tutto questo lo sapete voi come lo so io. Ma tutti insieme appassionatamente dobbiamo ringraziare la gente comune e internet. In Birmania non vengono concessi visti a giornalisti e se vengono concessi fanno vedere loro le coltivazioni di legumi e un po' di pastorizia, ma non tanta. I filmati, le foto, le notizie ci giungono da studenti che riprendono gli avvenimenti con il cellulare e li fanno rimbalzare tra blog ed email. Proprio come il liceale provolone che infila le mani in pantaloni docenti. Come l'alunno di satana che frantuma il crocifisso salendo in cattedra.

Quindi per adesso il cilicio lo ripongo e i motivi sono tanti. Potrei dire cose scontante come che i giornali decidono che cosa mettere sotto i nostri occhi, mentre in internet la ricerca e la selezione sono un privilegio, anzi sono le nostre peculiarità: il bookmark ci rappresenta. Potrei anche dire che nel giudicare internet non bisognerebbe confondere il mezzo con il messaggio. Ma preferisco essere contento di cose meno banali. Del fatto che nell'epoca dell'ateo è bello e religioso è pernicioso, siano un gruppo di monaci a sacrificarsi per il bene di un popolo. Del fatto che è la gente comune, con pochi e rudimentali mezzi, che riesce a portare una questione così importante, fino alle stanze dell'ONU, dove, per l'ennesimo ribaltamento della realtà, forse stanno seguendo la Champions League. E che per realizzare tutto questo si stia usando quel giocattolo demoniaco e solforoso a cui siete connessi ora. E chissà se il Darfur, munito di connessione ADSL, non sarebbe più nell'immaginario popolare una marca di caramelle per cavalli golosi e delfini curiosi, ma il teatro di uno dei più spaventosi massacri che la storia ricordi.
Nel mio ultimo pezzo ho scritto che gli italiani non sono molto meglio di ciò che giudicano. Il mio intento era il solito: cominciare con il lavoro su se stessi e la propria prossimità, perché giudicare tutto uno schifo, i politici tutti ladri, la chiesa tutta marcia, i mussulmani tutti terroristi e gli interisti tutti sfigati, non è già di per sé un atteggiamento produttivo. Se questi movimenti poi provengono da un popolo di sei milioni di spettatori di miss Italia, di gente in fila al processo di Cogne e di convinti anticlericali che fanno di una squadra di calcio una fede, allora il panorama assume contorni ancora più inquietanti.
Ad oggi sono 800 i monaci innocenti finiti in carcere per aver manifestato pacificamente contro l'oppressione militare. Non che io mi vesta da bonzo e mi cosparga di benzina sulla pubblica piazza, ma quel piccolo paese, quella piccola donna, stanno dando una lezione importante al mondo intero e noi, i politici, i giornalisti, stiamo tutti rischiando di farla passare per una nota di folclore, prima di occuparci del prossimo mercoledì di coppa.
Sia chiaro, io non sono contro il disimpegno. Il disimpegno però è un'arte e va eretto a sistema, non giustificato con dei “tanto è tutto uno schifo” da salone di barbiere. In pratica il disimpegnato non può giudicare e si deve anche un po' vantare con gli amici di questo divieto. Altrimenti andiamo tutti allo stadio a sputarci da un anello all'altro e viga la FIFA!

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giovedì 20 settembre 2007

Vespa volant, cripta manent (morire di sonno a Porta a Porta)


Solitamente (io e pochissimi giornalisti di fama planetaria cominciamo un pezzo con un avverbio) guardare Porta a Porta mi apporta un importante impronta di disordine nell'apparato digerente. Vedere la puntata con il Presidente del Consiglio però, era per me una questione di principio. Infatti ho avuto un principio di gastrite.
Nel bellissimo studio della Rai, disseminato di enormi televisori al plasma in cui è possibile vedere quello che ti succede davanti agli occhi (qualcuno indaghi sulla partecipazione di mediaworld nel cda Rai) c'era un plastico di Romano Prodi che, per quanto di plastico trattavasi, non era decisamente esplosivo.
Il conduttore ha una marcia in più, perché è special, e incalzava il Presidente con una fila di domande che, se proprio non lo inchiodavano, mettevano in croce il Romano, ribaltando le sacre scritture.

“Presidente, è realmente auspicabile una riduzione delle tasse?”
“Caro Vespa, manteniamo la calma, io ragiono con molta calma e sto portando avanti proficue discussioni con il mio mortadellaro di fiducia”
“Presidente e l'ICI?”
“Sulla mortadella?”
“Ma no, sugli immobili”
“Ah noi non vogliamo fare passi affrettati, noi siamo solidi, ben piantati per terra... immobili”
“Quindi pagate l'ICI?”
“Dottor Vespa, bisogna muoversi adagio adagio, non ho ancora finito di formare una commissione parlamentare per rispondere alla sua prima domanda. Ci vuole della calma”
“Almeno sulle pensioni ci dica qualcosa”
“Sì certo, le pensioni riteniamo di sì, ma potrebbe anche essere no, noi intanto stiamo fermi, comunque penso di sì”
“Ma sì che cosa??”

