Visualizzazione post con etichetta rapporti umani. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta rapporti umani. Mostra tutti i post

martedì 15 aprile 2008

= | <>


E facemmo delle lugubri urne, governo. Certe notti, coi bar che son chiusi, sono poetico come un'alba su Bagnoli. Ha vinto quello lì, non l'altro ed ora ucciderà una capra o qualsiasi altra cosa faccia per celebrare il successo. Che poi è uguale, almeno a me sembra uguale, dico a quell'altro non alla capra. Che ha vinto quello, per ora, lo ha detto uno che va fuori dai seggi a chiedere di dire quello che la gente ha espresso nascondendosi in una cabina non più telefonica, però tutti gli credono, sebbene abbia l'affidabilità di un oroscopo coi dadi. Non tanto perché non si impegni o non sia bravo, anzi è capacino. Non è colpa sua se per quarant'anni alla domanda “ha votato DC?” ha visto gli elettori rotolare per le scale reggendosi la panza, per poi ritrovarsi con lo scudo crociato in vetta alle classifiche dei partiti più fighi. La democrazia (quella vera, non quella cristiana), tra le tante controindicazioni annovera il privilegio di non perdere mai. Anche quell'altro, quello condannato dalle percentuali (non dai tribunali), non dice di aver perso, dice che è il primo partito in Italia con a capo uno che si chiama Walter. Ma non è di elezioni che voglio parlare in questo giorno in cui si deve parlare di elezioni. Voglio parlare della legge fondamentale della democrazia: tutti siamo uguali. Fra noi, non a una cosa in particolare. Questo dovrebbe rendere meno amaro il pensiero che Rita Borsellino, al senato, ha trovato chiuso, mentre Cuffaro è entrato offrendo paste e mani all'interno. Tanto siamo tutti uguali no? Sia chiaro, essere la sorella di un uomo eccezionale non fa di nessuno una persona eccezionale, guardate Caino e Abele. Però purtroppo essere Cuffaro ha sicuramente i suoi genotipi a corredo.
L'uomo vive in maniera contrastata l'uguaglianza che la democrazia gli impone. A me persino la vaga somiglianza fa venire le bolle, ma questa è un'altra storia che merita di non essere raccontata. Ognuno di noi ha nella propria struttura mentale, nella funzione stessa dei propri sensi, un sistema di valutazione che rende ogni cosa diversa dall'altra. È abbastanza semplice rendersene conto ascoltando un virtuosismo di Tartini e immediatamente dopo la Iervolino che canta Napule mille colori. Ma non sempre è così facile capire perché una cosa, un essere vivente, sia, percettivamente (non esiste questo avverbio, ma è uguale... a quelli che esistono) diverso da un altro.
Se c'è un delfino in difficoltà si mobilita mezzo mondo, se un toporagno è sull'orlo del suicidio a causa delle continue crisi di identità, bene che gli vada qualcuno lo schiaccia nella sua toporagnatela. Nessuno lo dice, ma tutti sono convinti che un delfino meriti più attenzione di un toporagno. Ne cala che un musetto simpatico e qualche comparsata hollywoodiana delimitino il confine tra la vita e la morte. D'accordo, il delfino è più intelligente, più evoluto, almeno secondo noi. Perché magari il toporagno possiede la telepatia, la transustanziazione, il teletrasporto e conosce personalmente il sindaco di Vetralla. Ma se muore un delfino, raccapriccio, se muore un toporagno, la prossima volta cerchi di avere una connotazione più chiara. Essere meno intelligente, meno evoluto non dovrebbe essere un buon motivo per non meritare attenzione. E il fatto che Bush guidi il paese più potente del mondo, dimostra questa mia tesi.
Tornando alla razza umana si trovano altre misteriose disequazioni. A parte qualche raro (e spesso ingiustificato) caso di complesso di inferiorità, le persone si pongono generalmente nel confronto con il prossimo, basandosi sul presupposto del “sei un idiota” e non provate a negarlo: pensate ai precedenti partner del vostro consorte o alla gente in macchina la domenica. Inoltre il sistema democratico consente la libera competizione, vale a dire la ufficializzazione della diversità qualitativa (basata su valori imposti) tra le persone. Il desiderio di primeggiare in questa tenzone qualitativa che solitamente dà accesso a privilegi, macchine veloci e donne di malaffare, scatena comportamenti spesso antidemocratici. Questo non succede, per esempio, nell'ambito dell'intelligenza: tutti sono convinti di averne abbastanza.
Eppure la cultura sociale spinge da un lato sì, a darsi un tono, ma dall'altro a darsi un toner, per fotocopiarsi. Non a caso è la cultura che ha portato alla clonazione. Tutti desiderano essere come qualcun altro, di avere i suoi privilegi e questo non è un dettaglio irrilevante perché significa che solo loro vogliono essere così, perché se lo fossero tutti, quelli che prima erano privilegi diventerebbero normalità, quindi indesiderabile. Kierkegaard chiamava questa “la malattia mortale”, sebbene Barnard insistesse nell'affermare che la miocardiopatia dilatativa era “la malattia mortale”.
Guardiamo quello che facciamo con i nostri figli... vabbe' i vostri io non mi riproduco per decenza.
Siamo contenti quando i nostri bambini sembrano già grandi a un'età in cui sarebbe acconcio essere piccoli. Che ometto, che signorina...che palle. I bambini si vestono, si atteggiano, si muovono come degli adulti. Come degli adulti deficienti però. I maschietti sembrano delle rockstar nane, giocano a calcio e scimmiottando i comportamenti dei grandi, simulando falli, chiudendo piccoli arbitri negli sgabuzzini ed entrando in campo con i capelli unti. Le bambine sembrano delle veline riassunte, hanno le zinne accennate ma fanno le dive (cit). Vengono educati alla modellizzazione per poi ritrovarsi a cercare la propria personalità nel cesso di qualche discoteca, aspettando un genitore rassegnato che li venga a prendere.

Papà - “Perché hai le pupille così dilatate?”
Figlia - “Ehmm perché nel locale è buio... e tu?”
Papà - “Mi sono fatto una canna mentre aspettavo”

Non c'è uguaglianza nella vita e nemmeno nella morte, non me ne vogliano Totò e la sua livella. Se vieni stuprata e uccisa nella periferia di qualche città periferica, è normale... è uguale. Se muori in un incidente nel Ciad, si mobilita il ministero, i telegiornali (in ordine inverso) e un popolo di telespettatori commossi. Noi abbiamo sempre avuto questa fissazione per le cose straniere, anche per la morte straniera. Qualche privilegiato nella morte ce l'abbiamo anche qui, devo ammetterlo, ma ci vuole una villetta, i RIS di Parma, l'avvocato Taormina e il plastico di una uguale morbosità.
Insomma siamo uguali, non vorremmo esserlo ma lo pretendiamo. Sembra un discorso di Veltroni. L'uomo, la democrazia, la politica. Probabilmente sono cose nate da tre fonti diverse. Che ora, se esistono, ridono dentro un bar.
Siamo all'alba di una nuova legislatura. Non credo che il buon giorno si veda dal mattino, altrimenti la mia vita sessuale sarebbe molto più soddisfacente. Ma tanto... è uguale.

Technorati Tags: ,

giovedì 8 novembre 2007

LaMenteVola


Ci sono troppo cose da fare, in un arco di tempo teso e puntato verso di te. Devi essere svelto per agire in un breve lasso di tempo, devi essere l'asso del tempo. Non è impossibile, se non consideri troppo le conseguenze e soprattutto se non perdi tempo a pensare che è impossibile. Quello che grippa i miei meccanismi è invero un'altra questione: perché ho così tante cose da fare? Non dico che passerei la mia esistenza con le mani nella dispensa e i piedi davanti a un camino di pile, ma in qualche modo vorrei arrestare questa escalation di incombenze. Fai meno cose, direte voi. Tutti laureati eh?
Non si può fare meno cose, si può solo riposare meno: fare meno pausa e diventare intrattabili. All'inizio agisci con moderazione e con moderazione ti viene chiesto di fare un po' di più. Tu già che hai un po' di tempo libero e un extragettito di energia dato dalla crisi dell'onanismo, aumenti volentieri il livello di impegno. A un certo punto ti accorgi di essere fuori budget, che hai splafonato di un buon 700% dai tuoi bilanci preventivi e che forse è il caso di ridurre gli impieghi. Non si può. Questo processo è privo di reversione. Se dai, nessuno accetterà mai che tu smetta di farlo o che tu riduca il flusso attivo. Quindi puoi solo smettere di dare a te stesso, perché probabilmente sarai l'unico che non se ne lamenterà.

Volevo scrivere un pezzo sull'assenteismo nella pubblica amministrazione. Sul fatto che un'azienda privata cerca di sopravvivere lavorando anche i notturni festivi di malattia in ferie, mentre l'azienda stato in condizioni di posto assicurato e di impossibilità (teorica) di fallire, ha un livello di produttività infimo. Eppure se parli con qualsiasi dipendente statale ti dice che lavora nelle miniere di Golconda con un salario terzomondistico.
Pensando ciò, mi sono venuti in mente i Radiohead (un gruppo musicale di cui so più o meno come di meccanica olistica). Questi giovani alimentatori di iPod hanno messo on line il loro nuovo disco, a disposizione di tutti, con la formula “pagalo quanto te pare”. Il 62% degli scaricatori di posto (nel senso di sito) ha elargito la rutilante cifra di O sterline. Eppure senti dire in ogni dove che è giusto comprare i cd pirateschi perché i prezzi degli originali sono troppo alti. A sentire quelli più avvertiti, la contrattazione magrebbina è una controfluttuazione di marketing. Mica un furto.
Ponderando in tal guisa, sono andato a pranzo. In uno di quei ristoranti di aggregazione o più semplicemente uno di quei posti con i tavolini ammassati per ottimizzare il meccanismo di apertura del registratore di cassa. Nel tavolo adeso al mio c'era una coppia in crisi. Cioè lui era sicuramente in crisi perché letteralmente tramortito da una raffica di parole provenienti dalla relativa. Io non volevo ascoltare, anzi facevo di tutto per distrarmi, ma eravamo talmente contigui che il fittissimo soliloquio ad alta frequenza della donzella, mi ha gratinato i maccheroni. Penso grazie ad una specie di effetto microonde.
La litania, solo saltuariamente rotta da alcuni tentativi di intromissione da parte del deprecabile tapino che però mai si elevavano oltre il “perso cucchiaio pappa”, era cadenzata da alcuni refrain ben modulati e usati come rafforzativi dei passaggi meno intensi. Quelli che parevano avere maggiore influsso sul quel cratere d'uomo erano piangere disperata, soffro, te ne accorgerai, tua madre, puttaniere. A volte, quando si sentiva attaccata, in un impeto di rivalsa del soggetto che ha voluto come marito dichiarandolo di fronte a testimoni, riusciva ad utilizzare tutti quei ritornelli in una stessa frase, provocando devastanti effetti retorici e un leggero sisma sussultorio avvertibile ai piani alti. Comunque in tutta la conversazione, l'unità carbonio di sesso maschile non è riuscita ad articolare argomentazioni più efficaci di “calcetto con gli amici”. La sua disfatta è arrivata nel momento in cui, in preda ad un marasma kafkiano ha replicato alla parola “compromessi” con “lo so bene, l'ha detto anche Berlusconi – compro Messi - ma il Barcellona non vuole venderlo”.
Alla fine io ho preso un caffè, loro un avvocato.

