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mercoledì 7 gennaio 2009

Siamo in formazione rimaneggiata


Le cose vanno bene. Non bene che non potrebbero andare meglio. Avete presente quando dite alla vostra consorte “che hai?” e lei risponde “niente” rosicchiandosi un gomito? Ecco va bene così. Ho un raffreddore sgarbato dall'anno scorso e parlo come Amanda Lear. Nel senso che dico cose tipo voulevu a rendevouz tomorrow e tendo alla confusione ormonale. D'accordo non va benissimo, la vita mi spernacchia con la lingua di menelik, ma immagino che questa informazione non modifichi il corso della vostra esistenza. Sì insomma dubito che nella vostra pagina principale di internet (quella con la casetta per intenderci), vicino al meteo della vostra città, le news di repubblica e i risultati del curling, ci siano anche le condizioni di cruman. Ora se prendete un foglio e una penna ve le detto. Le mie condizioni dico.
Sono afflitto. Questa non è una novità, io ci vivo in afflitto.
Sono afflitto dalle cose che so. Voi che cosa sapete? Ma soprattutto, le cose che sapete chi ve le ha dette?
Tutto è informazione. Televisione, radio, internet, giornali: è impossibile vivere senza sapere. Anche solo di striscio. È cosa buona? Diavolo, sì! È la medicina dell'ignoranza e dell'indifferenza. Ma come tutte le medicine ha degli effetti collaterali anche gravi. Questo avrei dovuto dirvelo velocissimamente ma più veloce di così non riesco a digitare.


Il primo male iatrogeno (significa causato dai farmaci, potevo scrivere causato dai farmaci ma così sembro più avvenente) è la tendenza a sovrapporre l'informazione con la realtà. In parole straccione se una cosa non passa dai canali dell'informazione non è successa. Questo è un fenomeno molesto perché un sacco di cose accadono, ma non sono mediaticamente sensuali oppure lo sono troppo e non ci si sente all'altezza di metterci le mani sopra. È l'antico e saggio koan zen: se un albero cade in mezzo alla foresta e nessuno lo sente, è caduto davvero quell'albero? Certo che è caduto, che razza di domanda è? Dev'essere per questo che il mio maestro usava colpirmi con una teiera per sakè e che nel mio percorso evolutivo zen sono arrivato fino alla cintura gialla. Ero molto vicino al nirvana, ma quando Kurt Kobain (che essendo kurt suonava il basso) è morto non me la sono più sentita di continuare.


L'altro problema è l'attendibilità. Siamo talmente spedalizzati (significa rincoglioniti) che qualsiasi notizia se preceduta da una sigla ipnotica, pronunciata da una voce ben modulata e ripetuta un numero sufficiente di volte diventa vera senza bisogno di esserlo. Questo effetto viene amplificato nel caso in cui la notizia getti discredito su qualcuno. Questo qualcuno può riabilitarsi, vincere un Nobel per la pace, diventare madre badessa supeiora e scoprire il vaccino contro Maria De Filippi, ma quando si accennerà a lui si dirà sempre “sai quello che sembra abbia fatto cadere quell'albero...”.


Sappiamo, per dirne una, che il pianeta si sta surriscaldando e i ghiacci si stanno sciogliendo con devastanti effetti sugli aperitivi. Quante volte l'abbiamo sentito? Tutti indignati per l'uomo che distrugge il suo stesso ambiente, lo avvelena e fa cadere tutti gli alberi tanto che non se ne trova più uno per gli zoccoli o per tendergli una mano pargoletta. Adesso in qualche articolo di fondo si legge che in realtà è stato solo il 2003 ad essere caldo e ora fa di nuovo un freddo becco e i ghiacciai sono di nuovo lì ad ospitare orsi e cacciatori di foche neonate, affondare transatlantici e rendere il circolo polare artico un posto civile, tanto che vorrei essere socio anche io. Sia chiaro, l'uomo è ugualmente il bacarozzo del mondo, ma chi mi dice che morirò presto annegato ma abbronzatissimo o che l'aviaria ucciderà 14 milioni di persone e poi pubblica un articolo a pagina tante con scritto “forse no” è un bacarozzo con lo scorbuto.
Sappiamo, per dirne un'altra, che il terrorismo in Italia è una guerra vinta. Sarà anche così, ma le stragi aspettano ancora dei colpevoli, i successi dello Stato non è ancora ben chiaro come siano maturati e qualcuno spara ancora, ma siccome non ha una tovaglia in testa non interessa.


Qui non è nemmeno un problema di a chi credere, ma proprio di a che cosa credere, perché la stessa fonte dice tutto e ottut (il contrario di tutto). Il nuovo treno Freccia Rossa per esempio. Va davvero così forte? Perché io ho il vago sospetto che siano semplicemente tutti gli altri treni ad andare più piano di prima. Forse fa solo molto prima ad arrivare in ritardo oppure passa a trecento all'ora nelle stazioni perché se lo beccano i pendolari gli menano.
E la grande astronoma Margherita Hack, è davvero così brava? No, pensateci bene, quando parla lei tutti pendiamo dalle sue labbra, convinti di ascoltare un guru della materia, ma siate onesti, lo pensiamo solo perché è brutta e grazie all'italica cultura velinocentrica, applichiamo inconsciamente una relazione inversa tra la saggezza e la capacità di mettersi le ginocchia dietro la testa. Perché nessuno di noi ha accertato le sue conoscenze astronomiche, ma abbiamo tutti accertato che non le chiederemmo un rendevouz tomorrow. Così come Crepet ci sembra uno psicologo capacino grazie ai suoi maglioncini a collo alto. Questa è programmazione neurolinguistica, mica cazzi.


Ci sono troppi modi di sapere una cosa e troppo spesso è già difficile saperle le cose davvero importanti.
Io, come dicevo, so un sacco di cose. Quasi tutte inutili e le altre sono cose che è meglio che sto zitto.
So che cos'è un decametro e come si mette in moto. So dov'è finita la squadriglia 19 scomparsa sul triangolo delle Bermude nel '45 (è tra i cuscini del mio divano). Sapevo anche la differenza tra un sicomoro e un anacoluto ma ora non la ricordo e inoltre l'anacoluto è appassito.
Quello che voglio dire è che, senza arrivare all'iperbole di matrix, è possibile che la realtà che conosciamo sia molto distorta da alcuni fattori: la nostra incapacità di reperire e valutare le informazioni, il desiderio che spesso le fonti hanno di veicolarle modellandole su interessi vari, la viscerale tendenza a ritenere vere quelle che ci fanno comodo o che ci spaventano particolarmente e infine la quasi impossibilità di accedere a dati custoditi da lobby di potere che hanno l'hobby di agire al di fuori della legalità e al di sopra del popolo bue.


La sensazione che ho è che questo pressing informativo ci abbia ancor più crocefissi alla poltrona, rendendo il nostro sapere (che ancora è potere) un'arma sì, ma non in mano nostra. Perché i giornali sono utili, ma bisogna saperli utilizzare. Per imballare dei piatti per esempio.
Quindi tocca per prima cosa alzarsi o uscire dai bar, tocca andarsi a informare invece di farsi informare. Bisogna andare in quel cazzo di bosco, perché a forza di non sentirli gli alberi stanno cadendo tutti e qualcuno un giorno dirà che lì un bosco non c'è mai stato e si dirà revisionista.


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lunedì 15 dicembre 2008

Le cose che non vi ho detto


Dove sono stato tutto questo tempo? In un posto freddo e angusto. Talmente angusto che a piantarci dei chiodi per appendere i quadri sembrerebbe di stare in una vergine di norimberga. Senza nemmeno la soddisfazione di trovarsi in una vergine.
Ho avuto difficoltà nell'esprimere il mio unico talento, forse anche perché è considerato illegale in ventisette stati. Anche i rapporti sociali hanno preso una piega sgarbata a meno di non voler considerare lo sputo una forma evoluta di interconnessione umana. Ho invece buone prospettive per il lavoro. La mia domanda di assunzione per un posto talmente poco ambito da vedermi unico candidato, ha inaspettate possibilità di essere accettata. Mi hanno detto che sceglieranno tra me e il prossimo che invierà un curriculum.
Non sto accampando scuse, anche perché nessuno se l'è mai avuta a male per la mia sparizione, almeno nessuno di quelli che se ne sono accorti. Quindi taglio corto (come dice sempre il mio barbiere, Postatore Sano) e passo a recuperare il tempo perso, facendo un bigino di questi mesi in cui vi ho lasciati senza la mia cronaca del tempo che scorre, come tutto scorre, ma lui di più.
Per riassumere gli eventi che da giugno di quest'anno mi hanno scosso fino a farmi cambiare posizione sul divano, userò una suddivisione cronologica e per importanza che definirei stocastica, parola usata dagli statistici per definire “a casaccio”.