Frattanto nello studio si diffonde un sordido ronzio “zzzzzzz” probabilmente riconducibile alla presenza di Vespa. Quando Prodi, in merito alle discussioni interne alla maggioranza dichiara “abbassiamo i toni”, l'assistente di studio che aveva appena terminato di sostituire metà del pubblico con dei cartonati a causa di un'epidemia di narcolessia, viene meno, si sostituisce anch'esso con un pupazzo e va a dormire in camerino... o a Camerino... o con Camerino.
Non sono sicuro, ma credo di essermi assopito anche io. In un collegamento esterno onirico mi è parso di vedere Gabriele Paolini con un microfono in mano che veniva interrotto da dei giornalisti. Tutti con un preservativo... indossato. Mi ero addormentato di soprassalto, per fortuna.
A questo punto il conduttore sfodera l'argomento Grillo facendo svegliare d'un tratto tutti i cartonati e Prodi (lo so al secondo è difficile credere). Tema spinoso e controverso. Se qualcuno con dei grilli per la testa, ascolta Grillo, preme il grilletto e ammazza qualcuno. Lo ha detto Mazza. Ammazza. Ma pare sia più probabile che qualche pazzo faccia il mazzo a Mazza.
Ormai sono rassegnato a sentire un'altra risposta soporifera e inconcludente del Presidente e sprimaccio il cuscino del divano. Non è per sfiducia nella dialettica di Prodi, ma visto il tenore della trasmissione (che per solidarietà è anch'esso morto), ho dedotto che un pisolino avrebbe dato un taglio più funzionale alla mia serata. Ma ecco il Prodi che non ti aspetti, quello che dice cose sensate, cose, diomiperdoni, intelligenti. Ho dovuto rinnegare ciò che avevo dedotto. Dedotto e abbandonato.
Il Presidente approccia il discorso “liste civiche grillesche” gettando qualche dubbio sull'utilità della manovra e sulla necessaria politicizzazione del movimento. Incredibilmente si sbilancia, prende una posizione e per di più scomoda, antipatica. Finirà per piacermi.
Dice che gli italiani non sono tanto meglio dei politici, che siamo un popolo di furbi e non vede perché mandare altri nelle stanze del potere debba corrispondere necessariamente ad un cambiamento di rotta. E non aveva nemmeno un auricolare con Boncompagni che gli suggeriva le battute, giuro.
Non ci voleva un genio, infatti l'ha detto Prodi. Basta guardarsi intorno, tutti “sanno come funzionano le cose”, tutti fanno ciò che le maglie della legalità o del mancato controllo, consentono per ottenere vantaggi personali. In qualsiasi ambito, a qualsiasi livello. Uno dei tanti esempi: i test per l'accesso alle facoltà di medicina. Siamo furbi e non sappiamo nemmeno fare i furbi. In tutta Italia solo in un posto gli studenti sono riusciti a ottenere punteggi altissimi, rispondendo a domande tipo “qual è il motto dell'Unione Europea” e sapendo se “gli scienziati Redi e Hooke sono vissuti nello stesso periodo”. Nemmeno la discrezione della decenza. E gli stessi studenti non erano affatto pentiti: sostenevano che tutti fanno così e tutti lo farebbero se messi in condizioni di farlo. Queste sono le persone nelle cui mani metteremo le nostre frattaglie. Esattamente come la nostra vita sociale è nelle mani dei politici.
Quindi forse prima di cacciare e sostituire sarebbe il caso di modificare la cultura e la struttura. Perché è proprio difficile pensare che i nuovi arrivati non approfitteranno degli straordinari privilegi che la vita amministrativa e politica concedono. Visto che modificare la cultura è un processo o tremendamente lento o, come è successo in Cina, rapido ma con l'irritante dettaglio di 18 milioni di morti, cominciamo almeno a lavorare sulle strutture. Trasformiamo il “lavoro” di politico, rendendolo appetibile a chi crede nella cosa pubblica e non ai cacciatori di denaro e potere. A quel punto i furfanti se ne andranno da soli, senza bisogno di cacciarli. Grillo è stato una manna dal cielo perché ha avuto la possibilità, la posizione e la bravura per tirare fuori anche il marcio degli angoli nascosti, aprendo gli occhi anche a chi proprio non ne voleva sapere di guardare. Ora però è più difficile guidare questa potente macchina e qualche svolta sbagliata di troppo, si finisce in mezzo a un ingorgo spaventoso. A una tangenziale politica intasata (i politici amano le tangenziali).
Del resto io, come Prodi (ussignur), non penso che i politici siano ladri e i cittadini brava gente. Non ho molta fiducia in questi movimenti sempre pronti a seguire un capopopolo appena sputa su qualcuno. Sono le stesse persone che mentre “il sistema” inventava un modo per finanziare i partiti più che in qualsiasi altro stato del pianeta, in barba al referendum che ha scatenato l'acclamazione popolare, guardavano tutti in direzione di Cogne. Perché in fondo, stavano talmente bene che trovare gli stimoli per capire, meditare e agire non era affatto facile.
Farne una questione di “persone” è un errore e un'operazione troppo complicata. Bisogna agire sui metodi e se si può, sulla cultura.
Ora però cambio, guardo l'isola dei famosi... mi si è addormentato il cuscino.