Anche loro erano scontenti. Anche loro volevano di più.
Non che ci sia qualcosa di male nel volere di più, ma se le persone pretendessero da sé stessi la metà di quello che pretendono dagli altri, il mondo sarebbe un posto in cui io potrei pranzare in santa pace.
A parte la diffusa confusione riguardo ciò che è dovuto e ciò che si deve, non capisco come il lamentarsi di quanto non si ha possa in qualche modo sortire effetti migliori dell'emettere gridolini goduriosi per la dotazione di cui si dispone.

“Sono depressa”
“Sei una bella donna”
“Mmmmsì, ma ho sposato un culo che spunta dal frigorifero”
“Sei perfettamente in salute”
“Ma mio figlio non sa costruire una proposizione se non include il nome di una squadra di calcio”
“Sei intelligente e hai qualcuno che ti vuole bene”
“Sai a che servirà quando avrò il culo basso”
“Hai una casa e la stabilità economica”
“Il mio capo è antipatico”
“Raggiungi l'orgasmo senza dover chiamare i caschi blu dell'ONU”
“Ma a me piace un mio collega. È così tenebroso, non questo divano che russa”
“Puoi decidere ciò che vuoi della tua vita, hai le risorse per farlo”
“Mmmmmi annoio”
“Fottiti”
“Mmmmnon mi va”

Io so scrivere. Probabilmente è l'unica qualità che ho. Le maggiori case editrici del mondo mi tengono in considerazione un'ottava meno del loro dentista e valuterebbero l'idea di pubblicare un mio pezzo solo se la prossima apocalisse scegliesse me come superstite, ma io sono così felice di saper scrivere che correrei nudo lungo un ponte di Calatrava.

Technorati Tags: ,

giovedì 2 agosto 2007

La piatta forma dell'amore


Marino. Il mio nome è Marino. Se a qualcuno fu dato un nome e simultaneamente un destino, quello fu'io. A scuola lo coniugai con discreti risultati e una volta adulto, gli resi una dignità di aggettivo divenendo un amante del mare, delle onde, delle battigie, delle risacche, dei frangiflutti e del bagnasciuga (unico luogo ricorsivo). Per me amare significa a mare. Infatti sono addetto alla trivella su una piattaforma petrolifera.
La vita qui è dura: passo molti mesi lontano dalla mia famiglia. Ah non vi ho detto che sono sposato. Io e Elba abbiamo fatto le cose molto in fretta: ci siamo sposati per non correre il rischio di non farlo. Forse avrei dovuto pensarci meglio e il fatto che i suoi genitori accolsero la notizia delle nostre intenzioni coniugali con ventuno salve di cannone avrebbe dovuto rendermi garbatamente circospetto. Comunque le cose proseguono senza intoppi di rilievo, perché non è vero è che il matrimonio è la tomba dell'amore, è solo che il confine tra tre metri sopra il cielo e tre metri sotto terra è meno netto di quanto si pensi.
Sta di fatto che in un momento di grande riflessione introspettiva e, per essere precisi, quando Elba manifestò il proposito di farmi a pezzi e gettarne alcuni nel Po e altri nel Ticino nella speranza che si ricomponessero a Comacchio, ecco in quel profondo momento di simbiosi spirituale decisi di partire per la piattaforma.
Elba però mi manca perché le voglio davvero bene e lei mi completa come essere umano. Un po' anche perché qui siamo tutti uomini, ma non pensate che io sia un gretto insensibile, sarò orso, forse misantropo, sicuramente narcisista con le emozioni distorte, ma di certo non sono... non sono... che cosa avevo detto di non essere? Non importa, perché ora sono felice e tutto grazie all'onorevole Lorenzo Cesa. Costui si è erto in difesa di noi forzati della solitudine, di noi seguaci di Onan il miope. Cesa ha proposto di finanziare i deputati per consentire il ricongiungimento dei familiari e quindi impedire che gli stessi deputati sublimino la promessa d'amore suggellata con lo scambio anulare, sul raccordo omonimo. Ebbene io ho chiesto e ottenuto di godere dello stesso privilegio (non quello sul raccordo, il riavvicinamento). Perché anche io vivo lontano dalla mia compagna e perché anche il mio lavoro è importante: io faccio sì che le vostre auto siano mobili (tranne in prossimità dei lampioni), alimento le centrali elettriche (che accendono i lampioni) e un barile di altre cose. Così come i politici (anche loro pieni di piatteforme, da cui però non ho mai visto tirar fuori niente) ci consentono di... cioè loro fanno in modo che... i politici producono... servono per... insomma loro sono sicuramente più bravi di me, ma qui, in caso di estrema emergenza o crampi alle mani, non è che sia semplicissimo trovare una donna, nemmeno a pagamento. E pensare che mi chiamano er trivella.
L'idea è di quelle rivoluzionarie, tanto che ai concerti già vendono le magliette con la faccia di Cesa. D'accordo non lo conosce nessuno, ma tanto quelli che conoscono Che Guevara ai concerti non ci vanno più. Il concetto può trovare applicazioni inaspettate, per risolvere le questioni sociali più disparate e disperate. Si potrebbero dare dei soldi ai ladri per evitare che rubino, dare degli scudetti a Moggi per evitare che rinchiuda arbitri nei cessi, dare dell'intelligente a Cesa per evitare che cerchi di dimostrarlo. Secondo me le potenzialità sono enormi, ma io sono solo un trivellatore e, vi parrà strano, non sono un tipo molto profondo. Spesso faccio buchi nell'acqua, ma stavolta sono sicuro di non sbagliare: Cesa ce sa fa', non ci sono dubbi.
Ora sono felice. Elba è qui con me. Mi hanno dato una chiatta (chi ha detto un'altra?) e ora mia moglie vive ormeggiata a due miglia marine dalla mia piattaforma. Perché va bene il riavvicinamento, ma preferisco sia una cosa graduale. Il problema è che lei ora è depressa: le manca il suo circolo di maglia e cucito. Non le basta più tenersi in contatto attraverso il sito wwwpuntocroce. Quindi, per evitare che mi pianti in un occhio un ferro da calza, sto cercando di ottenere il riavvicinamento del suo circolo. La presidentessa del circolo però ha dichiarato che senza il suo terapista non può stare e lo stesso terapista si è detto contrariato di vederla partire prima di aver terminato il suo girocollo in gabardine.
Il nostro ingegnere ha calcolato che, continuando questo processo di avvicinamenti esponenziali, nel giro di pochi anni la piattaforma petrolifera potrà dichiararsi stato autonomo indipendente e dovrà importare petrolio per il suo fabbisogno energetico. A quel punto dovremmo mandare qualcuno sulla terraferma (ormai spopolata) per reperire materie prime. Questo qualcuno però si sentirà solo e chiederà il riavvicinamento dei suoi cari. Questa traslocazione ondivaga sarà la nascita di una nuova cultura sociale, che si affermerà nei secoli a venire, almeno finché, nel bel mezzo della transumanza, qualche uomo di buonsenso si fermerà un attimo e si accorgerà, come su un treno in partenza, di non essere fermo ma di muoversi insieme a tutti gli altri e, con un sintomatico ritardo esclamerà “ma che fuffolo stiamo facendo?”.

Confesso che queste sono tutte fantasie, perché la proposta di Cesa è stata respinta al termine di un confronto serio e pregno di senso civico e responsabilità. Purtroppo i sostenitori della tesi “se fate venire qui mia moglie me ne vado io” erano molto più numerosi dei “o fate venire qui mia moglie o vado a puttane... in ambulanza (sono per il sesso sicuro io)”. Sarà che si finisce sempre ad impegnarsi per ottenere qualcosa e poi a pentirsi di averla raggiunta, rimpiangendo i bei momenti in cui il desiderio di ciò che non si aveva era molto più avvincente del poterlo avere. Per questo sono qui in mezzo all'oceano: perché amo il mare e perché amo mia moglie.

Technorati Tags: ,

martedì 17 luglio 2007

Che cos'è un bacio? Un apostolo roso tra le parole "m'impicco"


Non sono mai stato un patito del contatto fisico, infatti una volta una persona mi ha toccato e ne ho patito. Questa volta però un sacrificio mi tocca (aridaje). Sbirciando il contatore di accessi non ho potuto fare a meno di notare che il suo incedere, basato sulla serie matematica che somma uno a ciò che già c'è, ha sfondato il tetto delle 100.000 pagine sfogliate di codesto blog. Centomila è un bel numero. È molto più trecentoventicinque, per fare un esempio. Centomila persone riempiono uno stadio con l'avanzo di un qualche migliaio che rimane fuori a scambiare battute con i celerini. Motivo per cui sarebbe il caso di passare al secondo stadio.
Sto tergiversando, ma ormai non posso più sottrarmi (altrimenti la serie matematica cessa di incedere). Vi meritate un bacio. Tutti quanti ne siete. Anche il mio personalissimo stalker toscano che mi insulta da un anno con metodo e dedizione. In fondo anche lui è un affezionato. Ve lo meritate perché se continuate a leggere ci deve essere una buona ragione, persino migliore di non avere niente di meglio da fare. Perché serve motivazione e volontà per superare gli ostacoli hillmaniani:
  • La lunghezza dei pezzi. In internet come nella vita le dimensioni contano. Io i soldi per comprarmi un Cayenne non ce li ho, quindi affermo la mia virilità repressa spargendo inchiostro per delimitare il territorio. Me lo diceva sempre mia madre “metti giù quella barbie”.
  • La latitanza di lo Spaggio. So per certo che molti di voi passano di qui esclusivamente per il corpo del nostro autore immagine (nel senso che immagino sia un autore). Purtroppo però il nostro si nega divenendo così un nonspaggio o !spaggio per gli avvertiti di logica.
  • L'annosa questione del fondo nero (è grigio scuro). Dopo alcuni ricoveri al reparto oftalmico del fate i bravi fratelli, alcuni smaliziati navigatori hanno escogitato tecniche di riabilitazione oculare. Ho persino scoperto che qualcuno ha trovato il modo di ridisegnare il formato grafico del blog (peraltro con colori talmente incompatibili che il mio gatto ha la coda gonfia da 3 mesi).