Ci sono state le olimpiadi. Ha vinto Phelps.
Anche la Granbassi (uso l'articolo perché è donna non perché è uno scrittore dell'800) ha vinto e l'ho capito da fatto che esultava come un'invasata, manco avesse vinto una medaglia olimpica.
Poi è tornata a casa e dall'Italia ha solennemente dichiarato che i vincitori di Pechino dovrebbero dare un segno di protesta verso la politica estera cinese.
Santoro ha denunciato un suo imitatore per blasfemia, considerando il voler sostituirsi a dio un atto sì liberale, ma decisamente scortese. Per dimostrare la sua magnanimità ha cominciato ad invitare imitatori al suo programma danno zero, sostenendo di essere a favore della satira. Verso gli altri. In fase di istruttoria si è scoperto che a denunciare l'avventato dj spiritosone, non è stato Santoro ma un tizio che lo imitava. La cosa ha scatenato le ire del vero Santoro, ma ormai non ci crede più nessuno.
Frattanto la Granbassi sfodera la pretesa della detassazione dei premi per le medaglie olimpiche. Premio che è il più alto al mondo e otto volte quello degli americani. A chi le fa notare di essere già stipendiata dallo stato per fare la moschettiera evitando i doveri di ogni carabiniere (servire, proteggere, andare in giro in coppia e saper o leggere o scrivere), la bella spadaccina risponde dando del calciatore a chicchessia. Ribadisce altresì che ella fornisce buon servizio alla nazione tutta e che quindi va trattata in maniera privilegiata. Dal mio angusto rifugio elaboro che le persone che lottano contro il cancro, ma anche chi mi porta via la spazzatura da sotto casa, forniscano altrettanto servizio alla nazione tutta e che di questi non si possa fare a meno, mentre della bella assaltatrice all'arma bianca, sebbene con rammarico, potremmo anche fare senza. Quindi, sempre debilitato dal mio angusto rifugio, mi ritrovo a non trovare cagione per privilegiati trattamenti.
Divampa l'Obamania. Persino il mio barbiere (Postatore Sano) si vanta di sostenere il nuovo presidente americano. Lo fa come una volta si vantava di avere amici gay e in un secondo momento, di esserlo (un amico gay). Il fatto che il nuovo capo della nazione che esporta più democrazia al mondo sia un nero è sicuramente segno di una rinnovata civiltà occidentale, ma a molti sfugge come il colore della pelle possa essere sintomo di superiori valori umani. Questo mi ricorda qualcosa, qualcosa che preferirei non ricordare. Sta di fatto che qualcuno sperava che questo evento unico ed eccezionale, fosse prodromo di una maggiore sintonia mondiale tra occidente e mondo islamico. La notizia della sua elezione è infatti stata accolta dalla controparte con un grido di giubilo: “e adesso convertiti, negro”.
Nel mentre, la Granbassi, fiera del successo femminista che ha portato il gentil sesso nell'Arma, rivede un'anticchia il suo giuramento “nei secoli fedele” e pretende di continuare a fare la zorra stipendiata dall'esercito (cioè da noi) senza esercitare, ma anche la soubrette stipendiata dalla Rai (cioè da noi) e ha pure qualcosa da dire sulla ritenuta d'acconto. Però è bella.
Scoppia la crisi mondiale totale globale megaultrasuper. Fior di economisti incrociano le calcolatrici per stabilire quale sia la causa di questo disastro economico e dai rotoli bianchi escono numeri che, interpretati alla bisogna, indicano chiaramente che la gente sono tutti matti. La mia umile opinione è che sia successa una cosa molto semplice: qualcuno si è accorto che il concetto secondo cui chi ha 1000 euro in banca è un poveraccio e chi ha 10 milioni di debiti è un magnate, è a dir poco bislacco. Un po' come è successo con il colgate con erbasol, che spopolò finché qualcuno si chiese “che cazzo è l'erbasol?”. La crisi c'è e si sente, si percepisce nell'aria. Gira voce che il clan dei casalesi, per elargire prestiti a strozzo, richieda la busta paga.
Intantociò, la Granbassi lascia la Benemerita modificando il solenne giuramento in “fedele finché mi tira il culo (e che culo)” e si dedica alla carriera di bella faccia in televisione che chissà perché sta là. Senza sapere che presto la sua idiosincrasia per le tasse e la sua passione per la tv via satellite saranno destinate a incrociarsi di nuovo. Come due sciagurati sciabolatori.
La sinistra insorge contro il raddoppio dell'Iva sul canone per vedere le partite di calcio e i film suini. Un attacco alle famiglie povere, dice Veltroni che ha lo stesso motto di Obama che poi era lo stesso della Wehrmacht. Io ne conosco di famiglie povere, una è la mia. Nessuna di queste può permettersi un minimo di 30 euro al mese per vedere Sky e nemmeno Lucy coi diamanti. Io fatico a comprare il pesto per condire la pasta, perché tutti i miei soldi li spendo per comprare la pasta. Quindi non mi sento molto colpito dall'aumento dell'Iva su un canone che non potrò mai permettermi anche senza Iva. Però mi piacerebbe che qualcuno si indignasse altrettanto per il fatto che la pasta costi come un figlio scemo.
Intantoche, sento parlare della Granbassi come donna bella e di successo che ha a cuore, oltre alla riduzione delle sue tasse, il bene di chi soffre e lo dimostra regalando al Dalai Lama una maschera da scherma (e in quanto lama poteva anche tornare utile) un po’ sudaticcia che il buon uomo tibetano ha usato come vaso da fiori d’alta montagna.
Un europarlamentare della Lega, stipendiato come lo scià di Persia ma oberato di lavoro come la Granbassi, affronta i venti di crisi europei, vantandosi attraverso le onde radio rai, di aver messo in piedi una cambogia per far sì che tutte le aziende di telefonini adottino lo stesso caricabatterie. Gesto vestito di nobiltà ecologica perché, parole sue, “ogni volta che cambio telefono devo buttare il caricabatterie”. Notevole. E io stupido che nella mia testolina angusta come il suo rifugio, penso che sarebbe molto più ecologico non cambiare un telefono ogni due mesi perché è uscito quello che fa il doppio delle cose del precedente anche se tu fai sempre le stesse tre cazzate. Però fa molto aperitivo. Io, che sono una famiglia povera, ho lo stesso telefono con lo stesso caricabatterie da due anni. Se la gente fosse meno figa, il mondo sarebbe un posto migliore.

Oltre a tutto ciò ho capito cose importanti, ho avuto rivelazioni similnirvana.
Ho capito che se un poliziotto cretino spara a un ragazzo scoppia una rivoluzione, ma se la mafia ne ammazza 1000 quanto ha fatto la juve?
Ho capito che l'ultimo dei fessi, specie se di sesso femminile, dopo essere stato due settimane a Parigi comincia a dire “voi italiani”.
Ho capito che anche se ho paura di volare e se il viaggio più lungo che ho fatto è stato in direzione Vetralla (e non ci sono nemmeno arrivato), ho speso più soldi in compagnie aeree di un commesso viaggiatore.
Ho capito che qui a poco a poco la gente finirà tutta in rifugi angusti, perché capire, sacrificarsi e fare qualcosa che non preveda un divano e un telecomando, sono sport troppo impegnativi.
Ma la cosa più importante che ho capito è che..

la Granbassi ha rotto i coglioni.


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martedì 17 giugno 2008

Olanda Romania: previste espulsioni


Il giuoco del pallone è, in Italia, fenomeno di costume. A differenza del nuoto. E tanto più gli italiani sono invasati di pallone, tanto più i pallonari (detti anche calciatori) sono pallonari. Non come una volta (o come in paesi del terzo mondo del pallone tipo le Isole Faoer), quando un calciatore era anche commercialista, autoferrotranviere o dottore (come Socrates che, bizzarria, era dottore in chirurgia e non in filosofia).
Il pallone è indubbiamente un bel diporto. Un giuoco molto tecnico sebbene fatto coi piedi e non villano come la pallavolo che è giuoco di mani. Il nostro paese poi è la patria dei commissari tecnici e sicuramente avremmo vinto molti più mondiali se tutti questi allenatori non si ostinassero a fare i barbieri e gli autisti di pullman.
Il prototipo del giuocatore di pallone è esteticamente conturbante, ha una moglie che piacerebbe avere anche a me, dei figli con dei nomi che indicano la professione del padre e una serie di tatuaggi in posti dove io non ho nemmeno i posti. La sua pelle è una biografia: date di nascita, nomi di prole e della donna da cui è uscita (o in cui il giocatore di pallone è entrato, se preferite) e vittorie indimenticabili ma non si sa mai. Ammetto che anche io ho un tatuaggio in ricordo di un mio successo. Per fortuna sono alto, altrimenti sarebbe stato un problema ricordare il “Quattordicesimo torneo interparrocchiale della madonna del cuore sanguinante del viandante del pellegrino. Terzo classificato”.
Nonostante sia evidente il mio bagaglio nozionistico intorno al mondo del pallone, di calcio non se ne sa mai abbastanza. Questo dogma andrebbe inserito nella costituzione, in modo che non accada più che sprovveduti come Jolanda Occhipinti e Giuliano Paganini si facciano rapire in prossimità del campionato europeo di pallone e sperino nell'interessamento di qualcheduno.
Fortunatamente una ridda di giornalisti, opinionisti, commentatori e coadiuvanti del commentatore, lavorano come un sol uomo affinché io conosca perfettamente le inclinazioni sessuali di Ronaldo, sebbene io non abbia ancora ben chiare le mie.
I commentatori sarebbero anche bravi, se non fossero ogni volta affiancati da un tizio che, masticando una grossa patata, arzigogola di tecnica e di tattica gettando ombre sulla differenza tra i due termini. Certo non ci sono più i Nicolò Carosio. D'accordo, quando c'era Carosio non c'era nemmeno la televisione e coglierlo in fallo non era semplice. A parte i suoi famosi “rete...quasi” e il “che vuole quel negraccio” esclamato all'indirizzo di un guardalinee etiope che annullò con dolo due gol all'Italia, si racconta di una leggendaria radiocronaca di un Italia Scozia durante la quale Carosio infiammò gli animi e le speranze degli italiani per poi mortificarle senza pietà, descrivendo una sgroppata sulla destra del nostro centromediano metodista: “si invola palla al piede Gabetto, Gabetto, Gabetto – fibrillante pausa – RETE! - timida pausa – Ha segnato Mortensen”.
Anche i giornalisti sportivi sono cambiati. Sono passati dal porre domande al dire delle cose. Se un cronista si muove per intervistare qualcuno si presuppone che ciò che questo qualcuno ha da dire possa interessare gli attenti lettori di gazzette sportive. E invece no, il protagonista è il giornalista, che si palesa al personaggio, gli snocciola un'analisi tecnico tattica studiata tutta la notte che mai, sottolineo mai, termina con quel famoso uncino rovesciato, arma storica del giornalismo e al termine del suo panegirico, schiaffa un microfono in bocca al malcapitato di turno. Lo sventurato, spiazzato dalla propria incompetenza, riesce solo a dire cose del tipo “noi giochiamo una partita alla volta” o “rigore è se arbitro dà”. Poi sarà lo stesso intervistatore a riprendere lo sportivo per non aver dimostrato sufficiente accordo con la sua disamina, frutto di anni di discussioni con Cerutti Gino (detto il drago) giù al bar sport. Il buon giornalista lamenterà anche una certa ingessatura (soprattutto da parte di Cannavaro) e la scarsa fantasia nelle risposte.
Già, la fantasia. Se oggi l'Olanda viene sconfitta, i rumeni si toglieranno lo sfizio di mandare a casa gli italiani in un pacchetto (sicurezza) postale. Questo accadrebbe, a sentire i giornalisti, in base a calcoli che avrebbero fatto iscrivere Fibonacci all'ISEF e non perché la nazionale ha giocato come me al torneo interparrocchiale (e non ho nemmeno vinto). Questo pericolo lo corre anche la Francia, ma non so che cosa ci sia scritto sulle testate francesi, visto che Zidane non gioca.
Data la situazione, qualche erede morale di Brera conia non senza una certa boria la seguente frase: “l'Olanda ha la possibilità di far fuori in un colpo solo i campioni del mondo e i vicecampioni”. Per qualche ragione che mi sfugge come sfuggiva Pasinato sulla destra, questo miracolo dialettico merita un posto tra cogito ergo sum e scemo chi legge. In una enfasi ricorsiva, assisto al lavoro di un giornalista che intervista altri giornalisti. Ormai l'oggetto del loro lavoro è divenuto superfluo. Bastano loro. Il bravo cronista chiede un parere a tutti i suoi colleghi e ognuno di loro, giurin giuretta nessuno escluso, risponde “bla bla bla, l'olanda ha la possibilità di far fuori in un colpo solo i campioni del mondo e i vicecampioni, bla bla bla”. Nessuno ha un'opinione differente, ma soprattutto nessuno ha altre parole a disposizione. Tutti pronunciano questo scorcio di letteratura ammiccando allo spettatore, come a dire “sentito che figata? È mia”. Cambio canale, provo alla Rai, lì entrano per concorso (anche se spesso concorso in associazione mafiosa) avranno sicuramente una retorica più sexy. Avevo ragione. L'opinionista sportivo di riferimento chiosa “cicicipipipi.. l'olanda ha la possibilità di far fuori in un sol boccone i campioni del mondo e i vicecampioni cicicpipipi”. Mica cazzi.
Al di là dell'estro grafologico ho provato a pensare a quello che dicono, visto che loro non lo fanno, e mi sono posto alcune domande, visto che loro non lo fanno.