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giovedì 13 settembre 2007

La partita della vita: da Socrates a Socrate


È un anno che noi non vedremo mai, almeno non senza aver trovato dove si compilano i moduli per la reincarnazione. È un tempo lontano nel futuro e l'uomo sopravvive, nonostante l'uomo. Sopravvive, ma non serve più a un granché. A onor dell'abbastanza vero, va detto che un'evoluzione c'è stata e anche di una certa consistenza. Gli atleti corrono i 100 metri a una velocità tale che le olimpiadi le trasmettono direttamente in slow motion o si avvertirebbe solo un venticello caldo e sudaticcio (ah i televisori sono multisensoriali). Gli astisti saltano muniti di paracadute e sui giavellotti viaggiano degli agenti in borghese per motivi di sicurezza.
Anche la tecnologia ha esplorato l'insondabile e quella fastidiosa malattia chiamata “morte” è stata quasi completamente debellata, se si esclude l'inossidabile tradizione millenaria di spararsi a vicenda. Pratica che comunque non è più considerata reato grave, ma allo stesso livello dell'abigeato ed è perseguibile solo se la vittima sporge denuncia. Altrimenti splafona nel comma “controllo demografico”. Non che ce ne sia un gran bisogno: le persone non si riproducono, un po' perché i bambini si ostinano ad essere troppo piccoli e un po' perché il sesso è ormai considerato un atteggiamento da bulletti di periferia.
Nell'epoca in cui per tutte le domande è stata accesa una risposta, nessuno sa ancora un accidenti sull'esistenza e il suo senso intrinseco. La filosofia nelle scuole ha lentamente assunto il ruolo che ha per noi l'ora di ginnastica: si spia nell'anima delle compagne di classe più procaci e ci si colpisce con delle clavette per sperimentare il concetto di felicità come cessazione del dolore. Per questo motivo una commissione di saggi che s'aggira per un peripato dotato di tapis roulant, decide di scoprire il senso della vita scomodando i maggiori esponenti del pensiero che la storia ricordi e mettendoli a confronto tra loro... in una partita di calcio. Il progetto viene messo in pratica grazie alle tecniche di ingegneria genetica che permettono di clonare Socrate (già con la barba) da un capoverso de I dialoghi di Platone.
I giocatori sono schierati sul campo di gioco, al centro dello stadio Fabrizio Corona di Potenza. Arbitra, in giacchetta cremisi, Dio in persona, nonostante le vibrate proteste della mezz'ala F.W.Nietzsche, il quale sostiene che un morto non sia in grado di esercitare il libero arbitrio. Dio lo ammonisce verbalmente e, già che c'è, gli rifila un attacco di dermatite seborroica. Guardalinee il Figlio e lo Spirito Santo. Quarto uomo Collina, anche se al Figlio la collina evoca ricordi antipatici.
La partita è da subito aspra e fallosa, motivo per cui il centrocampista S.Freud convince il terzino avversario della sua latente omosessualità. Il terzino chiederà poi il cambio per andare a uccidere la madre (di Freud).
Tutto d'un tratto A. Einstein, un impiegato tedesco del catasto svizzero, parte in contropiede sulla fascia: giunto a metà campo ha un'illuminazione sulla curvatura dello spazio e del tempo ed inventa Holly e Benji, un documentario scientifico sulla dilatazione di un traversone dalla destra e sui campi di calcio a schiena d'asino. Sulla trequarti sgancia un pallone d'oro a J.P.Sartre che ha la possibilità di battere a rete a colpo sicuro. Il fantasista francese però, valuta che passare in vantaggio stabilirebbe un disequilibrio mondiale prodromo di sentimenti di rivalsa e conflitti disumani e appoggia a un compagno con un angosciante esterno sinistro. L'allenatore scaglia in aria una borraccia di assenzio ed esclama “che palle l'esistenzialismo”.
Il primo tempo si chiude, senza troppe emozioni ma con diverse anime lacerate, dopo un interminabile recupero dovuto al fatto che H. Kung, teologo ebreo, ha conversato a lungo con l'arbitro pretendendo spiegazioni che Dio si è rifiutato di concedere. Da segnalare solo un'azione in cui Mosè, ricevuta palla spalle alla porta, ha il problema di girarsi. Intimorito dal venire trasformato in una statua di sale grosso, smista all'indietro al sopraggiungente Zenone che esplode una legnata sbalorditiva che, paradossalmente, non raggiungerà mai la porta.
Comincia il secondo tempo, sempre più agonistico e anche agnostico, del resto, la filosofia non è uno sport per signorine e nonostante Agostino con i suoi parastinchi di santo, dopo aver dimostrato l'esistenza dell'arbitro, predichi l'amore spirituale, la partita diventa sempre più una questione di carpenteria metafisica.
A. Schopenhauer, lanciato nella sua rappresentazione della fascia destra, viene atterrato barbaramente da un libero dionisiaco che ne gode con sfacciataggine. Steso a terra, la punta tedesca si rende conto come il desiderio provochi tensione interiore. Nello specifico il desiderio di un massaggiatore e di percuotere il libero con il Vecchio Testamento. Ricevute le attenzioni della spugnetta ontologica, Schopenhauer scopre che la felicità è cessazione della sofferenza e che, come spiegherà molto meglio Califano, tutto il resto è noia.
Sul pallone, per battere la punizione divina, si porta S. Kierkegaard esclamando “batto io, sono come Maradona”. Il danese (filosofo non canide) realizza (un concetto non un gol) che desiderare essere qualcun altro è la malattia mortale e spira. Si prepara quindi un positivista che grazie al metodo scientifico può affrontare tutte le sfere della conoscenza, quindi anche il pallone. Calcola traiettorie impercettibili e codici di geometrie esistenziali e calcia con la spocchia di un oxfordiano represso.
L'inglese non aveva fatto i conti con il portiere Socrate (senza s finale, quello è un chirurgo) che, sapendo di non saper parare, fa capire dove vuole andare a parare e para di fronte allo sbigottimento di Anassagora, che è suo amico ma mica lo capisce tanto bene.
Socrate afferra la sua borraccia e prima di bere ne offre ai compagni che si scherniscono:

“No grazie Socry, non ho proprio sete”
“Ma come sei tutto sudato, hai la bocca disidratata dalla retorica scolastica, dai non essere empio”
“No no davvero, bevi tu io ho un po' di ritenzione, grazie comunque”

L'azione si capovolge e un nichilista punta dritto verso la porta avversaria. Il centromediano metodista epicureo si propone sulla sinistra:

Epicureo: “passa passa che voglio provare a fare gol”
Nichilista. “NO!”

Giunto al limite dell'area il nichilista non si esime dal non evitare di tirare nella direzione opposta a quella dove non c'è la porta avversaria, creando una leggera confusione tra le fila antagoniste, per quanto esse non esistano anzichenò. Il portiere, un barbiere inglese di nome Ockham (titolare del salone "Rado chi non lo fa da sé"), blocca il pallone con fare da portinaio e estraendo un rasoio esclama:

“Ah regazzì, mo te lo taglio sto pallone” con un vago accento di Cambridge.

Ockham rimette in gioco servendo Schopenhauer che, pensando ad uno scambio, ritorna il pallone al portiere. L'inglese era però distratto dal dubbio di non aver considerato tutte le possibili soluzioni tattiche facendola un po' troppo semplice e non vede il pallone che gli rotola di fianco finendo in rete. Schopenhauer, di nuovo preda del dolore argomenta che quell'autogol esiste nel suo mondo di volontà e rappresentazione e solo lì agisce con tutta la sua ignominia. Decide quindi di togliersi la vita facendo suo un sacramento dello stoicismo che trovava molto sexy, annullando di fatto l'esistenza stessa di quell'autogol. Il tedesco però, spinto anche dal desiderio di far insolentire Seneca, non valuta il fatto che con quel gesto anche tutto ciò che stava esperendo esparisce, rendendo vano il progetto di ricerca di un senso della vita che prevalga sugli altri.
Solo l'arbitro rimane, che in un eccesso di iconoclastia, si sfila la maschera mostrando il volto di Luciano Moggi.
Le cronache sono frammentarie, ma qualcuno giura di aver sentito il quarto uomo esibirsi in una pletora di bestemmie.

