Sono afflitto. Questa non è una novità, io ci vivo in afflitto.
Sono afflitto dalle cose che so. Voi che cosa sapete? Ma soprattutto, le cose che sapete chi ve le ha dette?
Tutto è informazione. Televisione, radio, internet, giornali: è impossibile vivere senza sapere. Anche solo di striscio. È cosa buona? Diavolo, sì! È la medicina dell'ignoranza e dell'indifferenza. Ma come tutte le medicine ha degli effetti collaterali anche gravi. Questo avrei dovuto dirvelo velocissimamente ma più veloce di così non riesco a digitare.
Il primo male iatrogeno (significa causato dai farmaci, potevo scrivere causato dai farmaci ma così sembro più avvenente) è la tendenza a sovrapporre l'informazione con la realtà. In parole straccione se una cosa non passa dai canali dell'informazione non è successa. Questo è un fenomeno molesto perché un sacco di cose accadono, ma non sono mediaticamente sensuali oppure lo sono troppo e non ci si sente all'altezza di metterci le mani sopra. È l'antico e saggio koan zen: se un albero cade in mezzo alla foresta e nessuno lo sente, è caduto davvero quell'albero? Certo che è caduto, che razza di domanda è? Dev'essere per questo che il mio maestro usava colpirmi con una teiera per sakè e che nel mio percorso evolutivo zen sono arrivato fino alla cintura gialla. Ero molto vicino al nirvana, ma quando Kurt Kobain (che essendo kurt suonava il basso) è morto non me la sono più sentita di continuare.
L'altro problema è l'attendibilità. Siamo talmente spedalizzati (significa rincoglioniti) che qualsiasi notizia se preceduta da una sigla ipnotica, pronunciata da una voce ben modulata e ripetuta un numero sufficiente di volte diventa vera senza bisogno di esserlo. Questo effetto viene amplificato nel caso in cui la notizia getti discredito su qualcuno. Questo qualcuno può riabilitarsi, vincere un Nobel per la pace, diventare madre badessa supeiora e scoprire il vaccino contro Maria De Filippi, ma quando si accennerà a lui si dirà sempre “sai quello che sembra abbia fatto cadere quell'albero...”.
Sappiamo, per dirne una, che il pianeta si sta surriscaldando e i ghiacci si stanno sciogliendo con devastanti effetti sugli aperitivi. Quante volte l'abbiamo sentito? Tutti indignati per l'uomo che distrugge il suo stesso ambiente, lo avvelena e fa cadere tutti gli alberi tanto che non se ne trova più uno per gli zoccoli o per tendergli una mano pargoletta. Adesso in qualche articolo di fondo si legge che in realtà è stato solo il 2003 ad essere caldo e ora fa di nuovo un freddo becco e i ghiacciai sono di nuovo lì ad ospitare orsi e cacciatori di foche neonate, affondare transatlantici e rendere il circolo polare artico un posto civile, tanto che vorrei essere socio anche io. Sia chiaro, l'uomo è ugualmente il bacarozzo del mondo, ma chi mi dice che morirò presto annegato ma abbronzatissimo o che l'aviaria ucciderà 14 milioni di persone e poi pubblica un articolo a pagina tante con scritto “forse no” è un bacarozzo con lo scorbuto.
Sappiamo, per dirne un'altra, che il terrorismo in Italia è una guerra vinta. Sarà anche così, ma le stragi aspettano ancora dei colpevoli, i successi dello Stato non è ancora ben chiaro come siano maturati e qualcuno spara ancora, ma siccome non ha una tovaglia in testa non interessa.
Qui non è nemmeno un problema di a chi credere, ma proprio di a che cosa credere, perché la stessa fonte dice tutto e ottut (il contrario di tutto). Il nuovo treno Freccia Rossa per esempio. Va davvero così forte? Perché io ho il vago sospetto che siano semplicemente tutti gli altri treni ad andare più piano di prima. Forse fa solo molto prima ad arrivare in ritardo oppure passa a trecento all'ora nelle stazioni perché se lo beccano i pendolari gli menano.
E la grande astronoma Margherita Hack, è davvero così brava? No, pensateci bene, quando parla lei tutti pendiamo dalle sue labbra, convinti di ascoltare un guru della materia, ma siate onesti, lo pensiamo solo perché è brutta e grazie all'italica cultura velinocentrica, applichiamo inconsciamente una relazione inversa tra la saggezza e la capacità di mettersi le ginocchia dietro la testa. Perché nessuno di noi ha accertato le sue conoscenze astronomiche, ma abbiamo tutti accertato che non le chiederemmo un rendevouz tomorrow. Così come Crepet ci sembra uno psicologo capacino grazie ai suoi maglioncini a collo alto. Questa è programmazione neurolinguistica, mica cazzi.
Ci sono troppi modi di sapere una cosa e troppo spesso è già difficile saperle le cose davvero importanti.
Io, come dicevo, so un sacco di cose. Quasi tutte inutili e le altre sono cose che è meglio che sto zitto.
So che cos'è un decametro e come si mette in moto. So dov'è finita la squadriglia 19 scomparsa sul triangolo delle Bermude nel '45 (è tra i cuscini del mio divano). Sapevo anche la differenza tra un sicomoro e un anacoluto ma ora non la ricordo e inoltre l'anacoluto è appassito.
Quello che voglio dire è che, senza arrivare all'iperbole di matrix, è possibile che la realtà che conosciamo sia molto distorta da alcuni fattori: la nostra incapacità di reperire e valutare le informazioni, il desiderio che spesso le fonti hanno di veicolarle modellandole su interessi vari, la viscerale tendenza a ritenere vere quelle che ci fanno comodo o che ci spaventano particolarmente e infine la quasi impossibilità di accedere a dati custoditi da lobby di potere che hanno l'hobby di agire al di fuori della legalità e al di sopra del popolo bue.
La sensazione che ho è che questo pressing informativo ci abbia ancor più crocefissi alla poltrona, rendendo il nostro sapere (che ancora è potere) un'arma sì, ma non in mano nostra. Perché i giornali sono utili, ma bisogna saperli utilizzare. Per imballare dei piatti per esempio.
Quindi tocca per prima cosa alzarsi o uscire dai bar, tocca andarsi a informare invece di farsi informare. Bisogna andare in quel cazzo di bosco, perché a forza di non sentirli gli alberi stanno cadendo tutti e qualcuno un giorno dirà che lì un bosco non c'è mai stato e si dirà revisionista.
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