Domanda numero A: qualcuno si ricorda che la Romania ha giocato due partite contro l'Olanda nelle qualificazioni vincendone una e pareggiando l'altra? È quindi possibile che anche in caso di partita vera, sia la Romania a farci fuori e non l'Olanda.

Domanda numero B: che interesse avrebbe l'Olanda a non ritrovare Francia o Italia alle semifinali? Se ho capito bene, mentre cambiavo canale durante le pubblicità di Barbie prigioniera del sogno, gli arancioni hanno rifilato tre pappine (li so anche io i termini tecnici tattici) all'Italia e quattro alla Francia. Immagino se la stiano facendo sotto al pensiero di doversi giocare l'accesso in finale contro una di queste due squadre.

Domanda numero C: ma a chi fuffolo interessa un servizio del telegiornale in cui un giornalista intervista altri giornalisti? È come se io entrassi in sala operatoria per un triplo bypass e dicessi “l'aorta la incido io se non le dispiace” e mi lasciassi degli oggetti nella cavità toracica, giusto per rendere completamente inutile la presenza dei chirurghi. Potrei lasciarci un microfono tanto, si sa, al cuor non si domanda.

Io non mi intendo di calcio, anche se sono italiano. Diciamo che ho più confidenza col sodio, ma ho la sensazione che questo allenatore non arriverà a Natale. Il che è un peccato visto che Donadoni.

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martedì 8 aprile 2008

(Mi) Candido ovvero l'ottimismo


Il giornalista di riferimento del quotidianoimpegnato sale le scale con la consueta espressione di chi sopporta il peso di sapere ciò che la gente ignora e non poterlo dire. Dietro quello sguardo infingardo si cela il sollievo di non poterlo fare, perché non saprebbe come mettere insieme il tutto o semplicemente non ne avrebbe il coraggio. Quello che è certo è che non sa che cosa significhi infingardo sebbene l'abbia usato sgarbatamente nei suoi occhielli d'assalto.
Vorrebbe che quelle scale non finissero mai. La voglia di giungere a destinazione per intervistare la blogstar lanciata in politica, non gli è mai nemmeno passata vicino. Ma è il suo sporco lavoro ed è meglio che lo faccia lui, visti i benefit e l'assicurazione che copre le spese odontoiatriche. Come d'incanto smette di sperare nell'infinitezza scaligera. La sua carriera ha visto qualche anno di grandi aspirazioni e decenni per realizzarle nel tabacco. Quindi non ha il fiato per salire più di quanto facciano i suoi trigliceridi da scrivania. “Internet non dovrebbe arrivare così in alto – pensa – almeno non senza ascensore”. Grazie al cielo tutto ha una fine o un fine, dipende dal genere.

“Così lei ha deciso di candidarsi alle prossime politiche. Che cosa le fa pensare di meritare un posto in parlamento?”
“Sono un blogger molto conosciuto, ho meno di 45 anni, mi intendo di nuove tecnologie e sono avvezzo al confronto e al problem solving”
“Un blogger eh?”
“Certo, sa che cos'è?”
“Sì, almeno credo. Un'attività collaterale, tipo organizzare combattimenti di cani o ingerire ovuli e passare la frontiera. Giusto?”
“Il suo sarcasmo è fuori luogo. So che scriverà male di me. Voi ci temete”
“Per quanto riguarda il programma?”
“Firefox naturalmente.”
“No intendo la piattaforma programmatica.”
“Ah, Wordpress.”
“Ok non importa, è comunque meglio di quella degli altri candidati. Quindi è importante che al governo ci siano persone giovani?”
“Sì esatto, sotto i 45 anni”
“Lei quanti anni ha?”
“43”
“Quindi tra due anni se ne andrebbe?”
“Non sono così ingenuo da cadere nelle sue trappole da bracconiere”
“Non era una trappola, era solo algebra”
“Lei non ci metterà in mezzo. Ormai siete solo degli imbrattacarte di regime, repressi nei vostri ideali, costretti a fare brandelli delle cose più vere: la passione, la forza... la verità”
“Molto poetico”
“Si nasconda pure nel cinismo, ma non potete più nemmeno sfangarla con la qualità. Siete piatti, banali e ridondanti. Per voi la politica è Carla Bruni, lo sport è il girovita di Ronaldo, la cronaca è sangue e morbosità. Sparate titoli alla nitroglicerina e poi scrivete pezzi alla camomilla. Tutto per i soldi, per il potere.”
“Il suo ultimo post si intitola Ieri l'ho preso dietro e sono ancora arrossato quindi oggi lo prendo davanti”
“Era un saggio sui danni dell'esposizione ai raggi solari”
“Un casuale inciampo linguistico quindi? E io che pensavo fosse per attirare cliccatori onanistici”
“Noi non abbiamo editori alle spalle, dobbiamo pur promuoverci.”
“Torniamo alla questione candidatura. Perché il fatto di essere un blogger dovrebbe costituire un fattore di merito?”
“Internet è il futuro. Chi governerà deve conoscere come funziona il più grande sistema di aggregazione delle nuove generazioni. Deve considerarlo. E chi meglio di uno dei blogger più seguiti della rete.”
“Certo. Però ho qualche dubbio. Se togliamo chi naviga in cerca di stimoli per disperdere il seme, chi lo fa per esprimere, rubando, il proprio dissenso verso le case discografiche ladre e chi chatta (schifo di parola per descrivere da dove dgt?, meladai?), non credo che questa comunità di blogger possa dirsi una moltitudine e, di conseguenza, non vedo perché dovrebbe avere più credito, chessò, dell'associazione italiana cuochi e sommelier. A casa mia poi l'adsl non arriva nemmeno se le mando una bomboniera. Le bollette, quelle invece arrivano a frotte.”
“Questa è la tipica mentalità italiana. Arriviamo sempre dopo, affrontiamo i problemi quando ormai i tuoi sono scappati.”
“I miei?”
“Sì i tuoi buoi. Presto internet sarà il mezzo assoluto e noi sapremo solo giocarci, se alle persone come me non verrà dato lo spazio che meritano.”
“Ancora non ho capito che garanzie dia questo fatto di essere blogger. Chi mi dice che lei non sia come gli altri, che non faccia cose classiche da politico come abbandonare gli amici in difficoltà e poi fregiarsi del loro ricordo una volta che saranno troppo morti per giudicarvi?”
“Ora sta esagerando. Il suo è un canto del nigno. Siete vecchi. Niente è così vecchio come il giornale di oggi. Noi diamo un senso ai fatti, voi non fate che metterli in fila. La gente preferisce leggere noi perché non riesce più a leggere un giornale con incredulità. Noi siamo vivi, presenti e originali.”
“Cigno”
“Prego?”
“Canto del cigno non nigno.”
“Ho sbagliato a digitare.”
“E comunque, originali voi? Partite con due cose sincere e poi passate il tempo a copiare nell'ansia di essere dimenticati dai contatori di accessi.”
“Noi copiamo? Ma che faccia tosta. I giornali sono i bordelli del pensiero.”
“Questa è di Balzac.”
“Fate gli allarmisti. È l'unico modo che avete per rendervi interessanti.”
“Questo l'ha detto Schopenhauer.”
“Mmmm... Siete sfamati dagli oziosi, gli ignoranti, invidi e tristi?”
“Alfieri.”
“Lei è in gamba lo sa?”
“Grazie”
“Scriverebbe un pezzo per il mio blog?”
“Piuttosto mi chiudo una mano in un tostapane”
“Ha già in mente per chi votare?”
“Certo, ho una famiglia da mantenere io”
“Nel senso che crede in chi voterà o chi voterà crede in lei?”
“Senta, io non ce l'ho con lei. Apprezzo quasi l'1% di voi blogger e apprezzo quasi l'1% di noi giornalisti (e tra questi io non ci sono). Riconosco anche, ad alcuni ottimi analisti e intrattenitori virtuali, il merito di aver ridimensionato la nostra professione, troppo occupata a scriversi addosso, a disprezzare chi non legge ciò che scriviamo e compatire chi lo fa, per non compatire il nostro lavoro. Ma tra voi e noi c'è una sola, determinante differenza. E non c'entra l'avere o meno un editore burattinaio, l'essere moderni, liberi o aperti al confronto.”
“E cosa allora?”
“Il blogger è fondamentalmente un pigro. È internet che vi da dei vantaggi, non siete voi ad averne in quanto blogger e la sua campagna elettorale lo dimostra. Avete più margine di manovra degli altri, non perché siete più liberi, ma perché in Italia la rete è vista come un'enorme Playstation. Noi mettiamo le mani nella merda, voi vi limitate a dire che puzza.”
“E voi perché non lo dite?”
“Perché a forza di starci dentro non la senti più. E perché la stampa libera può essere buona o cattiva, ma senza libertà può essere solo cattiva”
“Questa è di Camus”
“Touchè”
“No no è Camus sono sicuro. E comunque non sono un pigro”
“Me lo dimostri”
“Non mi va... Magari ci faccio un post”

Il giornalista impegnato ripercorre le scale. Scendendo si percepisce meglio la gravità delle cose. Si rende conto che, per l'ennesima volta, ha voluto dimostrare invece che capire e questo, per un giornalista, significa essere alle prime armi o averlo fatto per troppo tempo. Sa che nel suo giudizio, che era bello e pronto già prima di arrivare, c'è un po' di invidia, ma anche questo fa parte delle tante cose che fortunatamente non può dire.