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giovedì 6 settembre 2007

L'importanza di un bel taglio degli occhi


Talvolta ricordo di avere una cucina e, quando capita, amo passarvi del tempo stupendomi di possedere pentolame sconosciuto e inseguendo cibarie con stampigliata sopra la data di scadenza seguita dall'acronimo A.C.
Una sera particolarmente illuminata dall'estro culinario, mi stavo scaldando una piadina con un cuore di strutto... il mio. In nome dell'ecologia e del costo esorbitante delle lavastoviglie, consumavo il mio pasto frugale con l'ausilio di stoviglie riciclabili e cercando di distogliere l'attenzione dai miei trigliceridi ipertrofici con la visione di un programma televisivo croce e delizia di chiunque ambisca a definirsi intellettuale: blob di Ghezzi (Enrico non Dori) e Giusti.
Ghezzi parla fuori sincro. Vale a dire che le immagini lo ritraggono mentre dice qualcosa, ma l'audio riporta un altro discorso. Di solito sono entrambi incomprensibili, ma questo, nell'immaginario collettivo del pubblico sgamato, significa che il buon Enrico è uno veramente sexy e provare ad obiettare che sarebbe un gesto delicato rendere chiaro un concetto ogni tanto, equivale a dimostrare le enormi lacune intellettive di cui disponiamo. Indi per cui è generalmente consigliato accompagnare un silenzio annuente a delle espressioni di profonda ammirazione.
Un giorno forse capirò quali meccanismi mettere in moto onde evitare che i miei discorsi incomprensibili vengano apostrofati con frasi del tipo “quale sottofamiglia di peyote ti sei fumato?”.
Non che la critica disdegni il mio lavoro, anche se il fatto che la gran parte delle recensioni orbiti attorno all'espressione “inutile babbeo”, mi crei, a volte, uno sconforto che in qualche modo traduco in stimoli.
Tornando al mio pasto frugale e al blob delle 20 mi duole raccontarvi di uno spiacevole evento. Nel turbinio di immagini e parole, reso sensato dai due autori, è apparsa come una roncolata al buio, l'agghiacciante sequenza di un rasoio che tagliava per lungo il bulbo oculare di una persona. Immediatamente dopo ho potuto constatare come la mia masticazione difetti di accuratezza: praticamente la piadina, appena all'imbocco del canale digestivo, mi si è riproposta sul piatto ancora ben riconoscibile nei suoi ingredienti principi. Dopo essermi stropicciato gli occhi per il raccapriccio per circa 22 ore consecutive, tanto che ora vedo costantemente un alone che ricorda vagamente i lineamenti di Wladyzlaw Zmuda (centrocampista polacco degli anni 80), ho deciso di scrivere una lettera di protesta a Ghezzi:


“Illustrissimo signor Enrico, nonostante io mi accinga a vibrare una sentita rimostranza nei Suoi confronti, mi preme premettere la mia infinita stima per il Suo lavoro. Io come Lei rimpiango i bei tempi andati scanditi da orinali messi sotto i letti per la notte e un film di Eisenstein sulla rivoluzione. Sono altrettanto disgustato dal fatto che ora sotto i letti si trovino solo collezioni di Playboy e alla televisione immagini tecnotroniche e pornofile. L'ho sempre sostenuta nelle conversazioni più articolate con il tizio in libertà vigilata che mi pulisce la piscina, che La trova filologicamente inopportuno, finanche quella volta che bollò Il lungo silenzio (piano sequenza di 205 minuti girato in un campo di grano senza un dialogo e senza nemmeno un intervallo per le toffolette) come 'spudoratamente di cassetta'. Però questa volta, con la faccia sotto i Vostri piedi (e potete anche muovervi), mi permetto un umile contrappunto. Quella sequenza del rasoio e dell'occhio, che mi esento dal descrivere causa recente nutrizione, buttata lì in barba al Moige senza nemmeno prepararmi psicologicamente (per esempio ascoltando per un'oretta delle unghie che raspano su una lavagna), mi ha sconvolto oltre la possibile comprensione del Suo voler colpire dritto nello stomaco lo spettatore, mostrandogli, per colmo, persino il suo contenuto.
Non è certo colpa Sua se il vigile garante decreta ostracismi per mezze tette a mezza notte e poi consente la trasmissione di ablazioni oculari a tradimento nell'ora del desco. E forse il Suo intento era proprio sottolineare l'inutilità di un garante o, a scelta, la necessità di uno che garantisca per esso.
Non saprei come descriverLe il mio scuotimento interiore (cioè delle interiora). Forse dovrei chiamarla e sottoporLa all'improvviso all'ascolto del suono di un palloncino sprimacciato, oppure potrei farmi trovare nel Suo bagno intento a flagelarmi la carne tra le dita dei piedi con un foglio di carta di taglio. Così forse capirebbe. La invito comunque a visitare il blog da cui Le scrivo e, per culmine di benevolenza, anche ad abbozzare una risposta. Mi troverà sicuramente qui, anche perché a pensare all'immagine dei piedi che ho poc'anzi descritto, ho perduto la facoltà deambulatoria.
Suo servo, lo Cruman.”