Insomma si può senza fallo affermare che siete un pubblico selezionato. Non certo un gregge inconsapevole che segue la massa, chessò, da Beppe Grillo o su incontriamocimasoloperamiciziafiguratisemiinteressafaresesso.it.
Eccovi quindi il vostro meritato segno d'affetto. Ma devo mettervi in guardia, almeno un po' (in guardina). Dietro ogni bacio si nasconde un tradimento. Potrei abbandonarvi per una intima volizione. Potrei vendervi tutti per un paio di calze trenta denari (in questo caso sarebbe una intima biancheria). Certo, il rimorso mi ucciderebbe, come un pitbull recidivo. Ma questo blog è solo uno specchio che moltiplica la personalità, espande la vita, come in un incubo di Borges. E gli specchi sono destinati ad andare in frantumi annullando la capacità di riflettere portando alla follia, come in un'altra serie stavolta pirandelliana, che porta da uno a niente e infine a centomila. Centomila come voi, come i centomila me, cloni ribelli che non vogliono somigliare a nessuno, come un gemello figlio unico.
Uno specchio non rimanda mai ciò che siamo davvero. Almeno non finché pensiamo di essere qualcosa. Come quando ci si osserva riflessi e non ci si riconosce. Non ci si somiglia. In quel momento surreale in cui non si capisce che cosa sia capitato alla propria faccia, ci si chiede se gli altri ci vedono così, con quella sconosciuta fisionomia. Ebbene no. Normalmente gli altri non ci vedono proprio, ma se capita, somigliamo a un loro lontano cugino, che ora fa il debeccapolli a Pinarella di Cervia.
Altre volte siamo lo specchio. Come quando scorgiamo attraverso il vetro che, per motivi riconducibili alla dinamica dei fluidi, siamo talmente ben pettinati che ci vestiamo e usciamo, anche senza una meta, come un triste giocatore di rugby. Ma non si può andare a letto con i capelli che stanno così bene. Immagine speculare. Speculazione dell'immagine.
Molti creano qualcosa per attirare l'attenzione. Forse io ho creato il blog per spostarla da me. Per sfuggire l'identità, creandone una dinamica. Uno specchio d'acqua su cui mi affaccio. Poi qualcuno ci tira un sasso in mezzo e l'immagine si perde in cerchi concentrici. Tu ti concentri e cerchi di fissarla, ma quando l'acqua si cheta, la figura è diversa e avevi appena finito di accettare quella di prima. Perché se sei bello di tirano le pietre, ma se sei brutto te le tirano più forte.
Insomma io il bacio ve lo mando volentieri, ma sappiate che non sono punto tranquillo, perché centomila è una massa e come insegna Canetti, la massa è potere. A me il potere non piace e con una schifezza di sillogismo dovrei dire che non mi piace nemmeno la massa. Ma questo sarebbe il minore dei mali. Se fossi io a non piacere alla massa, sarei in presenza di una massa critica, con conseguenze imprevedibili. Sarebbe un massacro. Fortunatamente però, per distruggere uno specchio bisogna in qualche modo mettercisi davanti.
In fondo guardare in uno specchio è come guardare dentro sé stessi: ognuno ci vede quello che gli pare. E questa è la partita che si gioca tra il blog, l'autore e i lettori. Uno, nessuno e centomila.
Smack.


Technorati Tags: ,

giovedì 12 luglio 2007

La gente sono tutti matti


In questi giorni lo stato d'animo dominante è lo sconcerto. Il che è davvero fastidioso, specie in considerazione del fatto che la scorsa settimana c'erano i Jethro Tull a Torino. Il contatto con le persone mi lascia sempre più sbigottito, ma è evidente che la colpa sia mia. Infatti l'etimo in persona ci insegna che prima ero bigotto e poi qualcuno ha provveduto ad aprirmi gli occhi, quindi mi si potrebbe semplicemente dire che chi è causa del suo mal, pianga più spesso. Che non me lo si dica o non vado avanti a scrivere.
Aprendo gli occhi ho scorto (visto che sono alto) un dettaglio che al buio mi era sfuggito: la gente sono tutti matti. Matti e cattivi.
Sapete io lavoro, a causa del fatto che non ho trovato altri sistemi di affermazione sociale, come il calcio o il mediasurfing e questioni inerenti il travagliare mi hanno riportato in quel di Milano. Allungandomi tra gli “eh la madonna” e i kebab mi sono venute in mente le parole scritte da Enrico Ruggeri quando ancora non faceva lo scambista in televisione: “Autodifesa dipinta sui volti e sempre sulla strada. Sempre al recupero di beni tolti e accada quel che accada”. Aggressività scimmiesca, prepotenza, rivendicazione di diritti divini, invidia, vendetta, ma soprattutto non cedere mai, nemmeno di fronte al tristo mietitore (che non è Albano). Ed ero solo al casello di Melegnano.
Interloquendo con un'affabile donzella intorno a questioni di lavoro (quindi non cose importanti come il rinnovo del contratto di Cassano), mi è capitato di imbattermi in vicende riportate nel seguente discorso diretto:

Cruman: “Parmi di ravvedere toni stridenti nella nostra partnership professionale”
Donzella: “Cazzo dici, sacco di merda?”
C: “Che diamine di modi sono? Non mi sembra di far parte del tuo ramo genealogico”
D: “È per questo che non ti ho ancora dato un calcio nelle palle... ma se insisti”

Mi rendo conto che i ritmi frementi della città incrinino il sistema nervoso. Milano poi, è una città tentacolare, nel senso che tenta di colare a picco. Con risultati peraltro discreti. Ma saranno gli anni di ritiro spirituale, attraverso cui ho raggiunto l'illuminazione con notevole risparmio sulla bolletta dell'enel, o la mia scelta di vivere in prossimità di una porcilaia per migliorare la qualità del vicinato, sta di fatto che dopo un giorno in questo big bang della follia, sono finito a vagare per via Ripamonti in preda a una catena di svenimenti, con il dorso di una mano a cucchiaio sulla fronte e in cerca di una tenda a cui aggrapparmi.
Tra un venir meno e l'altro mi ponevo domande esistenziali: che senso ha migliorare le sovrastrutture sociali se le fondamenta (le persone) sono instabili e nessuno se ne preoccupa? (mancamento) Quale bisogno primario soddisfa la prevaricazione? (mancamento) Se il protocollo di interazione umana è lo sputo, quello delle scimmie è l'ablazione reciproca dei parassiti e quello dei cani l'ispezione olfattiva dell'igiene intima, che cosa ci fa considerare evoluti? (mancamento più facciata sul selciato) Che cosa è veramente importante della contrapposizione umana su scala ridotta (zuffa) o su larga scala (guerra o enorme zuffa)? Avrà contribuito all'escalation di follia e cattiveria, la cultura che disegna assassini di massa come eroi, che giustifica la violenza con l'onore, l'egoismo con l'amore e la distruzione con la vitalità? (doppio mancamento carpiato, un guidatore di tramvai mi ha dato un 8,5 per la coreografia e 9 per l'interpretazione). E, prima di mancare del tutto, perché i posti dove non succede niente sono definiti “morti”, mentre quelli dove ammazzano la gente “vivi”?
Tornando verso la porcilaia pensavo che potrebbe essere un problema di carenza di vergogna. In psicologia colpa e vergogna sono due concetti indissolubilmente legati. In occidente però si è sempre puntato sulla prima da un punto di vista educativo, con il risultato di indirizzare gli sforzi umani verso il tenere nascoste le responsabilità in modo da evitare le punizioni. In questo modo, acquisendo una efficace tecnica evasiva (tipo fare il vago), si perde ogni ritegno e qualsiasi bestialità è mondata dalla formula universale “sono fatto così”, al cui cospetto l'assoluzione divina è una caccola. In oriente, di contro, si dà molta importanza alla vergogna che un uomo deve provare per le sue malefatte. Non è nemmeno molto in disuso la tradizione per cui, in alcuni paesi orientali, chi si macchia di azioni nefande, viene esposto al pubblico ludibrio, solitamente con un cartello al collo con scritto “sono una personaccia e non so nemmeno che cosa significhi ludibrio”.
La sparizione del concetto di vergogna è anche riconducibile a un'altra forma di giustificazione, che trova campo fertile nell'esistenza di persone ben peggiori di noi. Il meccanismo è semplice: siccome esiste qualcuno che stupra i bambini e non si vergogna, non ha senso che si vergogni chi ruba e se non si vergogna quest'ultimo, perché devo vergognarmi io che faccio solo telefonate minatorie. Con la stessa tecnica, l'esistenza di Luxuria, dovrebbe giustificare quella di Fabrizio Corona e giù giù fino a Daniele Interrante (il motivo per cui conosco questi nomi mi è ignoto, ma mi inquieta).
Insomma, la gente sono tutti matti. Matti e cattivi.
Ma non voglio sembrare uno che sputa nel piatto in cui mangia (anche se, mangiandoci io, ci posso sputare quanto mi pare, mica sputo nel tuo). Voglio dire: se a voi va bene così, tutto il rispetto. Pensavo solo a capire se esista un posto che vada bene per me e come eventualmente raggiungerlo (e non parlo del posto dove mi ha mandato la donzella di cui sopra). Si sprecano tanti di quei soldi al mondo. Missili nucleari, mazze da golf, Space Shuttle oppure videofonini, enormi macchine, pellicce, ricevitori satellitari (i primi molto più inutili dei secondi perché non consentono l'usufrutto o la pratica della pornografia), io mi accontento di un milione di euri e tolgo il disturbo. Ne vale la pena. Almeno per la donzella.
Ma dove andare? Giorni fa ho visto un documentario su delle isole norvegesi (cioè io ero a casa, il documentario era là). La cittadina principale è popolata di qualche migliaio di anime allo stato solido e una maggioranza di orsi polari. La popolazione non sembra allegrissima, qualcuno soffre di sindrome bipolare (cioè crede di vivere anche al polo sud), altri, stufi di prendersi a pallate di neve, hanno fatto scelte estreme come darsi al curling. Però la qualità della vita è altissima. Certo, direte voi, che vuoi che succeda? Sempre a criticare voi. C'è un dettaglio importante. A causa della massiccia presenza di orsi, è possibile entrare in un supermercato ed uscire con due etti di bresaola, una coperta termica a energia eolica e un fucile o una pistola. Per comprare o affittare un'arma non serve nemmeno un documento. Molto più semplice che negli USA, dove molti sostengono che la criminalità sia frutto della libera vendita delle armi. Ebbene in queste isole, in venti anni non è mai successo niente. Nemmeno uno che si è sparato in un piede. Mai. E se un orso viene ucciso, la polizia fa delle indagini per verificare se fosse proprio necessario. Come se fosse avvenuto un omicidio.
Allora uno dovrebbe pensare che il popolo americano sono tutti matti e che in Norvegia è possibile vivere civilmente. Ma questo significherebbe una differenza “umana” ed evolutiva tra i due popoli e quindi tra le persone, con conseguenze filosofiche e politiche indicibili. Come sapete molte cose non si possono dire, ma cose molto peggiori si possono fare. Un uomo ha diritto di essere cattivo e stupido, ma un suo simile non ha diritto di dirlo. Il razzismo verso queste forme di vita è l'unico bandito a livello mondiale.
Io comunque un pensierino alle isole norvegesi ce lo faccio. Anche perché sono sempre più convinto che la civiltà (o semplicemente gli ambienti più congeniali a un plantigrade come me) sia al freddo. E il pianeta si sta surriscaldando.