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giovedì 4 ottobre 2007

L'uovo del Tenente Colombo



La vita è un gran brutta bestia. Un noto andrologo soleva dire che nessun organo sessuale maschile è duro come la vita. E quel “soleva” zoppo di una elle in qualche modo descrive l'impotenza che si avverte quando di notte ci si sveglia in preda al panico e a un inutile fenomeno idraulico. Questo almeno succede agli uomini. Alle donne può invero accadere di svegliarsi in preda a un idraulico fenomeno.
E la vita è dura per tutti. Per un operaio che stringe i bulloni alla Breda e porta avanti le sue rivendicazioni contro i potenti sindacalisti. Lo so, una volta si lottava contro i padroni, ma ora sono dei poveracci anche quelli e non è che si può stare sempre a sindacare. Per una casalinga che manda a scuola i figli equipaggiati come i navy seals e se li vede tornare pesti e con il prezioso balaustrone piantato in una mano. Per una coppia di giovani sposi che cerca di accendere un mutuo, se non fosse che solo le pratiche costano come un figlio scemo e sono quindi costretti a rinunciare ad averne uno (di mutuo non di figlio scemo), per affittare un appartamento in un'enclave marocchina di periferia.
Ma non pensiate sia facile per chi ha messo il porco all'ombra (antico adagio sumero). Per chi mette a letto le sue tedesche (automobili) e compra ai figli il diario che suona e firma le note da solo.
Le loro villette sono prese d'assalto da orde di criminali, provenienti da tutto il mondo, isole comprese, perché in Italia, a sentire gli stessi criminali, si rischia poco: esci di casa (regalata dal comune), chiedi a un vigile dove trovare dell'eroina, ti droghi, entri nella casa che hai tenuto d'occhio per giorni, massacri i villici, se è mattina presto approfitti anche del fenomeno idraulico per violentare, rubi, scappi, ti fai arrestare, poca galera, foglio di via con cui ti soffi il naso appena uscito grazie ad avvocati che sanno come sfruttare lo stato comatoso in cui versa la giustizia italiana e ricominci dal punto uno. È vero che a volte la tolleranza si presta agli approfittatori, ma non confondiamo la tolleranza con il chissenefrega.
A seguire i mezzi di informazione sembra addirittura che tutto succeda nelle villette. E solo nelle villette del nord. Di periferia. Perché l'omicidio di Milano, il giallo di Roma non suonano bene, non sono mnemonicamente evocativi. Novi Ligure, Cogne, Parma (Casalbaroncolo), Garlasco, lo schema è sempre lo stesso: una o due famiglie benestanti, una villetta in periferia, un omicidio all'apparenza assurdo e una persona che sin dall'inizio viene messa sotto torchio, con un tappeto musicale appositamente preparato da Studio Aperto. Se ci pensate bene... è la trama di tutte le puntate del tenente Colombo.
Funziona. Funziona con la precisione di un cioccolato svizzero. È l'uovo di colombo. Di cioccolato (e visto che Colombo è sbarcato su un'isola è in pratica l'uovo di pasqua). Basta mettere gli ingredienti giusti e si può vivere di rendita per molti anni, nella speranza che l'assassino non venga fuori e nella certezza che la macchina della giustizia manterrà i tempi televisivi.
Lo so che essere ammazzati a Scampia non vale. Che a nessuno interessa chi ha ucciso Fortugno: fai il politico a Reggio Calabria, qualche schioppettata è normale. So che se un tredicenne viene assassinato a Enna non arrivano certo i RIS di Parma, ma due carabinieri stanchi di sopravvivere alla mafia e a uno stipendio che fa ridere i mafiosi. Uno dei due magari scivola sulle macchie di sangue e l'altro se trova una sigaretta accesa sul luogo del delitto se la fuma pure.
Insomma come funzionano le cose lo abbiamo capito tutti. Sappiamo che un giallo merita attenzione se avviene in una casa abbastanza grande da poterci fare un plastico a Porta a Porta (la prossima settimana ci sarà ospite la porta asportata dai Ris nella villetta di Garlasco), sappiamo che il lavoro dell'avvocato Taormina e dei RIS in parte dipende da quanto un caso occupa i giornali. Sapendo tutto questo non voglio certo fare il moralizzatore da speaker corner, ma non vorrei nemmeno essere trattato come lo scemo rimasto senza villaggio. Questi per la stampa sono dei gialli. Avvincenti (anche se un po' schematici), intricati, interessanti quanto volete, ma solo dei gialli e vince chi li romanza meglio, chi ha più elementi, chi rimesta di più nel torbido.
Allora non mi stropicciate l'anima con i “la povera Chiara” e il “papà Paolo” o il “piccolo Samy” parlandomi delle loro speranze, i loro sogni infranti. Primo perché non ne sapete niente, secondo perché non ve ne frega niente e terzo perché non sono amici vostri e dovreste parlarne come dei giornalisti non come dei vicini di casa.
Altrimenti qualcuno mi deve spiegare perché non è povero Francesco Ferreri o Stefano Gonnella o Matteo Nadalini e un interminabile elenco di morti indegni di una musichetta strappalacrime a Studio Aperto, con il relativo elenco di assassini indegni di essere cercati con l'aiuto e i consigli di una nazione intera.
Sono dei gialli, solo dei gialli. Non è un fatto di interesse sociale. Che cosa cambia al popolo di spettatori sapere un giorno che la signora Franzoni ha ucciso il proprio figlio? O che un ragazzo di Garlasco ha ucciso la propria fidanzata? Niente. Se non poter dire al bar “io l'avevo detto subito”.
Eppure di Cogne si parla da 5 anni. Roba da far invidia all'attentato dell'11 settembre.
Giorni addietro (oh che bello giorni addietro) sono rientrato nel target di Studio Aperto. Non pensate male, loro non sono più scemi di me. La tecnica è quella di essere talmente oltre ogni limite di decenza che anche le persone decenti sono costrette a guardarlo per vedere fino a che punto di indecenza possono arrivare (è un sistema inventato dagli americani, mica pizza e fichi).
Insomma ho incidentalmente assistito in diretta alla scarcerazione del ragazzo indiziato a Garlasco. La giornalista ne ha fatto la telecronaca in un modo talmente partecipativo che mi aspettavo da un momento all'altro di sentire “traversone dalla destra, TOTTI...non va!”.
Dopo ha descritto il fitto mistero attorno alla destinazione del ragazzo. Mistero che ha tentato di diradare ipotizzando che si fosse rintanato in casa del suo avvocato, dove forse, parole testuali “sta addirittura brindando”.
Non so voi, ma io sono arrivato a un livello di nausea tale che non solo sospetto di essere incinto, ma ormai non riesco più a provare dispiacere per la morte assurda di una persona, perché sono troppo occupato a provare disgusto per questa ignobile baracconata e per tutti i suoi partecipanti, spettatori compresi.
Cruman aveva dei sogni... musica melensa... sfumare... tette di velina coperta da calciatore. Meteo.

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giovedì 20 settembre 2007

Vespa volant, cripta manent (morire di sonno a Porta a Porta)


Solitamente (io e pochissimi giornalisti di fama planetaria cominciamo un pezzo con un avverbio) guardare Porta a Porta mi apporta un importante impronta di disordine nell'apparato digerente. Vedere la puntata con il Presidente del Consiglio però, era per me una questione di principio. Infatti ho avuto un principio di gastrite.
Nel bellissimo studio della Rai, disseminato di enormi televisori al plasma in cui è possibile vedere quello che ti succede davanti agli occhi (qualcuno indaghi sulla partecipazione di mediaworld nel cda Rai) c'era un plastico di Romano Prodi che, per quanto di plastico trattavasi, non era decisamente esplosivo.
Il conduttore ha una marcia in più, perché è special, e incalzava il Presidente con una fila di domande che, se proprio non lo inchiodavano, mettevano in croce il Romano, ribaltando le sacre scritture.

“Presidente, è realmente auspicabile una riduzione delle tasse?”
“Caro Vespa, manteniamo la calma, io ragiono con molta calma e sto portando avanti proficue discussioni con il mio mortadellaro di fiducia”
“Presidente e l'ICI?”
“Sulla mortadella?”
“Ma no, sugli immobili”
“Ah noi non vogliamo fare passi affrettati, noi siamo solidi, ben piantati per terra... immobili”
“Quindi pagate l'ICI?”
“Dottor Vespa, bisogna muoversi adagio adagio, non ho ancora finito di formare una commissione parlamentare per rispondere alla sua prima domanda. Ci vuole della calma”
“Almeno sulle pensioni ci dica qualcosa”
“Sì certo, le pensioni riteniamo di sì, ma potrebbe anche essere no, noi intanto stiamo fermi, comunque penso di sì”
“Ma sì che cosa??”

Frattanto nello studio si diffonde un sordido ronzio “zzzzzzz” probabilmente riconducibile alla presenza di Vespa. Quando Prodi, in merito alle discussioni interne alla maggioranza dichiara “abbassiamo i toni”, l'assistente di studio che aveva appena terminato di sostituire metà del pubblico con dei cartonati a causa di un'epidemia di narcolessia, viene meno, si sostituisce anch'esso con un pupazzo e va a dormire in camerino... o a Camerino... o con Camerino.
Non sono sicuro, ma credo di essermi assopito anche io. In un collegamento esterno onirico mi è parso di vedere Gabriele Paolini con un microfono in mano che veniva interrotto da dei giornalisti. Tutti con un preservativo... indossato. Mi ero addormentato di soprassalto, per fortuna.
A questo punto il conduttore sfodera l'argomento Grillo facendo svegliare d'un tratto tutti i cartonati e Prodi (lo so al secondo è difficile credere). Tema spinoso e controverso. Se qualcuno con dei grilli per la testa, ascolta Grillo, preme il grilletto e ammazza qualcuno. Lo ha detto Mazza. Ammazza. Ma pare sia più probabile che qualche pazzo faccia il mazzo a Mazza.
Ormai sono rassegnato a sentire un'altra risposta soporifera e inconcludente del Presidente e sprimaccio il cuscino del divano. Non è per sfiducia nella dialettica di Prodi, ma visto il tenore della trasmissione (che per solidarietà è anch'esso morto), ho dedotto che un pisolino avrebbe dato un taglio più funzionale alla mia serata. Ma ecco il Prodi che non ti aspetti, quello che dice cose sensate, cose, diomiperdoni, intelligenti. Ho dovuto rinnegare ciò che avevo dedotto. Dedotto e abbandonato.
Il Presidente approccia il discorso “liste civiche grillesche” gettando qualche dubbio sull'utilità della manovra e sulla necessaria politicizzazione del movimento. Incredibilmente si sbilancia, prende una posizione e per di più scomoda, antipatica. Finirà per piacermi.
Dice che gli italiani non sono tanto meglio dei politici, che siamo un popolo di furbi e non vede perché mandare altri nelle stanze del potere debba corrispondere necessariamente ad un cambiamento di rotta. E non aveva nemmeno un auricolare con Boncompagni che gli suggeriva le battute, giuro.
Non ci voleva un genio, infatti l'ha detto Prodi. Basta guardarsi intorno, tutti “sanno come funzionano le cose”, tutti fanno ciò che le maglie della legalità o del mancato controllo, consentono per ottenere vantaggi personali. In qualsiasi ambito, a qualsiasi livello. Uno dei tanti esempi: i test per l'accesso alle facoltà di medicina. Siamo furbi e non sappiamo nemmeno fare i furbi. In tutta Italia solo in un posto gli studenti sono riusciti a ottenere punteggi altissimi, rispondendo a domande tipo “qual è il motto dell'Unione Europea” e sapendo se “gli scienziati Redi e Hooke sono vissuti nello stesso periodo”. Nemmeno la discrezione della decenza. E gli stessi studenti non erano affatto pentiti: sostenevano che tutti fanno così e tutti lo farebbero se messi in condizioni di farlo. Queste sono le persone nelle cui mani metteremo le nostre frattaglie. Esattamente come la nostra vita sociale è nelle mani dei politici.
Quindi forse prima di cacciare e sostituire sarebbe il caso di modificare la cultura e la struttura. Perché è proprio difficile pensare che i nuovi arrivati non approfitteranno degli straordinari privilegi che la vita amministrativa e politica concedono. Visto che modificare la cultura è un processo o tremendamente lento o, come è successo in Cina, rapido ma con l'irritante dettaglio di 18 milioni di morti, cominciamo almeno a lavorare sulle strutture. Trasformiamo il “lavoro” di politico, rendendolo appetibile a chi crede nella cosa pubblica e non ai cacciatori di denaro e potere. A quel punto i furfanti se ne andranno da soli, senza bisogno di cacciarli. Grillo è stato una manna dal cielo perché ha avuto la possibilità, la posizione e la bravura per tirare fuori anche il marcio degli angoli nascosti, aprendo gli occhi anche a chi proprio non ne voleva sapere di guardare. Ora però è più difficile guidare questa potente macchina e qualche svolta sbagliata di troppo, si finisce in mezzo a un ingorgo spaventoso. A una tangenziale politica intasata (i politici amano le tangenziali).
Del resto io, come Prodi (ussignur), non penso che i politici siano ladri e i cittadini brava gente. Non ho molta fiducia in questi movimenti sempre pronti a seguire un capopopolo appena sputa su qualcuno. Sono le stesse persone che mentre “il sistema” inventava un modo per finanziare i partiti più che in qualsiasi altro stato del pianeta, in barba al referendum che ha scatenato l'acclamazione popolare, guardavano tutti in direzione di Cogne. Perché in fondo, stavano talmente bene che trovare gli stimoli per capire, meditare e agire non era affatto facile.
Farne una questione di “persone” è un errore e un'operazione troppo complicata. Bisogna agire sui metodi e se si può, sulla cultura.
Ora però cambio, guardo l'isola dei famosi... mi si è addormentato il cuscino.