Non ci crederete, ma il sommo mi ha risposto. Ho ricevuto una sua missiva, solo che Ghezzi oltre a parlare, scrive anche fuori sincro: nella lettera ci sono scritte delle parole, ma se la leggete vi comunica tutt'altro. Ve la riporto qui in sincrono:


“Caro diversamente intelligente, ho letto a stento la sua cordiale lettera, perché da qualche giorno tento di scacciare un alone che ho negli occhi. Leave me alone. Sono incerti del mestiere, ma grazie al cielo posso godere del supporto umano di Marco Giusti, che ha letto per me la sua missiva, anche se fatico a capire quello che dice il mio collega: per qualche strano difetto congenito il suo labiale corrisponde perfettamente a ciò che dice, capirà che non è affatto facile interpretarlo.
Ho avuto il piacere di dedicare uno scorcio del mio tempo al suo blog ed ho capito molte cose. Ho capito (grazie alle sue fotografie) il dramma di chi, come lei, è stato scelto dalla natura per consentire alle genti di apprezzare il bello (a questo serve la bruttezza) e mi è doluto anche verificare come la sua bassa scolarizzazione le impedisca di notare la differenza tra Kubrik e Fracchia contro Dracula. Detto questo, mi sembra superfluo sprecare altro tempo, che sarebbe meglio impiegato analizzando le implicazioni animiste nel lavoro di un emergente regista azteco morto di Red Bull, per darle una qualsiasi spiegazione del mio lavoro che, ovviamente, le risulterebbe noiosa come un titolo di un film della Wertmuller. Del resto, può forse chiedere a Dio di spiegarle la Creazione o perché Essa comprende Frosinone?
Con umana pietà, E.G. (epuntogpunto)
P.S.
Se la trovo nel mio bagno la faccio impiccare con la pellicola di The fast and the furious, ai ripetitori di Mediaset.”

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lunedì 3 settembre 2007

Tutti in peti sul divano


Quando sento parlare la TV che parla di TV e i giornali che parlano dei personaggi che si vedono in TV, ho lo stimolo a far sì che questo blog parli di questo blog, ponendosi a buon diritto fra i mass-media di primo livello, quelli che si parlano addosso: qualche giorno fa lo Cruman ha fabbricato il post che trovate scrollando questa videata verso il basso. Ha preso spunto da uno scritto di un tifoso apparso (tanto lo scritto, quanto il tifoso) su una rivista di motorette. Dal pezzo incriminato, o meglio indiscriminato, emerge che il tifoso è contento se nelle gare mondiali di motorette vince Valentino Rossi e per converso se ne ha a male se invece, come accade spesso quest’anno, la spunta Casey Stoner. I tifosi di motorette sono persone che – stando a quanto si afferma in TV – si alzano in piedi sul divano (azione antigienica e pericolosa, dato che i piedi affondano nei cuscini compromettendo l’equilibrio del temerario telespettatore) durante i duelli fra i loro beniamini.
Quando sento parlare di tifo, comunque, non mi viene mai da pensare alle motorette, bensì al calcio. Pur non soffrendo di tifo, nella mia vita mi è capitato di entrare in contatto con persone che ne sono affette: pensate che una volta, in tempi di campionati mondiali di pallone, verso le otto di sera incontrai un mio vicino di casa – un assicuratore di mezza età con la panza di prammatica – abbigliato come un giuocatore della nazionale e con un televisore sotto il braccio. Andava a seguire la partita in giardino assieme ad alcuni suoi simili. Comunque nel mio quartiere vi sono molti ammalati di tifo, anche se si vestono meglio dell’assicuratore. Ad esempio c’è un giovine che per seguire tutti gli incontri di pallone che il buon dio fa svolgere in terra s’è abbonato alla pay TV, e in conseguenza di ciò lo si sente spesso strepitare la parola “goal” col tono di voce di un suino che sta per essere scannato. Episodi come quelli appena elencati mi aiutano a orientarmi più a favore delle motorette che del calcio.