Technorati Tags: ,

venerdì 19 gennaio 2007

Appuntamento al buio


Io non sono uno di quegli intellettuali di circostanza che coprono di eleganti insulti gli ambienti apparentemente frivoli del divertimento di classe, solo perché sono stati rimbalzati all’ingresso del Billionaire. Eggrazie, direte voi, non essendo alcun tipo di intellettuale mi riesce facile. Quando avete ragione, avete ragione, non ci sono cazzi. Però proprio una brutta figura non la faccio dato che conosco il significato di qualche parola oltre al mio nome e ai gusti del gelato. Nonostante questo, non passo il tempo a condividere l’opinione secondo la quale le ragazze molto avvenenti (quindi particolarmente portate ad evitarmi) siano solo dei contenitori vuoti. A volte una confezione giustifica di per sé la propria vacuità. Insomma non giudico male chi non sa che cosa faccia un palafreniere, ma sa dove trovare il miglior aperitivo di Milano. Anzi. Dissimulo invidia ostentando rispetto. Ad esempio: ricordate la pupa che alla domanda “quanti abitanti ha l’Italia” rispose “compreso i paesini?”. Ebbene, io ho letto Proust e Pascal, ho guardato le figure dei libri di Kierkegaard, ho studiato Einsten e ascoltato Bach, ma una simile genialità accostata a cotanto stacco di cosce, mi era ignota. Non ho quella frase tatuata sulla schiena solo perché quel giorno il mio personal tatuator era in Tibet a cercare non so bene che cosa.
Dolendomi del fatto che il mio rispetto non è contraccambiato, che il mio animo leggermente asociale (tanto che per farmi uscire di casa ed entrare in un locale ci vuole un esorcismo) è visto con orrore e ribrezzo dalla gente cool, mi sono deciso a fare un gesto di avvicinamento verso la parte di mondo che sa sempre dove andare e soprattutto con chi andarci.
Approfittando di un’amicizia ben inserita nel giro che conta, ho organizzato questo appuntamento al buio (buio è un ex bisca per pokeristi trasformata in locale fico), comprensiva di tour itinerante semi alcolico e similvelina per aumentare il mio sintomatico fascino. Giunto a casa della mia personalissima soubrette di riferimento non ho potuto esimermi dal notare le dimensioni della di lei magione. Era talmente grande che all’ultimo piano c’era una base Nato, con relativa portaerei ormeggiata in piscina. Mi sono fatto indicare il bagno, ma alla seconda rotonda mi sono perso e ho dovuto chiedere. Salito in macchina (la sua, io ero lì in metropolitana), che era grande come il mio appartamento, ho avuto lo stimolo di chiederle dove si trovasse il bagno, visto che il mio primo tentativo era fallito.
Il locale era carino, buio, ma carino. Pieno di gente consapevole della propria presenza tridimensionale. Io non ero in gran forma (mi si è rotto l’AB King) e in mezzo a quei baldi omaccioni con gli addominali che si vedevano anche attraverso un maglione di lana (D&G) mi sentivo un po’ inadeguato. Mentre la mia compagna di viaggio sorseggiava qualcosa con un nome che non ti aspetti e un colore che non esiste in natura, io mi guardavo intorno pensando a dove potesse essere un bagno e che forse era ora di farsi vedere da un urologo. Sia chiaro, non è che non fossi di compagnia, era lei che parlava con qualsiasi cosa avesse un paio di scarpe firmate e dei capelli che getterebbero nel panico un gatto cieco. Era tutta un baci e saluti. Tre baci sulla guancia se maschio, uno per finta se è donna, uno in bocca se è maschio gay o femmina maiala… credo fosse questo il codice. E dopo un florilegio di complimenti e pettegolezzi il commiato si realizzava attraverso un numero incalcolabile di “ciao” emessi alla velocità della luce, che scemavano come una cosa inutile scema.
In uno sfortunato momento di quiete ci siamo guardati come si guarda uno che non ti fa scendere dalla metro perché vuole salire velocemente e sedersi. I suoi jeans sdruciti ultimo grido somigliavano molto al mio umore (sia per lo sdrucito che per il grido), mentre il mio dolcevita fuorimoda si intonava con la sua innocenza.
Lo ammetto, io sono un tipetto complicato, ma in quella situazione il pesce fuor d’acqua ero io e vi assicuro che non è punto facile. Non ci giurerei, ma sono quasi certo di aver ordinato del prosciutto di Prada, per darmi un tono. Fortunatamente ce l’avevano. In quel magico istante, io e lei, divisi solo da un insaccato fashion victim, ci siamo sentiti quasi vicini, uniti da qualcosa, come Gianni Minà e Maradona, come Teofilo Stevenson e Compay Segundo.
Ma panta rei (se ne fossi capace) e la conversazione aveva risvolti meno interessanti di quelli dei suoi pantaloni, che la coprivano dalle ginocchia al passaporto per l’inferno. Erano però i discorsi giusti, la gente giusta, un divertimento vero. Tutta quella gente si sentiva nel proprio habitat. Sorridevano tutti, anche quelle belle che hai sempre pensato fossero incazzate per contratto. Non c’era nemmeno un cafone con la felpa nei jeans o un musone da rimorchio con la sua colonna d’ordinanza e bicchiere di cherosene in mano. Non li disprezzavo affatto. Disprezzavo me, che so coniugare al participio passato il verbo esigere, ma non so stare in un posto senza desiderare di trovarmi in qualsiasi altro.
A fine serata la mia dama di compagnia ballava su un tavolo facendo la sua porca figura. Io no. Il tavolino in cui ero relegato (come un sovrano in catene) ballava già di suo. Non me la sono sentita di strafare.
Tutto sommato sono soddisfatto dell’esperienza. Sto cercando di ridurre il livello del mio astio verso il genere umano o di giustificarlo ulteriormente. Ma ora mi sento più consapevole del mio isolamento. Ho un disprezzo non distruttivo. Non cerco di eliminare ma di evitare, con naturalezza. Vorrei che anche gli altri facessero così con me. Quelli dell’happy hour o di un centro sociale; vorrei che mi concedessero il lusso di non avere ore felici o di non lottare per ideali politici all’ombra di una canna. Credo sia un passo importante. Ora tutti si disprezzano e tentano di distruggersi giudicandosi vicendevolmente dei cancri da estirpare. Se cominciassimo a limitarci al disprezzo sarebbe un mondo migliore.

Technorati Tags: ,

mercoledì 15 novembre 2006

Neurostar


Prima d’essere mesotopia, dimensione interinale fra partenza e destinazione, l’Eurostar è un treno. Quello coi sedili tipo le poltroncine dell’aereo (ma non essendo un aereo, non vola e ha i finestrini grandi dove puoi guardare bene fuori).
Fra le genti che non si servono della RFI, l’Eurostar è considerato un mezzo di trasporto d’invidiabile figherìa, roba da uomini d’affari o almeno da rappresentanti di commercio, però questa è solo una credenza popolare: in realtà è l’unico treno che può prendere colui che ha come obiettivo d’arrivare a destinazione pettinato così com’è partito. Essendo io un barbiere, non ho altra scelta.
Sull’Eurostar imperversa l’elettronica di consumo. Quasi tutti hanno due telefonini, uno piccolo di vecchia generazione che è utile, uno grande di nuova generazione con dentro la TV colle partite di calcio, i grandi fratelli e altre flatulenze di varia natura, che invece è inusabile perché con tutte quelle gallerie l’UMTS è come il deretano della ùnzicher: si sa che esiste, ma solo per sentito dire. Da ciò traggo l’insegnamento che non tutti i mali vengono per nuocere.
La folle densità di telefonini dev’essere ben nota ai capotreni (e alle capotrene), che di quando in quando arringano la folla attraverso l’altoparlante invitando (con voce più gradevole se capotrene) ad abbassare per favore la suoneria per non arrecare disturbo agli altri viaggiatori. Giacché taluni si sentono più altri di altri, in media per ciascun vagone ci sono almeno cinque scimpanzè colla suoneria folk volumata a manetta, di cui quattro ricevono tre telefonate ogni due gallerie a causa delle quali cade la linea, e di cui uno riceve zero telefonate ma ne fa quattordici l’ora vociando in un idioma a me ignoto. Da ciò traggo l’insegnamento che gli affari sono internèscional e che ‘sto treno – prima o poi – arriverà per forza a chiamarsi globalstar, e quel giorno tutti saremo più buoni, miscelati e sereni, uomini, donne e bestie, come sulle copertine della torre di guardia.
Visto che in treno non si sa mai come ammazzare il tempo, molti abitanti dell’Eurostar, oltre ai telefonini, hanno un notebook. Qualche anno fa mi ricordo che quelli che cipollavano col notebook sull’Eurostar (sono 22 anni che prendo l’Eurostar) erano solitamente muniti d’un iBook fighissimo. Ora che sono diventati bianchi e argentati anche i PC, quelli con l’Apple sono sempre meno, e di solito hanno i capelli lunghi. Da ciò traggo l’insegnamento che questi tali non spendono per nuocere.
Anch’io ce l’ho, un notebook, e su questo treno che è mezzo vuoto e mezzo pieno e va veloce lo sto usando per vergare perle di saggezza per CLDH. La mia impressione è di essere l’unico a fare una cosa del genere, cioè a usare il tasto “m” per scrivere “m”, il tasto “g” per scrivere “g” e via digitando. Altri, beati loro, col notebook si guardano i filmetti in DVD. Due di questi spettatori sono a tre metri da me e condividono l’auricolare stereo un orecchio a cranio. A me a vedere una scena simile mi viene da pensare ai residui di cerume. Da ciò traggo l’insegnamento che a me mi non si dice (infatti, l’ho scritto).
Fra i numerosi mesoluoghi che ho avuto l’avventura di frequentare, l’Eurostar è il solo che sembra favorire il passaggio di comunicazioni da e verso l’esterno impedendo nel contempo quelle fra i suoi abitanti. Un paradosso senza pari. Lasciando da parte la maggioranza, ossia coloro che sono dediti alle telecomunicazioni e informano indifesi interlocutori di essere sul treno, di essere appena partiti o partiti da un po’, di essere in ritardo o in orario o a Firenze o a Bologna o non lo so, non si vede un cazzo fuori perché è notte, e togliendo anche le minoranze impegnate nella lettura e nel PCinema, se credi di aver individuato un umano a cui dire buongiorno o buonasera, hai il 98,567% delle probabilità che si tratti di un cenobita mp3. I cenobiti mp3 si sono diffusi sulla terra da pochissimi anni e sono fra i derivati umani più infidi, perché capaci di fissare le loro vittime con aria pseudointerlocutoria, muovendo la bocca ed emettendo flebili suoni. Ma guai a rispondere: si rischierebbe una figura di merda, perché la mimesi del cenobita mp3 si realizza attraverso l’illusione della conversazione incipiente, subito rotta dall’apparizione degli inequivocabili e candidi auricolari dell’iPod.
Da ciò traggo l’insegnamento che sull’Eurostar non si riesce a intavolare una chiacchierata, a organizzare una partita a carte, a insidiare le femmine. Niente di niente. Solo una volta, ma proprio perché ero salito di straforo e non avendo il posto prenotato facevo il viveur nella carrozza ristorante, sono riuscito a conversare di geografia astronomica con una fata aliena dai capelli nerissimi. Però poi è scesa a Firenze spezzandomi il cuore.
Da ciò traggo l’insegnamento che sull’Eurostar si è molto soli, anche se il treno è molto affollato, non c’è spazio per allungare le gambe senza fare piedino a quello di fronte e, alla faccia dell’aria condizionata, l’atmosfera gocciola d’umanità.