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giovedì 30 agosto 2007

Ducazzate


Non è mia abitudine leggere le riviste di motorette. Fondamentalmente per senso di compassione verso i tapini giornalisti del settore che imprecano a scoppio mentre zigzagano tra ciò che il mercato li obbliga a dire e ciò che la competenza di cui sono portatori, suggerirebbe loro. Comprendo il loro macerarsi mentre scrivono che la supersportiva di turno regala soddisfazioni adrenaliniche a qualunque regime, ricordandosi i sudori freddi patiti durante la prova in pista. Ad ogni curva il pensiero ricorrente “moriremo tutti” si accompagnava alla voglia di scrivere che a quella due ruote mancano solo le maniglie per somigliare ad una cassa da morto.
Per destino miope ho però acquistato una copia di “dueruote” di Agosto invece di “duevuote”, noto prodotto tipografico di suggerimenti topografici sulla localizzazione delle veline (cioè quali locali frequentano frequentemente). Considerato l'esborso inopinato di “solo 2 euro”, come strilla la copertina, ho deciso di onorare ste sole 3872,54 lire e leggere sto dueruote.
Mi sono così compiaciuto di scoprire che non serve essere esperti di motorette per scrivere su una rivista di motorette. Prova ne è che ho scorto tra le pagine gommate, un articolo di Guido Meda, infronzolito da una di lui fotografia che lo ritrae seduto al contrario su uno scooter, in una posa sprizzante simpatia e dubbi sull'adeguatezza del nome di battesimo del buon Meda.
L'articolo, titolato “Ducatismi”, vomita astio compresso ad ogni fonema, un po' come un qualsiasi mio pezzo, anzichenò. All'inizio l'autore mantiene il suo solito stile: quello di creare parole a caso nel tentativo di ottenere lo stesso risultato di un Benni in stato di grazia, finendo però per somigliare in modo imbarazzante al mio meccanico Giggi il visagista delle carburazioni, che le parole le inventa perché quelle buone non le sa. Per esempio, da quando Reggiani gli spiegò (a Meda non a Giggi) che cosa fosse un motore a distribuzione desmodronica, Meda cominciò ad usare il prefisso “desmo”, trovandolo particolarmente sexy, per qualsiasi locuzione verbale ed anche in questo pezzo si lascia sfuggire la possibilità di esibirsi in un dignitoso “velocità desmodata” per il più fine, ma non finissimo, “desmofigate”. A esibizione esaurita il “giornalista” riassume in due larghe colonne infami l'elaborato concetto secondo cui “il fatto che Rossi perda contro sto ragazzino australiano mi fa svalvolare le desmoballe”. Dapprima fa una disamina della tifoseria ducatista come se stesse parlando di una razza di volatili infestatori con la vermilaria, dopodiché getta il suo occhio clinico sul pilota Stoner, arrivando, per l'ennesima volta, a definire il leader del mondiale “carino”, un po' perché riuscire a definirlo “bravo” per lui è come per Fonzie dire “ho sbagliato” e un po' perché, secondo me, lo trova davvero carino con estremo disappunto della moglie (di Stoner, non di Meda).
Non si nega nemmeno il piacere di disegnarlo come un odioso arrogante “così bizzoso che se non fosse un vincente lo manderesti a quel paese in una settimana” (la frase è persino virgolettata in corpo 12 a centro pagina, come un aforisma di Fromm o di Brumm). Meda non fa nomi, ma siccome nessun telespettatore ha mai visto Stoner fare “bizze” e “buttare lì rispostacce” (sembra invero sempre così compassato da far pensare che di anni ne abbia sì 21, ma per arto), appare chiaro che l'autore abbia avuto informazioni dirette dal box Ducati, in cui i tecnici “accettano (il comportamento di Stoner ndb), perché sono brave persone e intelligenti, anche se a volte è dura da mandar giù il cazziatone di un ventunenne lunatico”. In pratica semina zizzania, all'interno della squadra rivale. Divide et impera (.com).
Per finire torna sui tifosi. Sostiene che il popolo ducatista sia ormai ammorbato da “frustrati tifosi perdenti dell'era moderna” che pensano solo a parlare male di Rossi. Un po' come un tifoso di Rossi che, scornato dalle recenti sconfitte, descrive il suo rivale come un ragazzino arrogante. Ah sì, Meda ha ragione da vendere, anzi, si direbbe che l'abbia venduta tutta. La ragione.
Decisamente poco efficace il tentativo di edulcorare la sua bile con un mal riuscito complimento al mondo delle rosse definendolo un “approdo culturale e non uno slogan curvaiolo” e detto da uno che ha fatto degli slogan curvaioli i suoi cavalli (motore) di battaglia, deve avere un certo significato... da qualche parte.
Nella chiusa Meda rivendica il diritto di essere un tifoso e svolgere il suo ruolo di giornalista esprimendo la sua passione viscerale. Sostiene che la sua parzialità si possa evincere solo da un salto di ottava acustica di cui si rende autore quando Valentino passa per primo sotto la bandiera a scacchi e non certo dal fatto che ripete fino alla nausea che Stoner vince grazie ai rettilinei e se ci sono le curve vince grazie alle gomme e se non ci sono le gomme vince perché lo Stato ingrato vuole dei soldi da questo “miracolo sportivo contemporaneo” senza tener conto che a Rossi “dobbiamo tutti molto più di quanto non si intenda”. Spero di non dovergli i soldi che il fisco reclama perché ho finito il carnet degli assegni.
Questo Emilio Fede delle due ruote dovrebbe capire che il giornalismo sportivo è un'altra cosa. Non pretendo certo di avere un Pizzul, un Bragagna o un Carosio, ma almeno, come succede su mediaset premium, sarebbe carino se si potesse scegliere tra il commento di un giornalista e quello di un tifoso.
Forse è vero che Stoner come pilota è solo “carino” e come uomo è un ragazzino arrogante, forse è vero, mi spiace Meda fattene una ragione, che al mondo possa esistere qualcuno a cui non piaccia Valentino, ma come diceva sempre mio nonno, e allora? A che scopo enfatizzare la prima notizia e considerare la seconda un reato di lesa maestà? Dobbiamo rassegnarci al fatto che l'informazione di massa (quindi non quella degli addetti ai lavori) sia ridotta a una scazzotata verbale tra tifosi? Allora chiamiamo anche Biscardi e Mughini e in poco tempo avremo i celerini negli autodromi. Non dimentichiamo che qualche vittoria fa il “collega” Cereghini ipotizzò con una certa dose di spocchia che la Ducati stesse imbrogliando. Moggi si aggira in fondo al cavatappi di Laguna Seca.
Chissà come sarebbe stato un pezzo di Meda su Ducati e Stoner con Rossi saldamente in testa al mondiale.


È indubbio che sarebbe cosa buona se tutti sapessero perdere e soprattutto se tutti sapessero vincere, ma un giornalista non vince e non perde, un giornalista racconta la sfida. Se proprio non ti riesce di farlo, caro Meda, fai come tutti gli altri: scavalca le recinzioni e goditi la gara dal prato.

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giovedì 28 giugno 2007

Il blog che vanta innumerevoli tentativi di imitazione


Warning: il contenuto di questo post è altamente autoreferenziale, pertanto la lettura è consigliata a persone egoriferite o a chiunque altro non abbia di meglio da fare.