Quando sento parlare di motorette mi rendo conto di saperne poco o nulla, se non che devi mettere le marce col piede invece che con la mano come in automobile, e se viaggi forte forte devi fare le curve grattando l’asfalto col ginocchio come se stessi scendendo dalla motoretta, solo che non scendi, resti in sella. Perciò non do giudizi su come guidano Rossi e Stoner, sebbene mi sia chiaro che Rossi è italiano e suo padre faceva il pilota, mentre Stoner è australiano e credo che suo padre gestisca un caseyficio. Nonostante risultino geograficamente agli antipodi, Vale e Casey hanno in comune l’eccezionale abilità nel condurre mezzi meccanici progettati da persone altrettanto abili per altri versi, ed è inutile urlare e sgolarsi nella convinzione che con ciò costoro facciano meglio il loro mestiere. Ieri ho seguito in TV il GP di Misano Adriatico e ho riflettuto proprio su quest’aspetto. Sono loro che perdono o vincono, e sono soltanto loro ad avere titolo per dire “abbiamo vinto” o “abbiamo perso”. Non tutti noi che siamo stravaccati sul divano come i risibili interpreti dello spot di alice, i quali se invece di parlare si sfidassero in una tonante battaglia batteriologica da salotto risulterebbero molto più credibili e naturali.
Quando sento parlare di batteri penso a quelli che generano il tifo. Sono di ceppi diversi e perciò la malattia si trasmette e si sviluppa con modalità differenti. Riconoscerla non è semplicissimo a causa della varietà dei sintomi: ipertermia, cefalea, brividi, eruzioni cutanee, dolori articolari, tosse, vomito, ipertensione arteriosa, disturbi del sistema sensoriale, delirio, intorpidimento cerebrale. Insomma, il rischio è che uno che si ubriaca per bene mostri i sintomi del tifo e viceversa. La vera figata è che la parola “tifo” deriva un po’ dal latino “týphus”, che significa vapore, e un po’ dal greco (antico) “týphos”, che invece vuol dire proprio vapore; sempre in greco c’è pure un verbo, “týphein”, che significa bruciare, mandare in fumo o generare vapore e quindi, in metafora, offuscare i sensi. Nell’antichità il tifo faceva vittime ovunque, mentre oggi resta un problema del terzo mondo, quella parte del pianeta per la quale nessuno tifa. Nel primo mondo, invece, ce la vediamo col tifo metaforico e coi suoi danni a cose e persone (tipico il caso dello Cruman, danneggiato nello spirito dal tifoso che elzevireggia di motorette). In alcuni sport il tifo è una specie di tassa da pagare.
Quando sento parlare di tasse penso a Valentino Rossi che nel GP di Misano Adriatico ha fuso la motoretta e così ha bruciato le carte buone che aveva. In nome del mezzo gaudio gli hanno tenuto compagnia Pedrosa e Hayden, il primo atterrato e l’altro costretto ad andare fuori pista da un De Puniet sbandato. Di sicuro è andata meglio a Melandri, quarto malgrado gli acciacchi di una brutta caduta nelle prove, ed è andata giusta a Stoner, che era il pilota più veloce in sella alla moto più veloce e quindi ha vinto. Sono cose che capitano, nelle gare. Tutto il resto, a partire dai fuorigiri mediasettici sino alle dietrologie che troveranno inchiostro da bruciare al posto della benzina, sono discettazioni di tifosi che si interrogano se è più giusto inneggiare a un pilota italiano su una moto giapponese oppure a una moto italiana sotto il culo di un pilota australiano, favoleggiano di un team da sogno con la moto italiana in mano al pilota italiano, e all’atto pratico fanno compagnia agli inetti amici di alice che emettono peti sul divano.