Technorati Tags: ,

giovedì 2 novembre 2006

L'amico arretrato


Non ho mai capito perché tutte le storielle che hanno a che fare con l’informatica debbano sempre necessariamente cominciare con “C’erano una volta le schede perforate”. Visto che ci piace essere originali, qui la storiella comincia svariati anni più avanti, quando già c’erano i newsgroup (ovvero gli antenati dei moderni forum) e Bill Gates aveva già comprato il suo terzo yacht. Un bel dì, cazzeggiando come ogni studente universitario che si rispetti sa fare, cozzai in uno scritto (il cui autore rimane ahimè ignoto ma che meriterebbe menzione) che svelava senza falsi pudori lo stato di repressione psichica in cui versano tutti quelli che cercano di stare al passo con l’evoluzione informatica e contemporaneamente sono costretti a misurare i propri risultati con quelli di un amico molto più aggiornato. Il titolo era l’amico aggiornato e lo svolgimento lo potete trovare qui.
Orbene, la questione più illuminante sollevata da questo pezzo sta proprio nell’ipotesi di essere sempre l’amico aggiornato di qualcuno. Quello che cercherò di fare è dimostrare che questa possibilità non può renderci fieri perché essere l’amico aggiornato di qualcuno non ha solo vantaggi ma anche tanti, tanti lati negativi. Tanti quanti sono gli amici meno aggiornati di voi. I meno invasivi solitamente vi contattano timidamente con un sms che recita qualcosa del tipo “ho il pc che fa le bizze, quand’è che riesci a fare un salto per vedere cos’ha?”, al quale si risponde convenzionalmente con “le prossime otto settimane sono in Groenlandia per lavoro, se non hai fretta lo guardiamo al mio ritorno. Ricordamelo” (l’ultimo termine, necessario evidentemente a scaricare la coscienza, è forse più importante di tutto il resto del messaggio). Fermo restando che la tenacia dell’amico arretrato - lo chiameremo così - è inversamente proporzionale alla beltà della di lui sorella (forse l’unico motivo per cui l’aggiornato frequenta la magione dell’arretrato), prima o poi succede il fattaccio e in un funesto sabato pomeriggio si allineano i pianeti e convivono sotto lo stesso tetto l’amico aggiornato, quello arretrato e dieci chili scarsi di tecnologie obsolete.
L’aggiornato si presenta all’appuntamento con una cartucciera caricata a cd di installazione e porta nelle fondine ogni attrezzo che gli possa essere di supporto all’operazione a cuore aperto che si appresta a compiere, dalle chiavette usb alle tenaglie da dentista. Ma l’entusiasmo e lo slancio che lo contraddistinguono svaniscono solitamente già dopo i primi 15 minuti, passati a cercare di estorcere all’amico arretrato la posizione di tutti gli importantissimi documenti che egli desidererebbe salvare prima della inevitabile et purificatrice formattazione. Sondate millequattrocento cartelle il bottino è costituito da centoventi emmepitre di cartoni animati giapponesi, due mozziconi di una tesina di geografia del fratellino e quattro pornazzi cecoslovacchi di pregevole fattura. Il tutto, ovviamente, da riversare in qualche modo - direttamente, indirettamente o di sponda – su una qualsiasi periferica di archiviazione di massa. Ovvio che tutte quelle a bordo del pc siano inservibili: masterizzatore di cd (mancato all’affetto dei propri cari per motivi imprecisati ma comunque legati alla polvere); periferica usb a scelta (porte non accessibili a causa di mostruosi e imprecisati conflitti software con una fantomatica “periferica di controllo supporto”); disco fisso (pieno fino all’orlo nonché dilaniato da orde di virus mutanti); scheda di rete (“dovrei forse averne una?”); porta seriale (chissà se ho ancora laplink da qualche parte). Cercando di ignorare improbabili e illuminanti contributi del tipo “non puoi mandarti tutto per email?” (quattrogiga e passa?) le ore passano veloci e a notte ormai inoltrata la titanica impresa di dare una sembianza di funzionalità a un rudere è portata eroicamente a termine. Inutile dire che l’amico aggiornato non godrà mai, per ciò che ha fatto, di riconoscenza e favori sessuali; si porterà bensì appresso il pesante fardello di continue telefonate dell’ormai ex-amico pronto a rinfacciare che da quando il pc è stato “sistemato” non riesce più a scaricare la posta/far funzionare lo scanner/collegarsi a internet mentre “primaandavatutto”. Inutile precisare che ogni motivazione, per quanto valida, fornita dall’amico aggiornato venga immediatamente catalogata come futile scusa da parte dell’arretrato e questo contribuisca a demolire la reputazione dell’ex “guru” che si ritrova così con la canonica beffa oltre al danno.
La prossima volta che vedete un ragazzo un po’ scontroso e con la faccia da secchione, con la pelle del colore della luce al neon e di cui la gente non sa niente se non che è uno che “lavora con i computer”, beh, non chiedetevi come mai non trova nuovi amici ma piuttosto come ha fatto a perderli tutti: molto probabilmente era l’amico aggiornato di qualcuno... prima di sistemargli il pc.

Technorati Tags: ,

lunedì 30 ottobre 2006

Gabinetto di guerra


Prendete la casa più bella del mondo, piena di marmi sotto i piedi, ma non i marmi normali, quelli più bianchi e marmosi di qualsiasi altro, estratti con cura da una cava a cinque stelle. Nelle stanze, quadri dipinti da qualche artista maledetto morto tossico, osservano etnomobili in perfetta armonia con sedie luigi e le corbousier a manciate. Questa casa non ha nulla di simile alla mia e probabilmente nemmeno alla vostra. E’ stata progettata apposta per non avere nulla che possa ricordare seppur vagamente la mia dimora. Ad essere sinceri, una cosa c’è: il cesso. D’accordo a casa mia lo snodo dello scarico del lavandino non è ispirato a un disegno di Alvar Aalto e la mia vasca da bagno non è omologata per il nuoto pinnato, ma là in un angolo c’è una bianca seduta proprio come nella bella casa. Non è in ceramica ming della seconda dinastia, ma quando sei lì a cercare di far uscire dal tuo corpo un essere demoniaco metà abbacchio e metà impepata di cozze, non ci fai molto caso.
Il cesso ci unisce tutti più o meno come la morte e i piedi freddi. Ci unisce fisiologicamente, ma ci divide costringendoci ad identificarci in categorie o, peggio ancora, in buffe sagome stilizzate. Quando una ritirata non si trova in una magione, presenta sull’uscio una dicitura atta ad indicare a quale genere di essere umano è consentito l’utilizzo dei sanitari ivi contenuti. Solitamente la distinzione è di tipo sessuale, ma ci si può imbattere anche in discriminazioni professionali (dirigenti, operai, clienti ecc.) o addirittura di abilità fisica.
Utilizzare un bagno pubblico è già di per sé una tortura psicofisica. L’olfatto è messo a dura prova da mefitici olezzi che abbattono di prepotenza un labile deodorante per ambienti al pino silvestre. I quadricipiti femorali si sfilacciano nel tentativo di espletare i bisogni senza entrare in contatto con alcuna superficie e contemporaneamente tenere chiusa la porta con un piede. Alla fine occorre combattere con la nausea per pulire le nefandezze di qualche precedente avventore onde evitare che qualcuno, vedendovi uscire, pensi sia opera vostra e si faccia idee bislacche su di voi. Infine ci si lava le mani e le si asciuga con l’aria calda che ustiona la cute, ma ti consente di eliminare ogni traccia di umidità…tramite strofinamento sui pantaloni. Come se non bastasse questa avventura fisiologica, bisogna scontrarsi anche con le definizioni appese alle porte. Capita così che in parlamento, Luxuria (famoso drag queen) utilizzi la ritirata delle donne, mentre Gardini (famosa conduttrice televisiva) si inalberi ritenendo ingiusto che un qualsiasi pinco pallino possa godere dei diritti conquistati dalle donne in secoli di lotte di emancipazione, facendosi semplicemente installare delle mammelle, truccandosi a modo e sostenendo di sentirsi donna.
Ora, io non so se Luxuria si accomodi sul wc o se, gambe un po’ aperte, mano sinistra sulla chiappa, mano destra a sostenere le proprie opinioni, emetta mugugni di soddisfazione accompagnati da vigorose scrollatine. Non so nemmeno se lasci schizzetti in giro, se alzi la tavoletta e via discorrendo, però ammettiamolo, siamo socialmente e idrosanitariamente impreparati all’evolversi dei generi sessuali. Io detengo la soluzione: i bagni misti.
Avete presente Ally Mc Beal? Quel telefilm ambientato in un improbabile studio avvocatizio che per dispetto della sorte, finiva sempre ad affrontare casi talmente assurdi che ti veniva da pensare che gli americani sono tutti matti o, peggio ancora, che era solo un telefilm quindi solo frutto della mente di sceneggiatori americani…che sono tutti matti.
Lo studio era dislocato in un ufficio modernissimo e impostato su canoni di vivibilità ed ergonomia che farebbero impallidire qualsiasi legge 626. Tutti gli impiegati e i dirigenti erano giovani, belli, sessualmente instabili e in cura da uno psicoterapeuta con cui copulavano selvaggiamente. La cosa curiosa è che una buona parte delle vicende interpersonali dei protagonisti si svolgeva all’interno di una bellissima sala servizi mista. Naturalmente questa situazione creava innumerevoli spunti di sceneggiatura, ma aveva anche un non so che di sensato.
La convivenza coatta spostata al livello più vulnerabile, genera un crollo di una serie di ipocrisie e di schemi uomo/donna (e varie ed eventuali) che alla fine risulta socialmente e professionalmente positivo per l’ambiente di lavoro.
In una situazione del genere gli uomini, non più sostenuti dalla solidarietà maschile su una certa ignoranza della minzione, tenderebbero ad un diverso rispetto dell’arredo idrosanitario e ad un comportamento generale meno orientato a quello del gibbone culo rosso. Le donne, di contro, sarebbero costrette a far cadere questo velo di mistero che ha avvolto la ritirata con l’amica sin da quando esistono i ristoranti. Senza contare che anche le loro piccole nefandezze (su cui persiste una cappa di omertà) getterebbero una nuova luce sulla teoria che vuole l’uomo proveniente da Marte e la donna da Venere.
Mi rendo perfettamente conto che tale ipotesi è inapplicabile ai cessi della stazione centrale o a quelli del carcere di Forte Boccea, ma in un luogo civile e di alto valore sociale, deputato alla democratica guida del paese, come è il parlamento, si potrebbe provare a dare un segno di intelligente evoluzione cominciando a far cadere qualche tabù. Almeno quelli non più al passo con i tempi.
In fondo Luxuria è un uomo e se è vero che l’abito non fa il monaco (e credo nemmeno il silicone lo faccia), non dovrebbe bastare dire “io mi sento donna” per accedere alle strutture adibite al sesso femminile, perché a questa stregua ci sarebbero college di sole ragazze, infestati di giocatori di football con la parrucca e i tacchi a spillo. Di conseguenza o si creano strutture nuove per ogni genere che la bizzarria umana e la tecnologia inventeranno da qui fino alla fine del mondo (quindi non tantissimo) o si comincia a far cadere delle barriere culturali e sociali.
Bene, ora devo andare, me la sto facendo addosso e non riesco a trovare un cesso con scritto fuori “servizi per soli cruman”.