Che "ce lo dice hillman" sia diventato terreno di caccia per i plagiatori non mi dispiace punto. È in qualche modo sintomo del divenire trend setter (che non è un cane da caccia) e mi aspetto da un giorno all'altro di sentire Fiorello che ci imita, anche se in radio imitare un blog non è proprio semplice, ma lui è talmente bravo che potrebbe persino presentare San Remo (molto piacere). Quello che mi insolentisce è che la gente ottenga platee mediatiche internazionali grazie alle nostre idee, mentre noi stiamo ancora cercando di entrare nelle grazie del barbiere di Maria de Filippi. Ora vi descriverò qualche evidenza che ha fatto di un pugno di coincidenze, un'orgia di prove.
A pochi giorni dalla pubblicazione del pezzo di il Spaggio che accostava i SUV al dito più mediocre della mano, si è scatenata la corsa all'aumento spropositato delle tasse per possessori di enormi mezzi di trasporto compensatori di anaffettività. Fortunatamente, di lì a poco lo Postatore Sano scrisse il memorabile Fuck SUV FAQ in cui spiegava le ragioni dei poco amati macchinoni e degli autisti anche. In una settimana venne cancellata qualsiasi ipotesi di sovraimposta e fu persino proposto un premio in gettoni d'oro ai SUVdotati e un bollo ai pedoni.
Passò poi talmente poco tempo dal mio articolo sul fiume di informazioni riservate (nel senso di riservate a chi spia) allo scandalo delle intercettazioni Telecom, che in un momento intimo qualcuno ha sentito Tronchetti Provera dire ad Afef: “ma che cacchio è un cruman?”. Per non parlare della disamina sull'utilità della patente a punti, efficace come uno spazzolino da denti in marmo di Carrara, ripresa e documentata a un anno di distanza da l'espresso. O l'articolo sulle caratteristiche del numero 0: idea utilizzata da Stefano Bartezzaghi (gran figlio di enigmista) due settimane dopo sempre su l'espresso (in questo caso però il buon Stefano provò di non aver mai letto una riga scritta da me, infatti la mail che gli ho mandato l'ha fatta leggere a un amico). E quando tutti aspettavano tronfi il crollo del governo Prodi, solo CLDH osò dire “i governi non cadono mai” e poco contò, nell'economia della politica italiana, il fatto che il prode Romano si grattò fragorosamente gli ammennicoli. Al prode prude. Per finire in avvenenza, anche il lampione dei lucchetti dell'ammmore si accasciò come santa rita s'accascia, precipitando nel Tevere dopo l'uscita del post “un buon motivo per buttarsi a fiume”. Ma ora si è davvero varcato il segno. In tutto il mondo è rimbalzato il riverbero di una campagna sociale australiana basata sull'ipotesi (nemmeno tanto velata) che chi guida in modo sconsiderato e piratesco ce l'abbia di dimensioni ridotte. Nello spot si vedono delle donne che fanno il gesto di attrezzatura breve all'indirizzo di uomini veloci (pure). Questo è l'articolo apparso ieri sul corriere e questo è il post apparso in queste pagine quasi un anno fa: il mercato dei valori, in cui il concetto portante era “Tipo 2 punti in più sulla patente a chi, passando di fianco a un idiota motorizzato, gli rida fragorosamente in faccia facendo con pollice e indice il segno internazionale di una cosa corta”. Vi invito inoltre a leggere le ragioni che hanno portato alla messa in onda di questa campagna (che il corriere ha misteriosamente definito “choc”, io penso solo per attirare l'attenzione, una volta qui era tutta campagna choc): “Secondo John Whelan, portavoce dell'agenzia che ha prodotto il filmato, questa iniziativa sarà molto più efficace delle campagne choc del passato trasmesse dalle tv australiane che mostravano macchine distrutte e persone ferite [...] Profondo invece, secondo Whelan, sarà l'impatto che avrà la nuova pubblicità sull'orgoglio virile dei giovani australiani: «[...] Secondo i nostri studi, associando la guida spericolata alle piccole dimensioni sessuali, il messaggio antivelocità produrrà effetti positivi»” e rileggere poi le motivazioni presentate qui un anno fa: “Per esempio le stragi sulle strade. Le immagini delle lamiere contorte di automobili colpiscono solo chi già si fa scrupoli di suo. Penso che il tizio che passa imperterrito in mezzo all’autostrada sotto al cartello (dove solitamente c’è indicato il numero di persone che muore leggendo i cartelli) che descrive l’obbligo di usare la corsia più a destra, vada colpito nell’orgoglio, nei suoi valori costituenti. Bisogna tempestare i suoi programmi preferiti (buona domenica, la fattoria ecc.) con pubblicità dove si vede un automobilista tenere l’atteggiamento tipico dell’italiano celhopiùgrosso col gomito aerodinamico, con una voce in sottofondo (stile documentario di piero angela) che spiega che tale soggetto è molto probabilmente impotente ed è considerato socialmente utile ridergli in faccia ed evitare di accoppiarsi con lui”
Ecco perché li chiamano ricercatori: perché fanno ricerche su internet. Comunque la causa è giusta e va dato atto che almeno qualcosa hanno provato a fare, visto che qui in Italia nessuno trova “choccante” che l'unico rimedio abbozzato dalle istituzioni alle stragi stradali è l'aumento delle multe.
Non fatevi ingannare (nello specifico da me): ho usato una vecchia tecnica da squalo azionario per farvi credere che questo blog sia equipollente a una quartina del nostro adamo e ora ve la spiego. Si telefona a 500 persone dicendo “guardi che le Canistracci oil saliranno” e ad altre 500 sostenendo la tendenza opposta. Poi si guarda che combinano le Canistracci (di cui ovviamente non sapevamo un accidenti) e si richiamo i 500 a cui si era detta la cosa giusta. A 250 di questi si dice un'altra farloccata a caso e il contrario di essa agli altri 250 e così via. Dopo un certo numero di reiterazioni vi ritroverete con, diciamo 62 persone e mezza convinte che voi siate un genio della finanza o uno con un culo sbalorditivo (cioè un genio della finanza). Quelle persone vi seguiranno ovunque, cosa che, peraltro, è piuttosto seccante.
Quindi, ricolmo di umiltà come sono, ma soprattutto per togliervi la soddisfazione di contraddirmi, ammetterò che non sempre CLDH fu profeta in home page. Per esempio una volta ho scritto che in Italia c'è un governo di sinistra, un'altra volta che i gay erano troppo avanti per voler fare una cosa antica come sposarsi. Ma forse, la cantonata più grande l'ho presa quando predissi la fine del mondo che, secondo i miei calcoli, avrebbe dovuto avvenire pressappoco ade

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martedì 12 giugno 2007

Vi darei ragione, se ne avessi


Io conduco una vita tribolata. Una vita passata a decidere se tagliare il filo rosso o quello blu, almeno fino all'avvento del wireless. In queste condizioni occorre affidarsi all'esperienza che suggerisce che il filo da tagliare è sempre l'altro, a meno che non lo si capisca in tempo: in quel caso è l'altro. Serve anche, non mi intimidisce ammetterlo, molta fortuna, ma la fortuna è una dea bendata e senza vedere si rischia di intercettare una testata e anch'essa sarebbe ben data. Non che trovi tutto questo affascinante, diomenescampi. Ci sono cose che vorrei cambiare e altre che vorrei non esistessero: come i fili blu e rossi o un cane di alabastro nel salotto. Cambiare le cose però non è mai facile e spesso non è nemmeno detto che sia un'idea felice. Poche nuove buone nuove, diceva mio nonno. Poche storie vieni a letto echeggiava la saggia nonna. Non peggiorare la situazione è quindi un risultato dignitoso, piuttosto che rovinarsi la vita per cercare di migliorarla. Soprattutto se giochi fuori casa. Era la filosofia vergata tra le pagine de I Malavoglia: guai a cercare di cambiare il proprio destino. Non so come è andata a finire alla famiglia Toscano perché il libro non l'ho mai terminato (di leggere, non di scrivere). La curiosità c'era, ma la voglia no. Comunque credo che nelle ultime pagine l'Aci Trezza perda lo spareggio per andare in A contro la Fiorentina di Padron Toni.
Io, invero, qualcosa ho sempre cercato di fare. Anche qui, in queste pagine, sottolineando cose che mi parevano assurde. Nel senso che mi pareva assurdo doverle sottolineare, ma evidentemente mi sbagliavo. Qualche giorno fa ho speso due parole su assassini in libertà. Persone che hanno preso così tanti ergastoli che quando moriranno non le faranno reincarnare: dovranno saltare un turno. E, non in preda a sbigottimento isterico, ma ad un pacato disappunto, ho ammirato la vita ricolma di soddisfazioni di chi è stato riconosciuto colpevole di 100 (cento) omicidi. Per fare ciò mi sono allungato fino negli States, per prendere spunto dalla vicenda della bella Paris catenalberghiera. Così, come pretesto, per non farla troppo pesante e non avere problemi con la gravità delle cose. Grazie a meccanismi insondabili e all'elasticità delle pareti di internet, il mio pezzo è rimbalzato vuoi di qua, vuoi di là, raccogliendo più commenti che consensi. Nei forum dove si è discettato di cotanto argomento, ho trovato solo piazzate sulla bella ereditiera che, essendo femmina, risulta dai sondaggi rientrare nella categoria “puttanaccia drogata”. Categoria che, col mutare del genere, diverrebbe “ribelle maledetto”. Gli interventi, quasi tutti orientati a lasciarla marcire in galera (tranne alcuni più incentrati sulla mera anatomia), si fregiavano anche di una certa competenza e spocchia sociologica. Tipo “è ricca non fa una melanzana tutto il giorno e la da via come se non fosse sua, quindi è giusto che soffra (ragazza che s'offre)”. Chissà se il commentatore nell'eventualità di ritrovarsi dotato di sfacciata ricchezza, e di beltà esteriore, andrebbe a stringere bulloni alla Breda e donerebbe tutto alla comunità recupero dipendenti (non tossici, proprio i dipendenti). Nessuno, ma proprio nessuno (a parte una vocina qui nel blog, quindi non proprio nessuno) si è minimamente scomposto sulla faccenda terroristi. Nemmeno un “ohilà, 13 ergastoli e sta in giro tranquillo? Perdindirindina, che fatto sfizioso”. Nulla.
Allora ho pensato (solo allora lo giuro, poi ho smesso): è giusto così. Sono io che sbaglio. Se le nostre pulsioni di giustizia riguardano solo Paris Hilton, è giusto che valga tutto. Anche i cani di alabastro in salotto. Allora tocca andare da Fioravanti, stringergli la mano e dirgli “non ci sono cazzi, ha ragione lei e io, tanto per non cambiare, ho preso un granchio, chele devo dire!”.
Ora sto provando a usare questa nuova visione delle cose e non mi trovo malissimo se devo dirla tutta. Dà un senso di gioviale leggerezza e ho molti più amici di prima (lo dicono anche loro due). Vi faccio qualche esempio: con l'avvedutezza che mi contraddistingue sono andato a fare il pieno di gasolio 27 minuti prima dell'inizio dello sciopero dei benzinai, seguendo l'accorato consiglio dell'Anas, Aiscat e Società Autostrade. Trovo con moderato disinteresse che il costo del carburante è aumentato rispetto al giorno precedente così interloquisco con l'operatore di pompa:

Cruman (con tono annoiato): “Amico benzinaro, com'è che è aumentato il gasolio (già in generale da quando tutti comprano le macchine diesel), ma in particolare oggi, vigilia di 48 ore di sciopero e quindi patrono dei benzinai?”
Addetto: “Amico in coda per un inutile pieno perché tanto il mondo strabuzza di crumiri, è semplicemente aumentato il costo del petrolio”
C (sbadigliando): “Bizzarro, l'economista inviato a Wall Street ha appena detto il contrario per radio”
A: “Ma non mi dire. Piuttosto hai visto che Parig Ilton è uscita di prigione? Figa da Alcatraz! Ahr Ahr Ahr”
C (con vigore): “Perdiana! Davvero mi dici? Corro a casa a sentire che ne pensa Alfonso Signorini. Grazie, ciao amico benzinaro”.