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giovedì 30 agosto 2007

Ducazzate


Non è mia abitudine leggere le riviste di motorette. Fondamentalmente per senso di compassione verso i tapini giornalisti del settore che imprecano a scoppio mentre zigzagano tra ciò che il mercato li obbliga a dire e ciò che la competenza di cui sono portatori, suggerirebbe loro. Comprendo il loro macerarsi mentre scrivono che la supersportiva di turno regala soddisfazioni adrenaliniche a qualunque regime, ricordandosi i sudori freddi patiti durante la prova in pista. Ad ogni curva il pensiero ricorrente “moriremo tutti” si accompagnava alla voglia di scrivere che a quella due ruote mancano solo le maniglie per somigliare ad una cassa da morto.
Per destino miope ho però acquistato una copia di “dueruote” di Agosto invece di “duevuote”, noto prodotto tipografico di suggerimenti topografici sulla localizzazione delle veline (cioè quali locali frequentano frequentemente). Considerato l'esborso inopinato di “solo 2 euro”, come strilla la copertina, ho deciso di onorare ste sole 3872,54 lire e leggere sto dueruote.
Mi sono così compiaciuto di scoprire che non serve essere esperti di motorette per scrivere su una rivista di motorette. Prova ne è che ho scorto tra le pagine gommate, un articolo di Guido Meda, infronzolito da una di lui fotografia che lo ritrae seduto al contrario su uno scooter, in una posa sprizzante simpatia e dubbi sull'adeguatezza del nome di battesimo del buon Meda.
L'articolo, titolato “Ducatismi”, vomita astio compresso ad ogni fonema, un po' come un qualsiasi mio pezzo, anzichenò. All'inizio l'autore mantiene il suo solito stile: quello di creare parole a caso nel tentativo di ottenere lo stesso risultato di un Benni in stato di grazia, finendo però per somigliare in modo imbarazzante al mio meccanico Giggi il visagista delle carburazioni, che le parole le inventa perché quelle buone non le sa. Per esempio, da quando Reggiani gli spiegò (a Meda non a Giggi) che cosa fosse un motore a distribuzione desmodronica, Meda cominciò ad usare il prefisso “desmo”, trovandolo particolarmente sexy, per qualsiasi locuzione verbale ed anche in questo pezzo si lascia sfuggire la possibilità di esibirsi in un dignitoso “velocità desmodata” per il più fine, ma non finissimo, “desmofigate”. A esibizione esaurita il “giornalista” riassume in due larghe colonne infami l'elaborato concetto secondo cui “il fatto che Rossi perda contro sto ragazzino australiano mi fa svalvolare le desmoballe”. Dapprima fa una disamina della tifoseria ducatista come se stesse parlando di una razza di volatili infestatori con la vermilaria, dopodiché getta il suo occhio clinico sul pilota Stoner, arrivando, per l'ennesima volta, a definire il leader del mondiale “carino”, un po' perché riuscire a definirlo “bravo” per lui è come per Fonzie dire “ho sbagliato” e un po' perché, secondo me, lo trova davvero carino con estremo disappunto della moglie (di Stoner, non di Meda).
Non si nega nemmeno il piacere di disegnarlo come un odioso arrogante “così bizzoso che se non fosse un vincente lo manderesti a quel paese in una settimana” (la frase è persino virgolettata in corpo 12 a centro pagina, come un aforisma di Fromm o di Brumm). Meda non fa nomi, ma siccome nessun telespettatore ha mai visto Stoner fare “bizze” e “buttare lì rispostacce” (sembra invero sempre così compassato da far pensare che di anni ne abbia sì 21, ma per arto), appare chiaro che l'autore abbia avuto informazioni dirette dal box Ducati, in cui i tecnici “accettano (il comportamento di Stoner ndb), perché sono brave persone e intelligenti, anche se a volte è dura da mandar giù il cazziatone di un ventunenne lunatico”. In pratica semina zizzania, all'interno della squadra rivale. Divide et impera (.com).
Per finire torna sui tifosi. Sostiene che il popolo ducatista sia ormai ammorbato da “frustrati tifosi perdenti dell'era moderna” che pensano solo a parlare male di Rossi. Un po' come un tifoso di Rossi che, scornato dalle recenti sconfitte, descrive il suo rivale come un ragazzino arrogante. Ah sì, Meda ha ragione da vendere, anzi, si direbbe che l'abbia venduta tutta. La ragione.
Decisamente poco efficace il tentativo di edulcorare la sua bile con un mal riuscito complimento al mondo delle rosse definendolo un “approdo culturale e non uno slogan curvaiolo” e detto da uno che ha fatto degli slogan curvaioli i suoi cavalli (motore) di battaglia, deve avere un certo significato... da qualche parte.
Nella chiusa Meda rivendica il diritto di essere un tifoso e svolgere il suo ruolo di giornalista esprimendo la sua passione viscerale. Sostiene che la sua parzialità si possa evincere solo da un salto di ottava acustica di cui si rende autore quando Valentino passa per primo sotto la bandiera a scacchi e non certo dal fatto che ripete fino alla nausea che Stoner vince grazie ai rettilinei e se ci sono le curve vince grazie alle gomme e se non ci sono le gomme vince perché lo Stato ingrato vuole dei soldi da questo “miracolo sportivo contemporaneo” senza tener conto che a Rossi “dobbiamo tutti molto più di quanto non si intenda”. Spero di non dovergli i soldi che il fisco reclama perché ho finito il carnet degli assegni.
Questo Emilio Fede delle due ruote dovrebbe capire che il giornalismo sportivo è un'altra cosa. Non pretendo certo di avere un Pizzul, un Bragagna o un Carosio, ma almeno, come succede su mediaset premium, sarebbe carino se si potesse scegliere tra il commento di un giornalista e quello di un tifoso.
Forse è vero che Stoner come pilota è solo “carino” e come uomo è un ragazzino arrogante, forse è vero, mi spiace Meda fattene una ragione, che al mondo possa esistere qualcuno a cui non piaccia Valentino, ma come diceva sempre mio nonno, e allora? A che scopo enfatizzare la prima notizia e considerare la seconda un reato di lesa maestà? Dobbiamo rassegnarci al fatto che l'informazione di massa (quindi non quella degli addetti ai lavori) sia ridotta a una scazzotata verbale tra tifosi? Allora chiamiamo anche Biscardi e Mughini e in poco tempo avremo i celerini negli autodromi. Non dimentichiamo che qualche vittoria fa il “collega” Cereghini ipotizzò con una certa dose di spocchia che la Ducati stesse imbrogliando. Moggi si aggira in fondo al cavatappi di Laguna Seca.
Chissà come sarebbe stato un pezzo di Meda su Ducati e Stoner con Rossi saldamente in testa al mondiale.


È indubbio che sarebbe cosa buona se tutti sapessero perdere e soprattutto se tutti sapessero vincere, ma un giornalista non vince e non perde, un giornalista racconta la sfida. Se proprio non ti riesce di farlo, caro Meda, fai come tutti gli altri: scavalca le recinzioni e goditi la gara dal prato.

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