Technorati Tags: ,

venerdì 6 ottobre 2006

Il nome della cosa



Un lontano giorno della nostra vita, ci siamo resi conto che quella strana parola urlata dalla mamma mentre cerchiamo di attraversare carponi la tangenziale, è il nostro nome. Io, per onor del vero, l’ho imparato a scuola, durante l’appello. Prima pensavo che il mio nome fosse testa rotonda.
La parola che ci nomina, nella moderna società, ha svariate valenze e utilità, non ultima quella di non sentirsi chiamare “ehi tu” o riferire a noi con “chiedilo a quello”. Non voglio riscaldarvi la minestra dei nomi bizzarri e delle patologie psicotiche che muovono certi genitori all’etichettatura della propria prole (e vi assicuro che due paroline avrei ben ragione di spenderle). Mi interessa, anzichenò, il rapporto che le persone hanno con il proprio nome e con quello delle persone che le circondano.
I nomi vivono una loro esistenza, proprio come chi li porta. Da giovanissimi, sono pazzi, spensierati, mutano forma senza preavviso e fatichi a tenere il loro ritmo. Si adattano alla presenza fisica, all’assonanza con altre parole o all’omonimia con personaggi famosi. Per esempio, se ti chiami Franco e il tuo stomaco, in armonia con l’universo, tende ad espandersi, è facile che verrai nominato cicciofranco. In età adolescenziale i nomi si storpiano, si contraggono, si ipsilonizzano: non è inconsueto imbattersi in una giovane combriccola e al momento delle presentazioni sentire un appello del tipo bubi, bobby, pucci, stefy, fiffy, chicca…e finire a guardarsi intorno nel timore di veder spuntare il grande puffo, un pokemon e magilla il gorilla.
In età adulta, i nomi hanno destini contrastanti. Qualcuno si riappropria dell’identità originale, anche se a fatica. Ho assistito a matrimoni durante i quali, in risposta alla fatidica domanda “vuoi tu Roberto prendere in moglie la qui presente Federica?”, il promesso sposo ha risposto “CHI????”, tanta era l’abitudine a chiamarla chiccha. Purtroppo, molti nomi sono destinati a decadere. Alcuni in favore di importanti etichette che esigono la compagnia del cognome, visto che Dott. Mimmo o On. Gigi, non suonano melodiosi. Altri lasciano il posto a pseudonimi che ti si attaccano addosso come un testimone di geova. Alcuni esempi.
Ci sono ancora zone d’Italia dove è usanza appellare un ragazzo con il nome del padre, sebbene lui sia in possesso di uno ad uso privato. Abitudine che, come un quadro di Escher, si arrampica su se stessa, non chiarendo se il nome del padre sia in realtà quello del nonno e così via.
In ambienti socialmente veraci, è molto comune identificare le persone con caratteristiche salienti o inclinazioni caratteriali tipo er pagnotta (che è buono come il pane), er greco (dal profilo ellenico o dall’amore per le olive) o cesareo (perché non l’ha vista nemmeno quando è nato).
Ma la vera rivoluzione nominale è quella dei nick. Identità virtuale che ognuno di noi si può scegliere, per comunicare via internet o in altre realtà bislacche. In questo meccanismo perverso e anche un po’ pervertito, si collocano alcune metodologie di autodefinizione.
Il fantasioso. Dopo aver passato 12 minuti davanti alla richiesta “inserisci il tuo nickname”, il fantasioso finisce per scrivere Stefano, chiamandosi in realtà Stefano. In un extrasistole creativa, può arrivare a digitare Stefano76, dando indicazioni sul suo periodo di concepimento. Alcuni sbadati preferiscono scrivere Stefano30, rendendo necessario un adattamento cronologico ad intervalli piuttosto regolari. Tra un po’ di tempo però questo sistema creerà notevole confusione. Nel 2060, scrivere Stefano35 lascerà spazio a ragionevoli dubbi, cosa che ora, grazie al privilegio di vivere a cavallo di due millenni (e non solo di due secoli come Napoleone, tiè!), non può accadere.
Lo schizoide. Larghissima categoria di persone afflitta da quella che Kierkegaard definiva malattia mortale: il voler essere qualcun altro (Crepet la chiama illudersi come un pollo). Questi soggetti si presentano semplicemente con il nome di qualche loro modello di vita o quello che pensano possa essere modello di qualche modella in giro per le chat. La rete abbonda di Dylan Dog, Brad Pitt, John Holmes e Capitan America. Questa tecnica ha anche risvolti molto raffinati come Barney Panofsky, Gary Oldman o Michele Cucuzza. Un mio amico, dannato genio, giovane talentuoso con una pompa cardiaca difettosa, ha creato la sua identità di il Giovane Holter, ma certe finezze cadono nel fango come bruschette ai porci, ottenendo in cambio una serie di saccenti “guarda che hai sbagliato a scrivere”.
L’espressivo. Altro esemplare molto diffuso. Racchiude in poche sillabe ciò che desidera comunicare. Ha diverse sottocategorie: emozionale (cucciolodolce, bastardoailati, tristesolo ecc.), fisico (belbiondino, palestratomoro, 30duricm ecc.), metafisico (raggiodiluna, pensierocaldo, sognoumidiccio, ricordovago ecc.) e infine i posizionatori sociali. Quelli che si collocano in qualche categoria per far capire vagamente che cosa cercano e da chi vogliono essere cercati. Per esempio medicocurioso, managerricco, lesbicanouomini, gaypugliese (ribattezzato poi in lecce omo), padronesevero, schiavosconsiderato, insegnanteprecario ecc.ecc.
Sarebbe bello poter sceglierci un titolo che ben ci rappresenti o che semplicemente ci piaccia più di quell’Esculapio che tanto desiderava il nonno. In Italia la procedura per cambiare nome è impervia e raramente se ne vede la fine. Bisogna essere proprio in condizioni disperate: se ti chiami prendetemi a calci, è possibile che dopo qualche anno di circuiti burocratici, il tuo nome verrà modificato in prendetemi a carci (e sei pure di Roma), perché solitamente cambiano una sola lettera.
Una mia amica ha un coniglio. Pensava fosse una coniglia, così l’ha chiamata Flora. Dopo averla vista montare con piglio deciso, altre coniglie, ha intuito di essersi sbagliata. Io le ho suggerito di nobilizzare il suo nome in De Flora, rendendo così giustizia alla sua virilità. A volte l’abito fa il monaco, ma non viceversa o sarebbe un santo sarto, come Versace.

Technorati Tags: ,

martedì 29 agosto 2006

In Nico Veritas


Vi interessa la verità? Non parlo della Verità assoluta in senso filosofico o religioso, ma proprio sapere sempre come stanno le cose, realmente. Non fatevi prendere dall’orgasmo, pensateci bene prima di rispondere. A volte seguo, con un volermi male tutto mio, quei programmi televisivi in cui giovani uomini e giovani donne si espongono come cernie occhiovivo dal pescivendolo, dichiarando le proprie tendenze e che cosa vanno cercando tra discoteche e centri commerciali. Alla richiesta che per stupidità è seconda solo a “fai la faccia più buffa che puoi” e cioè “descrivi il tuo uomo ideale”, le giovani donne tendono a delineare panorami del tipo “lo vorrei simpatico, intelligente, responsabile ma divertente e soprattutto sincero”. Il fatto che poi finiscano in caccia di un tricipite che fa provincia, a bordo di una macchina del valore pari al PIL del Venezuela è risvolto psicologico ancora in fase di studio. Gli uomini invece sono più in contatto con la propria spiritualità: “io cerco una alta, bionda con tante tette e un culo loquace. Se poi sa anche parlare va bene, ma senza esagerare, c’è già il culo”. L’uomo nell’esprimere i suoi alti valori sociali, difficilmente parla di sincerità (anzi, in ambito tette gli va bene anche la falsità). Forse perché sa che il dna umano non è programmato per questa funzione o forse perché pensa di riuscire a capire e gestire tutto con facilità. Sta di fatto che, a ben guardare, la sincerità non interessa a nessuno. E non parlo del fatto di essere sinceri che, sappiamo bene essere uno sport estremo. Parlo proprio della sincerità che diciamo di cercare negli altri. Quello che interessa la gente è avere, per quanto possibile, ciò che desidera e come lo desidera. Se la verità agevola la realizzazione di queste volontà, la si apprezza, altrimenti una qualsiasi fuffolata è meglio. Per questo motivo molte tipologie di rapporti umani, sono “facilitate” da una serie di regolamentazioni che non richiedono l’esercizio della verità. La condizione primaria è dimostrare sempre di muoversi all’interno dei canoni definiti. Questo vale nelle relazioni professionali, sociali, sentimentali e via discorrendo. Spesso, di fronte ad ostacoli di rilevante portata, si tende persino ad affrontare, con enorme dispendio di energie, falsi problemi generando un vortice in grado di frullare qualsiasi rapporto come un centrifugato di carota. Generalmente le persone, messe di fronte alla possibilità di considerare le cose nella loro vera essenza e alla facoltà di fare una scelta ponderata in merito, reagisce lamentandosi con qualcuno o qualcosa. Facendo un passo indietro, si può anche affermare che la ricerca stessa di ciò che è ragionevolmente vero, è un’attività detestata quanto il portar fuori la spazzatura. E’ per questo che le persone si ammazzano a vicenda per imporre la propria, perché non è la loro verità, perché non l’hanno cercata.
L’espressione di ciò che realmente abbiamo dentro e l’accettazione del corrispettivo altrui, richiedono poi una comunicazione di tipo diverso, a più livelli. Troppo faticosa. Faccio un esempio:
Lei “caro ti dispiace accompagnarmi a Recco a prendere la focaccia?”
Lui, in pantofole di fronte all’intera serie di Scrubs scaricata dal suo amico Peppe l’hacker “No che non mi dispiace cara” esprimendo mentalmente valutazioni eresiache sulla settima stazione della Via Crucis.
Nella comunicazione a più livelli lui avrebbe risposto “Certo che mi dispiace, simpatico ammasso di bigodini, avevo appena finito di sistemarmi il pacco comodo comodo, ma siccome ti voglio bene, faccio volentieri questo sacrificio per te”.
La vera essenza di un rapporto umano è la discriminante tra il viverlo e il gestirlo. Non voglio certo giudicare questo sistema di relazione. Probabilmente rende le cose più vivibili, però trovo inutile fingere che le cose siano perfette o dichiarare di apprezzare valori che poi non si sa gestire.
Sin da bambini ci insegnano che le cose seguono uno schema fisso. I problemi matematici hanno dei dati, una elaborazione e, sempre, una soluzione. Ma ci sono problemi che non ne hanno di soluzioni, non con i dati a disposizione. Come ci sono dei momenti in cui i desideri personali divergono o dei binari rinunciano al loro parallelismo (certe volte sono così poetico che mi andrei a nascondere). Bisogna accettare anche questo. Di fronte a questi eventi bisognerebbe riuscire a continuare a considerare le persone, l’identità delle cose, il rispetto e non farsi accecare da desideri non più soddisfatti.
In tutto questo, spesso, chi raggiunge un equilibrio che gli consente di esprimersi senza artifici, viene considerato uno squalo, quindi forse, conviene essere un pesce palla.
Si finisce regolarmente in oriente quando si cerca un po’ di saggezza allo stato brado. Anche al pub del mio amico Nicola non si fischia affatto per essere sinceri, come da argomento del post. Ma è Chuang Zu, nel Sacro Libro di Nan Hua (chi non ne ha una copia di fianco al futon?) a dire “la verità è infinita, ma l’intelligenza umana è finita (non nel senso che non ce n’è più…sebbene… ndr). Perseguire l’infinito con ciò che è finito è un'occupazione pericolosa”.
Il tutto è stato sintetizzato a dovere da Barricco “La verità è sempre disumana”.

Nico, fammi una media va’.