Pieno di gaie speranze e di gasolio sovrapprezzo, mi dirigo verso un negozio di elettronica, deciso a sfruttare almeno una di queste mirabolanti offerte comunicative, che a sentire De Sica, Totti, Megane Gale e altri personaggi competenti del settore, sono rimasto l'unico puparuolo che paga per fare delle telefonate e addirittura per avere un telefono generazionale. Mi preme dunque interagire con un commerciante di canali trasmissivi in etere:

C (vago): “Mi è parso di intuire distrattamente dalle vostre discrete e ben distribuite reclame che poco o nulla mi è dovuto se scelgo voi invece di quelli. Però se non ho interpretato male la matrice tetradimensionale che c'è a pagina 489 del contratto che suggerite caldamente di visionare, esiste la concretissima possibilità (diciamo attorno al 100% o poco più) che le telefonate mi costino come un figlio scemo”
A: “Ma è sicuro di aver letto bene?”
C: “Direi di sì. Vieppiù volevo cogliere l'occasione per farvi i complimenti per la scelta del font symbol corpo 6 in grigio chiaro chiaro su bianco e per la scelta di scrivere in fenicio che, come tutti sanno, ha un alfabeto composto solo di consonanti”
A: “Stiloso vero? E lo sa lei, che è così attento ai dettagli, che la modella dell'ultimo spot è stata pagata il doppio di Gattuso senza nemmeno sapere come si calcoli il doppio di qualcosa? Sembra anche che abbia ottenuto la parte perché il regista c'ha provato (per questo si chiamano provini)”
C (estrapolando le labbra): “Che cosa diavolo stai dicendo Addetto Telefonico? E Totti che dice?”
A: “È normale”
C: “Presto mi venda un videofonino, devo sentire come chioserà Franco Ordine”

Il benzinaro e l'addetto telefonico hanno ragione. Da quando il mio programma di approfondimento culturale preferito è Lucignolo, distribuisco giudizi a pioggia su qualsiasi cosa con un effetto catartico sulla mia coscienza, qualsiasi cosa significhi... coscienza.

“Angelina Jolie sta raccogliendo fondi per le vittime del Dharfur”
“Eh questi uragani, tutta colpa del buco dell'azoto. Ma sta ancora con Brad Pitt?”

Fate come me: date ragione a loro... è gente permalosa.
Doposcritto: la mia modesta convinzione di scrivere le cose più interessanti di tutti gli emisferi (quanti essi siano), mi ha raramente portato a segnalare produzioni grafologiche altrui. Questa volta, visto che si parla di ciò che ci succede intorno durante lo stacchetto delle veline, mi sbilancio a consigliarvi di leggere TUTTO questo articolo.

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venerdì 18 maggio 2007

Valentino ma vince sempre


Valentino Rossi è qualcosa di più di un motociclista. Almeno almeno è un motociclismo e questo nonostante si chiami... Rossi. Allo stesso modo Vittorio Gassman era l'attore. Non c'era scampo: dimmi il nome di un attore? Gassman. Destino infame per i suoi colleghi, che non essendo Gassman, non potevano certo essere dei gran attori.
“Che cosa fai nella vita?”
“L'attore”
“Ma non sei Gassman”
“Evidentemente”
“E come ti guadagni da vivere?”
La gente era così convinta della sovrapposizione tra il concetto di attore e il concetto di Vittorio Gassman, nonostante la gran parte di essa non avrebbe distinto le abilità recitative di Alvaro Vitali da quelle di Dustin Hoffman, che lo stesso Gassman cominciò ad enfatizzare le sue opinioni sulla settima arte con la formula “io sono Vittorio Gassman”, simulando perfettamente di malcelare stupore e solennità. I bravi attori a volte peccano di ricorsività.
Anche Vale Rossi ha la spocchia del numero uno. Di quello che fa sì che non essendo lui, non si possa essere un bravo pilota. Non che per essere un numero uno sia necessario sottintenderlo ad ogni piè sospinto, ma “avere la spocchia del numero uno” ha un significato ombra che consiste in “è uno solo, possiamo sopportarlo”. Anche il grande Cassius Clay, per fare un grosso esempio, non si è mai distinto per modestia e simpatia, ma quando il pugnace Foreman a Kinshasa cercò di argomentare il suo disappunto, fu percosso come un tamburo. Da quel giorno chiunque si trovasse a portata di mano (chiusa) del pugile, trovò che l'immodestia fosse elemento distintivo di un animo nobile. Clay sosteneva di essere talmente veloce da riuscire ad alzarsi dal letto, premere l'interruttore della luce e tornare sotto le coperte prima che la lampadina si accendesse. Io solo per alzarmi dal letto ho bisogno di un carro ponte e di almeno 30 minuti di terapia motivazionale. Una volta in piedi poi, non ho speranze di rintracciare l'interruttore senza un dispositivo GPS.
Ma torniamo al dott. Rossi. Di un pluricampione del mondo di motoretta c'è poco da dire. Sarebbe anche stupido parlare di simpatia o antipatia, tanto lui ha il talento (Valentino... talento... mah) e io mica. Io e lui non abbiamo niente in comune a parte la passione per la motoretta e delle incomprensibili voci su un'ipotetica confusione negli orientamenti sessuali. Per il resto, personalmente, non condivido certi suoi atteggiamenti, come probabilmente lui non condividerebbe i miei, se solo gliene fregasse qualcosa. In definitiva è un bravo giovine con un insano polso destro e tanto basta. Non c'è molto da dire nemmeno sulla sua tifoseria che in quanto tale fa il proprio mestiere tifosando.
Due parole mi sgorgano invece su quell'ambiente che si intitola con aria snob “addetti ai lavori”. Epitaffio molto utile per accedere a quelle aree vip al cui ingresso troneggia un cartello che consente ai suddetti di entrare e fa defluire il popolo bue verso luoghi più proletari. Questi “esperti del settore” si guadagnano da vivere giocando a chi è più amico di Valentino Rossi e per primeggiare in questa tenzone si prostrano a sbaciucchiare la terra dove cammina, anche se tempestata di ricordi canini e ad esaltare qualsiasi suo movimento, che sia la tecnica di appallottolamento dei reperti nasali o il mostrare le pudenda in mondovisione.
Io sono un poveraccio e non posso permettermi Sky come invece fa Lucy coi diamanti. Così devo seguire le corse delle motorette su Italia1 ed ascoltare Guido Meda (quello che si occupa delle corse motoristiche si chiama Guido? E quello che si occupa di canottaggio? Remo?). Codesto personaggio in costante lotta con il suo barbiere, si rivolge a qualche milione di telespettatori sparsi in tutta Italia, come se stesse parlando con un amico suo al bar sport di fronte a un bianchino. La sua telecronaca persegue due scopi principali: il primo è riuscire a creare delle formule verbali da tormentone. Quando gli esce qualcosa che lo soddisfa, continua a ripeterlo fino alla nausea e poi si bea nel sentire altre persone che per condizionamento ipnotico, ripetono la stessa locuzione. Come quando intonacò gli ammennicoli a tutta Italia per settimane affibbiando all'iberico Lorenzo il soprannome di “para fuera” che trovava davvero geniale. Finché un giorno uno spagnolo gli disse “guardas che in spagnolos para fuera non significas un cazzos” e smise. L'altro suo intento predominante è onorare la sua tessera del fan club di Valentino Rossi. In poche parole è un po' come seguire un derby commentato da Sandrino 'o mazzolatore. Purtroppo, ad esclusione del competente e obiettivo Loris Reggiani, il vecchio Meda è in ottima compagnia. Se Rossi urta qualcuno in pista è perché “non è uno sport per signorine” se Rossi viene urtato è perché certi criminali dovrebbero stare a Guantanamo invece di correre nel motogp. Se Rossi cade è sfortuna, se cade un altro pilota è un povero imbranato che sta più steso di un tappeto.
Nelle ultime nove gare, Rossi ha vinto 2 volte. Le altre sette volte non è mai stato battuto da qualcuno, ma dalla sfortuna, da assassini prezzolati scesi in pista per farlo fuori, congiunture astrali, il terremoto, le cavallette. Non esistono altri piloti. Non esistono altre moto. Durante l'ultimo GP il giovane e roccioso Stoner ha vinto, secondo Meda, perché la pista prevedeva un rettilineo. Mi sembra abbastanza ovvio che in uno sport come il motociclismo, le motorette contino qualcosa, altrimenti si correrebbe a piedi (che con quelle tute sarebbe uno spettacolo imperdibile). Se un mezzo è più adatto a certi percorsi lo sarà meno su altri eppure non ho mai sentito dire che Rossi abbia vinto perché c'erano le curve. Giustamente. Poco importava, tra l'altro che piloti con la stessa velocità di punta di Stoner siano arrivati a decine di secondi dietro. Non è bravo Stoner, è solo perché lunga e dritta correva la strada. Sarebbe come dire che Pantani vinceva perché c'erano le salite. Ma non basta.
Nico Cereghini, noto all'ambiente delle due ruote per i suoi suggerimenti “luci accese anche di giorno, casco ben allacciato e prudenza, sempre” dispensati mentre sgasava in monoruota con una mano sola, si esibisce nel miglior pezzo di repertorio all'italiana: abbiamo perso? Significa che gli altri hanno barato. Nessuno scrupolo quindi a darsi un tono accennando, neanche troppo velatamente, alla possibilità che la Ducati abbia imbrogliato.
Credo che tutto il motociclismo non abbia che da perderci se queste sono le persone che hanno il compito di raccontarlo al grande pubblico. Credo che i tifosi, quelli alè buuu arbitro cornuto, dovrebbero stare sugli spalti, non nei salotti a fare gli opinionisti. Credo anche che un campione di quelli che nascono una volta ogni secolo come è Valentino Rossi, non abbia bisogno di questo manipolo di lacchè. A lui basta quell'insano polso e proprio per quello ha il diritto di imbufalirsi se, abituato ad arrivare davanti, gli capita di stare a ruota.
Prova dovrebbe esserne il fatto che Valentino Rossi, da anni, si è trasferito a Londra perché, a suo dire, con gli italiani proprio non si riesce a stare. Eppure (o proprio perché) qui sono tutti a suoi piedi.

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martedì 20 marzo 2007

Sono una bambina giornalista bloccata su un albero


Nella vita possono accadere cose terribili. Che uno si dice “ma perché santa cacca?”, ma le cose succedono lo stesso. Io lo so perché, ma non lo posso dire. Terribile vero?
Per esempio puoi essere un giovane uomo spinto da una spoglia casa nel tunnel dell'arredamento e, in preda al demone delle deliziose tendine, puoi finire intrappolato nell'area bimbi dell'ikea. Oppure puoi essere un quadrupede che trova una tangenziale tra se e l'odore che lo attira e finisce a farne parte (della tangenziale non dell'odore). Puoi essere uno che ha visto qualcosa che non doveva vedere o un parente di uno che ha fatto qualcosa che non doveva fare. Puoi essere un operaio della Sapiem nel delta del Niger o un'anguilla nel delta del Po. Oppure un giornalista che invece di scegliere se pubblicare o meno delle foto oscene di un uomo anziano, ha il problema di evitare bombe a frammentazione e terroristi rapitori. O peggio un tranquillo bambino terzomondiale in lotta contro la malnutrizione, che viene rapito da una pop star americana e costretto a passare l'adolescenza da mcdonald in lotta contro i trigliceridi.
Quando si è in difficoltà (nel senso di sopravvivenza non di non riuscire ad aprire il barattolo dei sottaceti) si è portati a fare alcune amare considerazioni. All'inizio interviene la non accettazione (sarebbe il rifiuto ma parlare negando gli opposti fa più saggista), il pensiero che se anche quella situazione ce la siamo andati a cercare, sarebbe stato più corretto per l'equilibrio cosmico che fosse successa a un altro. Spesso in questa fase si fa un elenco mentale di nomi da proporre. Poi si pensa a come uscirne e in particolare a chi può darci una mano. A tal proposito conta molto quello che si è stati prima di trovarsi in difficoltà. Questo determina la reazione al nostro disagio tra la gente che può pericolosamente oscillare tra il “poverino” e il “ti sta bene, crepa!”. Gli amici sono importanti, ma sono anche molto meno di quello che si pensa. Il più delle volte non saranno sufficienti per portare il feretro (a meno che non ci si faccia cremare), anche se da morti il parco amici si infoltisce considerevolmente e tutti ti inviterebbero finalmente ad uscire con loro se solo non ci fosse quell'inconveniente dell'essere un cadavere.
Quanto vale la nostra vita per gli altri lo si scopre in presenza di un'alta probabilità di perderla. Come il valore di tutte le cose del resto (tranne le obbligazioni al portatore). Ma è un valore che non ci appartiene. Non è che possiamo andare dal pizzicagnolo e dire “senta c'è un tizio che mi insegue con una pistola, mi incarta due etti di fave?”. È un valore che appartiene agli altri: un indice composto da fattori incidentali e fatali.
Parrà strano, ma in realtà ciò che si è fatto in vita conta relativamente (anzi, spesso meno si è conosciuti e meglio è). L'interesse della collettività è molto orientato alla sciagura più che allo sciagurato. Il sesso e l'età invece hanno un'incidenza rilevante (non sentirete mai dire “nel disastro hanno perso la vita anche 3 pensionati”). I canali comunicativi che si hanno a disposizione sono spesso la chiave del successo. Un giornalista occidentale nelle mani dei talebani può far mobilitare il capo del governo che può arrivare fino a rimandare il suo pisolino all'intervento di Follini delle 15. Gli operai della Sapiem in mano ai ribelli del delta del Niger possono sperare in un intervento di Enrico Lucci. Un minatore Uzbeko... be' la prossima volta fai il nobel per la medicina invece di ficcarti sotto terra (che già di per sé è un gesto malaugurante).
Chi ha denunciato mafiosi, usurai, terroristi, sacrificando la propria esistenza per la società e la giustizia riceve una pacca sulle spalle (meglio una telefonata, si sa mai) e il pensiero unanime della collettività riassumibile in “quello all'anagrafe è scritto a matita”. Una ragazza perseguitata da un maniaco può solo sentire un imbarazzato appuntato dire “mi spiace signorina, finché non le fa qualcosa non possiamo intervenire, poi abbiamo tutti gli uomini allo stadio ad impedire ai tifosi di dire negro a un calciatore”. Quando poi si ripresenta con un'accetta fra le scapole “bene signorina, ci lasci recuperare quattro turisti annoiati dallo Yemen e siamo da lei... signorina? Signorinaaa?”.
Un altro fattore ad alto peso specifico è la spettacolarità del dramma. Uno tsunami genera un'onda planetaria di solidarietà, mentre il solito genocidio nel Darfur genera un'onda di “dove?”. Anche riducendo la portata della sciagura il risultato non cambia. Il piccolo Alfredino incastrato nel pozzo artesiano fece mobilitare Pertini, ma decine di bambini leucemici in attesa di trapianto vivono anch'essi incastrati in un tunnel con poche persone, però, a fare il tifo per loro. Riduciamo ancora di più i termini: un gattino bloccato su un albero spinge improvvisati tarzan ad atti di eroismo, mentre un riccio investito spinge a controllare la coppa dell'olio. Questo mi fa pensare che più persone guardano nella direzione del fattaccio, più risorse si spendono per risolverlo.
Sono ovviamente contento della liberazione di Mastrogiacomo. Non come sua moglie, ma mi fa piacere. Del resto non so quanto la moglie di Mastrogiacomo sarebbe contenta se la mia amica trovasse i soldi per l'operazione che le serve per salvarsi la vita. Sono contento e arrabbiato quando penso a quante persone si possono salvare con lo stesso meccanismo che ha salvato il giornalista di Repubblica. Sono ancora più arrabbiato pensando che in realtà questo non è possibile a livello pratico. Quindi sono costretto a pensare che esista un imperscrutabile sistema di selezione che potrebbe essere basato su un fantozziano sorteggione in sala mensa o una forma di borgesiana lotteria di Babilonia (per quelle strane persone che quando c'è un film di fantozzi preferiscono leggere un libro), che assegna alla tua vita un valore e lo rende oggettivo anche per chi, magari, conoscendoti avvertirebbe solo lo stimolo a sputarti in faccia. Questa forma di selezione disegna un quadro molto realistico della società occidentale, un quadro che nessuno vuole guardare. E questo fa veramente incazzare.

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lunedì 26 febbraio 2007

Panorama inquietante


Aspettare non sempre è spiacevole e nella sala d'attesa di un dentista non si ha una gran fretta di veder giungere il proprio turno. Osservando la fattura delle poltroncine e la geometria ipnotica del piastrellame, cerco di non ascoltare i rumori da officina provenienti dallo studio e di togliermi dalla testa l'immagine, generata da questi suoni, che mi vede fissato su un tornio come un lattonzolo sullo spiedo, mentre un utensile affilato si insinua tra le mie fauci.
Terminato di misurare visivamente tutta la sala mi decido ad afferrare una rivista da attesa. Le scelte possibili sono le solite, Oggi, Focus, Espresso, Panorama... visto che sono qui per una panoramica, opto per quest'ultima (anche se optare è più adatto alla sala d'attesa di un oculista). A pagina 157, nientemeno che nella sezione cultura, trovo un articolo dedicato a Post Scriptum, il libro tratto da codesto blogo. Leggo il pezzo di Monica Vignale che, qualche settimana fa, mi aveva contattato per pormi alcune domande sul mio bislacco progetto editoriale. Non faccio in tempo ad indignarmi che vengo chiamato nella sala Torquemada. Mentre siedo con un aspiratore in bocca che mi fa somigliare a una trota presa all'amo e destinata a snaturare la propria natura salmonandosi, ripenso alle parole della giornalista. Belle parole, parole di apprezzamento e di stima per il lavoro mio e degli amici il Spaggio e lo Postatore Sano. Sono rovinato.
Devo dare atto alla categoria che ho sottovalutato: la sanno davvero lunga. Non è che arriva il primo blogger fesso e li frega tutti. Ho criticato più di una volta in queste pagine il lavoro dei giornalisti italiani e loro non si sono scomposti, hanno fatto la cosa più saggia ed efficace: hanno parlato bene di me, creando un effetto devastante per la mia credibilità e appiattente per le mie critiche.
La polemica che colpisce nel segno deve avere dell'insolentimento come reazione altrimenti diventa solo un esercizio di stile che riscuote pure i favori della critica annullandone gli effetti e confondendone le ragioni. Mi hanno fregato, non ci sono cazzi.
Sia chiaro, sono ben contento che l'ottima Vignale (ora parlo bene di lei, così impara) abbia dedicato tempo ed estro per parlare di celodicehillman e della sua costola cartacea (del blog non della Vignale), ma non posso non considerare gli effetti collaterali che non si limitano al panorama che ho appena espresso (ho una sindrome lessicale da settimanale). Lo Postatore Sano si sente già vip ed esige di coprire una velina e di apparire (nascosto da un libro) nell'album di figurine di Lele Mora, mentre il Spaggio ha denunciato la redazione del noto settimanale perché nella foto sembra avere il naso a patata e passa il tempo a cercare di convincere sua zia di non essere gay. In quanto a me, mi limito a correre senza una traiettoria precisa nei prati in fiore attorno a casa mia. Un po' gaio, un po' confuso.
Quando il dentista si decide ad uscire dalla mia bocca con la sua punta del 12 mi avverte che il premolare è cariato. La notizia mi scuote leggermente, se non altro perché quel dente è d'oro, ma grazie a un'anestesia che avrebbe addormentato anche Galeazzi riesco solo a dire apphaafaphaaaa. Sto proprio diventando vecchio. Sono sfumature, dettagli che spesso non si vogliono notare, ma sono il chiaro sintomo del decadimento senile. Per esempio il passaggio serale tra il lavarsi i denti e il levarseli, è un discreto indicatore.
Una volta avrei tratto gaudio e giubilo da un evento così insolito per me (apparire su Panorama, non levarmi i denti), invece ora mi sembra di considerare solo risvolti negativi. Ricevo telefonate di persone che non sentivo da anni e in cinque minuti mi fanno ricordare perché non le sentivo da anni. Altri commentano la fotografia ritenendosi evidentemente a ragione molto più fotogenici di me (di il Spaggio però no, è impossibile). Nessuno dice niente del libro. No, pensandoci bene, non è vero. Ho avuto diverse conversazioni in merito, quasi tutte su questo tono:

  • Ma se volessi leggere il tuo libro me lo devo comprare?
  • Ehmm mi rendo conto che le leggi del mercato siano assurde, ma se proprio devi riempire un buco nella libreria, vedrò di tirar fuori una copia per te.
  • Ah ecco e fammi la dedica mi raccomando.

Certo, faccio la dedica, ci mancherebbe. Spendere qualche euro per un libro che non leggerai e che oltretutto ho scritto io è davvero troppo, ma si sa mai che dovessi diventare famoso e morire tossico tra qualche anno...

  • Ma così corta? Ti sei sprecato. Ci hai messo solo il mio nome.
  • Ehmm ti rendi conto che è l'unica cosa che so di te?
  • Caspita 420 pagine, ma non potevi farlo più corto?
  • Magari il prossimo. Il formato va bene o te lo devo rifilare?

E mentre subisco gli attacchi di qualcuno sinceramente indignato da questa attenzione mal riposta e altri che invece lo ammettono di essere invidiosi, il Spaggio e lo Postatore Sano si negano, millantando appuntamenti con tali Maddalena e Elisabetta e comparsate da tronista. Quando Warhol pronosticò per tutti un quarto d'ora di celebrità, si dimenticò di accennare ai successivi 6 mesi di sfrangimento di ammennicoli.

  • Dottore, ma la capsula la deve fare proprio in titanio tempestato di diamanti?
  • Ma lei non è quello di Panorama
  • Sì, sono io, ma sa com'è, con i guadagni dei 500 libri che mi sono stampato da solo ci ho già comprato un attico a Piaccadilly Circus, ora non vorrei strafare.

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