Technorati Tags: ,

mercoledì 19 luglio 2006

Vivi e lascia perdere


Lungi da me la presunzione di vestire i panni del maestro di vita di riferimento (e anche l’intenzione di usare di nuovo la locuzione “lungi da me”). Ritengo solo sia giunto un buon momento per riassumere alcune caratteristiche dell’odierno esistere che la vita mi ha insegnato o che mi ha fatto capire, ma non ho ancora imparato a dovere. Ecco quindi alcuni atteggiamenti sociali che sarebbe buona norma evitare se si persegue lo scorrere sereno dei propri anni terrestri:
Il diverso (non in senso erotico): se vi sentite e, in definitiva, siete differenti dalla maggior parte delle persone che vi circondano, pasciatevi della vostra non uguaglianza, ma datelo a vedere il meno possibile. In questo sarete favoriti dalla superficialità diffusa con cui la gente si guarda attorno. Purtroppo la tentazione di ostentare la propria unicità è molto forte. In primis perché spesso ci si sente orgogliosi del proprio stato di disuguaglianza e si tiene molto al non essere considerati come tutto ciò da cui ci si sente disgiunti. Poi, quel fascino un po’ dandy dato dal proprio essere egoriferiti, ringalluzzisce l’autostima e scombussola il ciclo biologico ormonale. Resistete. Sfogate il vostro istinto dissociativo in attività impegnative, non so, la scrittura, la pittura, il ping pong. I rischi sono incalcolabili. Dimostrando di non essere come gli altri, alcune persone si avvicineranno a voi incuriosite. Così come si avvicinano alla scena di un incidente stradale. Vi diranno quanto siete interessanti e che emozione sia stare vicino a qualcuno non appiattito dagli schemi sociali. Penderanno dalle vostre labbra e vi ascolteranno con clangore di orecchie. Fino a quando….
Un maledetto giorno vi sbatteranno in faccia la vostra diversità e vi accuseranno di non fare quello che fanno tutti, di non rispondere come gli altri e non agire come è normale aspettarsi da qualcuno e vi faranno sentire in colpa per le sofferenze che causerete per questi motivi. Anche se era proprio per quello che si erano avvicinati a voi. Come quando, giunti di fronte alle lamiere insanguinate, si lamentano dello spettacolo raccapricciante e di quanto stiano male per averlo visto.
La sindrome di Tamerlano (l’ho inventata io): non consideratevi mai parte determinante o vieppiù necessaria di qualcosa e soprattutto, considerandovi tali, non minacciate mai di andarvene ventilando conseguenze disastrose. Quasi sempre, il vostro allontanamento non causerà il collasso che la morte di Tamerlano provocò nel suo immenso regno. Anzi, è anche probabile che si verifichi un periodo di sereno fulgore dovuto alla cessazione di una situazione di attrito. Una sorta di estate indiana. Non aggiungete poi all’umiliazione di vedersi indicare la porta in risposta alla minaccia di andarvene, il triste rimanere sull’uscio, per vedere se davvero moriranno tra sofferenze atroci senza di voi (e poterne godere), perché dimostrerete di avere più bisogno voi di loro di quanto ne avessero eccetera eccetera. Abbandonare dovrebbe essere la scelta finale, quando non ce ne siano di migliori, non uno strumento per ottenere attenzione o vantaggi, ci si rimette sempre, perlomeno in dignità.
La sindrome di atlante (questa esiste davvero): è una infamissima e particolarissima sindrome che, per assurdo colpisce voi, ma si manifesta nell’atteggiamento delle persone che vi sono intorno. Succede se, per ingiustizia divina, vi ritrovate con capacità di gestione dei problemi superiori alla media statistica del vostro condominio. In un lento ed inesorabile climax di delirio, le persone che vi circondano pretenderanno con sempre maggiore spocchia, che voi vi occupiate di qualsiasi questione richieda il benchè minimo sforzo. Dalla perfetta organizzazione del pic nic fantozziano, al trovare marito per sorelle fango, al curare malattie rare o appena scoperte su chi vi ha chiesto aiuto. Fin qui, potreste anche accettare il vostro karma e prestarvi all’abuso, ipotizzando che le vostre doti vi siano state fornite per qualche nobile scopo sociale e non a seguito di un sozzo sorteggione. Il problema è la karma degli altri. Se infatti, dopo essere stati investiti da un treno merci, mentre andavate al funerale di una persona cara e nonostante la sepsi, presa in ospedale per un intervento di rimozione di una pallottola vagante, vi abbia debilitato il giusto, vi prendete il lusso di negarvi a qualcuno, verrete immediatamente considerati alla stregua dell’impalatore di teste. Un mostro tricefalo con un bacarozzo al posto del cuore. Piuttosto che accettare il vostro rifiuto, preferiranno la morte…la vostra…solitamente tramite lenta e letale somministrazione di sensi di colpa.
Etichette: sfuggite come la peste polmonare, qualsiasi identificazione. Non importa se politica, sociale, religiosa, sportiva o sessuale. Le etichette sono portatrici di tremende malattie. Servono a semplificare la concezione di quello che siete. Rendendo, all’occorrenza, anche molto facile la vostra distruzione. Qualsiasi definizione comprende necessariamente in sé anche attributi che probabilmente non vi appartengono, ma nessuno se ne occuperà, ammucchiandovi in un unico triste e sovraffollato calderone di banalità. Per sovramercato, le etichette cambiano spesso i loro significati correlati e voi ci rimanete invischiati anche se siete rimasti immutati negli anni: essere il marito di qualcuno per i primi tempi significa amore, condivisione e famiglia, dopo un certo numero di anni marito corrisponde a un culo che spunta dal frigorifero. Ingegnere è un titolo che nobilita e contraddistingue….a militare il tenente chiese se ci fossero degli ingegneri, un paio alzarono la mano..”a pulire i cessi” ordinò con un ghigno che noi tutti trattenemmo a stento. Metti poi di essere stato sempre socialista. Nel dopoguerra andavi in giro tronfio, nel dopo Di Pietro hai dovuto staccarti l’etichetta con l’acquaragia.
Insomma non solo le etichette non vi rappresenteranno mai a dovere, ma dall’avere un simbolo distintivo, finirete per rincorrere significati che vi sfuggiranno di mano. Se avete anche solo qualcosa di personale (di personalità) fatevi definire solo col vostro nome. Non siate la fidanzata di qualcuno, siate la Giovanpaola di qualcuno.

Per oggi è sufficiente, appena prendo altre facciate (leggasi imparo qualcos’altro) sarete i primi a saperlo.

Technorati Tags: ,

venerdì 7 luglio 2006

Lettera aperta ai gay


Allora ditelo che vi piace cacciarvi nei guai. Alcune premesse: io non ho niente in favore dei gay (scusate ma mi stanno antipatici quelli che dicono “io non ho niente contro gli omosessuali, anzi ho tantissimi amici gay”, che già il fatto che uno abbia tantissimi amici è sospetto), in generale non capisco perché bisogna avere qualcosa a favore o contro. Non so nemmeno che cosa pensino loro di me. Va bene da un punto di vista evolutivo bisogna ammettere che gli omosessuali fanno un po’ di fatica a procreare, ma la faccio anche io ve lo assicuro. L’unica cosa che davvero non sopporto sono i gay che dopo 5 minuti che mi conoscono scuotono la testa con compassione avvertendomi del fatto che per tutta la vita mi sono ingannato non capendo niente di me stesso. Questo gli uomini, le donne mi sputano direttamente in faccia. Per il resto capisco tutto. L’altro giorno ho sentito parlare un tizio che si è operato, è diventato donna e ora è lesbica. Siamo onesti, ha realizzato il sogno segreto di tutti noi maschietti e del tizio che diceva “se fossi donna starei sempre a toccarmi le tette”. Fatte queste premesse, ho bisogno di capire una cosa.
Gli omosessuali, dalla fine del mondo antico, hanno subito le peggiori persecuzioni sociali, psicologiche e fisiche che la storia ricordi. Hanno dovuto lottare di nascosto contro le religioni, la politica, l’emarginazione, hanno dovuto persino liberarsi dell’accusa di untori dell’aids. Senza contare le lotte intestine, per esempio, tra chi non si sente rappresentato dall’orgoglio gay strombazzato in piazza con abiti bizzarri e chi invece vuole una rivoluzione sessuale senza limiti. Insomma una vitaccia. Tutta la mia comprensione. Ma ragazzi….ma come accidenti vi è venuto in mente adesso di volervi sposare??? Allora siete masochisti. Lo fate apposta.
Eravate gli unici immuni da questa piaga sociale di dimensioni catastrofiche. Intendiamoci, ci sono matrimoni che funzionano e che non creano alcun tipo di problematica, come, del resto, ci sono parti plurigemellari….succede. Adesso io non voglio parlare di implicazioni socio economiche. Ci sono sicuramente molte questioni legate a eredità, comunione di beni, salute eccetera eccetera. Ma allora lottiamo per queste cose. Lasciate perdere il matrimonio. Certo qualcuno potrebbe dire che desidera almeno la possibilità di scegliere, di decidere se sposarsi o meno. E’ questo l’errore. Il matrimonio è lì che vi svolazza sulla testa come un avvoltoio affamato: al primo momento di debolezza vi piomba addosso senza pietà e quel momento di debolezza lo rimpiangerete tutta la vita. Ora gli omosessuali hanno un vantaggio enorme. In quel drammatico momento possono solo dire “mi piacerebbe poterti sposare” e via….tutto finito. Ma sapete quanta gente eterosessuale ora pagherebbe per aver avuto allora qualcuno che gli impedisse di fare questo passo?? Miliardi, miliardi di gente.
Pensateci bene. Ancora oggi la gente si sposa per i motivi più stupidi: per uscire di casa, per non stare solo, a volte solo per fare la cerimonia o perché “le mie amiche sono tutte sposate”. Voi non li avete questi problemi. Tanto il giorno che avete deciso di parlare alla vostra famiglia di come siete davvero, a farvi uscire di casa ci avranno pensato loro. Come diceva un mio amico di colore “meglio essere negri che gay, se sei negro non devi dirlo a tua madre”. Non avete nemmeno il problema di aver messo incinta qualcuno per sbaglio e dover riparare se no il padre vi gambizza. E poi sapete sempre dove andare. Ci sono posti organizzati. E’ vero può sembrare una forma di ghettizzazione, ma la gente ghettizza per molto meno. Perché sei grasso, brutto o disabile. E a volte vi invidio: di gay bar è pieno il mondo, ma di disadattat bar non ne ho ancora visti.
Gli omosessuali hanno sempre lottato per poter essere semplicemente quello che sono, per esprimersi con la loro vera personalità, senza dover sottostare ai dettami della moralità costituita e, accidenti, hanno faticato come una balena stanca. E ora? Vogliono anche loro il contratto sociale più normalizzante, spersonalizzante e limitante che sia mai stato progettato? Così mi fate crollare un mito, non avete mai accettato le regole imposte da altri esattamente come cerco sempre di fare io e ora volete entrare in un mondo in cui tutto è già codificato. Come si certifica l’amore e come finirà. Dite la verità, avete un accordo con le lobby degli avvocati divorzisti, ditelo su, io vi capirò, ma non potete crollare anche voi, non mi lasciate solo vi prego.
Scusate, mi sono lasciato un attimo trasportare dalle emozioni. Vi sembrerà strano, ma io non voglio demonizzare il matrimonio, voglio innalzare l’uomo. Passiamo un buon 80% del nostro tempo a fare cose che, dipendesse da noi, non faremmo. Cose che ci dicono altri di fare e come fare. In quel piccolo spazio che ci rimane, lo spazio del nostro tempo, del nostro intimo, dei sentimenti, non possiamo anche lì farci condizionare da regole scritte da altri, non possiamo farci dire anche lì come si fa e come non si fa. Se no è finita. Decidiamo noi come viverci e come smettere di viverci e non pensiamo di non avere le risorse per farlo. E anche se fosse così, non servirebbe utilizzare i modi preimpacchettati da altri. Può essere che il sistema matrimoniale così com’è strutturato oggi, calzi a pennello per qualcuno, può essere anche (molto più raro) che calzi perfettamente per due persone che casualmente si sono anche innamorate. Ma non può andare bene per tutti. Evoluzione, dobbiamo evolverci. Non può essere che ancora oggi una donna non sposata dopo i 30 anni venga considerata come un cavallo zoppo e un uomo un puttaniere o un disadattato.
Fate attenzione quindi. Quando anche gli omosessuali cominceranno a desiderare di sposarsi perché i genitori di lei preferiscono così….sarà la fine, avranno raggiunto la considerazione sociale che volevano, ma saranno tristissimi.

Technorati Tags: ,

mercoledì 21 giugno 2006

Incentivi alla rottamazione dei rapporti sociali


Ci sono alcuni passaggi che, nella società contemporanea, è quasi impossibile evitare: le vaccinazioni, la scuola dell’obbligo, le sigarette a 16 anni (e per qualcuno anche tutti quelli successivi), il calcio, i calci e una serie di stereotipati eventi di interrelazione umana, tipo limonare o fare un colloquio di lavoro. Ognuna di queste situazioni, coinvolgenti umani che si trovano a ricoprire ruoli contrapposti, ha una serie di regole non scritte, gesti codificati, segnali indicatori, che tutti i personaggi in gioco conosce benissimo e, solitamente, disprezza, ma è impossibile e comunque considerato blasfemo, non divenirne artefice. Tra i più rappresentativi riti di sopravvivenza sociale c’è l’acquisto dell’automezzo privato per deambulare più comodamente. Questo evento, nel suo reiterarsi, genera una diramazione di sé altrettanto articolata, chiamata, nello slang metropolitano, “dare dentro”: cioè cedere allo smerciatore di automezzi, come contropartita, il proprio vecchio veicolo e una quantità di soldi pari al valore del veicolo nuovo meno quello del vecchio, oppure il valore di quello nuovo meno lo sconto senza mettere in mezzo ferraglia (quindi il vostro usato non vale un fuffolo).
Pur nella consapevolezza che con il vostro usato il rivenditore ci fa del brodo di pollo, il processo di valutazione del suddetto, è una pantomima degna del teatro giapponese no. Solitamente la speranza di non essere trattati come dei poveri mentecatti è alimentata dal fatto che la vostra vecchia auto, al momento dell’acquisto, è stata spacciata boriosamente come “un assegno circolare”. Terminologia da vecchio lupo di mare del mercato, per indicare che, in qualsiasi momento, la potrete rivendere quasi al prezzo del nuovo perché è ricercatissima (probabilmente meno ricercata del tizio che ve lo ha detto). La speranza, sebbene ultima, muore anch’essa.
A “Io avrei da dar dentro la mia macchina è una….”
V “ah guardi quella è invendibile!”
A “veramente non le ho ancora detto che macchina è”
V “ah no? Mi scusi, mi era sembrato, comunque non c’è mercato per l’usato”
A “mah, veramente mi avevano detto che era un assegno circolare”
V “ma lei crede ancora a queste fesserie da venditore di serie b?”
A “l’ho comprata da lei”
V “ehmmm comunque ora c’è crisi… euro4 …incentivi rottami ….ho moglie e figli… come fosse antani…”
A “ok comunque è un 2002 diesel 3 porte..”
V “3 porteeeeeeeeeee?????? Ma è matto, non si vende in nessun modo, fosse stata 5 sarebbe stato tutto un altro discorso”
A “ho detto 3? Volevo dire 5”
V “è uguale”
A “insomma quanto me la valuta?”
A quel punto il venditore estrae da un cofanetto inciso a mano da un alchimista del ‘600 il famigerato libretto blu dove sono indicate le quotazioni di tutte le auto esistenti sul pianeta. Le quotazioni sul libercolo vengono fatte così: si prende quattroruote, si vede la valutazione dell’auto usata, si divide per 2 il valore e lo si incide nelle pagine insanguinate.
Poi vengono tutte le casistiche codificate alla perfezione:
Hai installato mille optional? “può anche smontarli e portarseli via per me è uguale”
Non ne hai nessuno? “avesse almeno l’aria condizionata”
Paghi a rate? “almeno lasciasse qui il contante”
Paghi in contanti? “a me non fa nessuna differenza, che me li dia lei subito o la finanziaria, io li prendo comunque”.
Mi fa lo sconto? “no guardi già mi dissanguo a prendere dentro quel catorcio” (che venderà a prezzo maggiorato in albania).
Allora niente usato che sconto mi fa? “pari al valore dell’usato”
Ovviamente tutti questi lati negativi del mercato dell’usato li dovete ribaltare nel caso in cui sia lui a vendervi un’auto di seconda mano.
Tutta questa sceneggiatura bislacca è un vero e proprio rito: non ha alcuna utilità, sanno tutti come funziona e come va a finire e ti fa perdere un sacco di tempo. Un po’ come il matrimonio.
Io avviso tutti i commercianti di auto che leggeranno questo post: io a INV di invendibile sono già in macchina a cercare un altro concessionario. Poi regolatevi voi.

Technorati Tags: ,

giovedì 15 giugno 2006

Triste per mancanza di calcio


Con quello comunemente noto come lo sport nazionale, ho un rapporto invidiabile. A pallone ho giocato un sacco di volte, tipo dieci o venti, forse, da bambino specialmente, finanche da adolescente. Poi, per avventura, ho escogitato strumenti d’affermazione sociale alternativi e ho smesso.
Nello svolgersi della mia romanzesca esistenza ho assistito anche a numerose partite d’un certo rilievo, fra le quali me ne sono rimaste impresse ben quattro: una bizzarra tenzone Roma-Liverpool del 1984, quando per poco non s’intese male un mio amico romanista (ovviamente non nel senso di “studioso dell’antica civiltà romana”); l’incontro “San Giovanni Rotondo contro un’altra squadra” (così disse, al microfono, il commentatore) in un campeggio di Vieste nel 1985, che finì in tafferuglio; ospite con secondi fini a casa di amiche, una partita dell’Italia ai mondiali che doveva essere il ’90 o giù di lì, tediosa al punto che m’offrii di andare ad acquistare 4 birre a mie spese sebbene non ci avessi una lira in tasca, e giunto dal birraio trovai anche lì un tubo catodico pieno di ometti che correvano avanti e indietro e la cassiera sotto ipnosi, tanto che quasi quasi le volevo fregare le 4 birre, però non ce ne fu bisogno perché il birraio confusissimo mi disse “te le regalo perché assomigli a tacconi!” (un calciatore del momento, mi si disse poi) e io uscendo chiesi “e chi è ‘sto tacconi?” e poco manca che gli devo rendere le 4 birre così allungai il passo; e poi infine un’altra partita mondiale dell’Italia in tempi più recenti, di cui rimembro soltanto che era giugno-luglio, c’era caldo, si cenava colle finestre aperte “così si può fumare” e ‘sto televisore con gli ometti a correre avanti e indietro, e io c’ero finito in mezzo per le solite ragioni di fidanzate, tessuto sociale, mal controllata cortigianeria eccetera, e tutti gridavano aléalé e ogni poco qualcuno mi chiedeva “ma davvero non te ne frega niente?” (no, niente) e fra gli invitati c’era addirittura un cane grande grande, un terranova sdraiato fra il tavolo e il divano che emetteva peti sbalorditivi ma neanche il miasma poté distogliere dalla partita quel piccolo pubblico condannato all’anaerobiosi.
Queste le 4 partite che ricordo. Magari ne avrò vista anche qualcuna di più, ma non mi ha scalfito nemmeno mezzo neurone. Cosa posso farci? Il calcio mi procura un’uggia tale che, ogni volta che tento di concentrarmi su un incontro, rischio di essere fisicamente sopraffatto dalla mia sacca scrotale. Magari non è colpa mia, ma degli atleti che giuocano in modo stucchevole.
Eppure, nonostante tutto, sono talmente permeato di calcio che ci ho i calcoli, no, cioè, ne sono talmente permeato da poter ostentare opinionismo: posso dichiararmi ferito dal recente scandalo che ha interessato il calcio italico e la giuvèntus, posso descrivermi persuaso del fatto che a pallone si gioca in undici però ci sono anche alcuni in panchina, solitamente col culo storto. Mi compiaccio dell’esistenza dei fuorigioco, dei guardalinee, dei pali, delle reti, dei l’arbitri (lo so che si scrive dell’arbitri, stupido), mi crogiolo al pensiero che alcuni ex calciatori, da grandi, allenano le squadre. So anche chi mettere in campo al momento giusto, proprio come fanno i migliori mister (lo vedi? So pure “mister”!): per esempio il calciatore nella foto qui sopra mica l’ho scelto a caso, ma perché somiglia a un mio caro amico che ama il calcio per cui in questo periodo ci vediamo meno.
In questo periodo ci sono i mondiali di calcio in Germania. L’ho saputo l’altra sera. Come quantità questi mondiali sono ancora pochi, ma so che aumenteranno col passare dei giorni e mi auguro che l’effetto di trascinamento sulle masse divenga sempre più eccessivo, e con ciò cresca il numero dei seguaci disposti a starsene dentro casa o nei posti col maxischermo a guardare la partita e a soffrire e strillare a causa di eventi che non possono assolutamente controllare.
Costoro, esclusi dalla mia vita sociale (loro penseranno la stessa cosa di me, e il mio spirito se ne pasce), mi condanneranno alla soave emarginazione alla quale costantemente aspiro. In queste tiepide serate da asociale disadattato, andrò al cinema spettando in sale semivuote, uscirò con fidanzate e mogli di tifosi senza dovermi nascondere nei motel come al solito, andrò a fare le gare clandestine con la motocicletta avvampando l’asfalto disabitato, chiamerò l’ascensore per andare a fare un giro all’ottavo piano e lo troverò sempre libero. Hai presente quei sublimi B-movie col protagonista sopravvissuto a una catastrofe planetaria che torna nella sua città e la trova deserta, e alla fine però qualcuno incontra, e allora si sente come se stesse nascendo per la seconda volta e si fa strada in lui l’ipotesi che possa essere quella buona? Ecco, mi sentirò un po’ così.
È per questo complesso di motivi che sarò triste davanti ai caroselli delle auto di quando l’Italia vince, agli ossessi colle bandiere tricolori che viaggiano appesi con la natica fuori dal finestrino urlando aléalé, ai panzoni colla maglia azzurra comprata in autogrill che zompano festanti per le vie, alle femmine tifose che fanno come i tifosi maschi e anche questo dev’essere perché c’è stato il sessantotto.
Sarò triste in quanto consapevole del fatto che prima o poi la magia finirà e il mondo tornerà quello di prima, con meno calcio, quindi a rischio d’osteoporosi.

Technorati Tags: ,