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giovedì 11 ottobre 2007

Piccoli danni crescono


Il sopraggiungere della vecchiaia si fa precedere da alcuni sintomi rivelatori. È una legge di natura a cui non si può sfuggire e non mi si venga a dire che ad Andreotti non succede. Andreotti non esiste: è una maschera, come il gabibbo. Dentro c'è Elvis Presley. Comunque i sintomi principali sono il calo della vista, dell'udito, della memoria e un altro che ora non ricordo. L'avevo scritto qui ma non riesco a leggere.... eh? Comeeee?? Ah sì: il parlar male dei giovani. 'Sti debosciati.
D'accordo è possibile che io mi sia allontanato da qualche tempo dalla mia pubertà, ma il fatto che quando andavo a scuola io non si insegnasse ancora storia, non mi sembra un buon motivo per considerarmi un vecchio deneuronizzato. Ammetto che tessere lodi a mosaico per gli odierni virgulti non è la mia attività preferita, ma anche Lenin riteneva un errore dar loro troppi riconoscimenti e infatti loro non lo riconoscono nemmeno in fotografia.
Poi mi capita di leggere che in Nuova Zelanda è scoppiata la mania di andare a scuola in pantofole. Troppo giusto penso io. Bella raga!! Un gesto di protesta simbolico che non riga il parquet. Mi sbagliavo. La moda è scoppiata il giorno in cui un certo Snoop Dogg si è presentato a un'intervista in moffolette. E da quel momento, via le costosissime calzature marca americana, fattura cinese e fattura a tre cifre, per le quali si è pensato di accelerare la procedura babbomorto, e tutti in giro come in un enorme gerontocomio. Snoop Dogg è un rapper americano di quelli che innalzano il loro grido di protesta, il loro impatto destabilizzante dal cuore del loro disagio esistenziale. Quel disagio che non si può non condividere guardandoli percorrere su una Bentley color vomito, il vialetto della loro villa a Miami mentre quattro groopies contorsioniste mettono in ridicolo il sacro testo del kamasutra. Snoop deriva dal soprannome che la di lui mammina gli aveva affibbiato a causa della somiglianza con Snoopy, ma ancora oggi il solo “era una notte buia e tempestosa” creato dal bracchetto di Shultz, vale più di tutte le canzoni unz unz incise dal rapper. Il suo più grande contributo sociale è stata l'invenzione di uno slang in cui a tutte le parole viene aggiunto il suffisso “-izzle” (tipo for sure diventa for shizzle e demente diventa dementizzle). Non scherza niente quest'uomo.
Insomma questi giovincelli che in nome della loro ribelle originalità rinnegano i padri, si mettono a pecoroni per essere tutti come un tizio che un giorno era talmente fatto da confondere le scarpe di Prada con le pantofole di Louis Vuitton. E si sono anche battuti. Alla fine l'hanno spuntata: i presidi hanno dovuto accettarli in classe così o le aule sarebbero rimaste vuote. Quando si dice una causa per cui vale la pena di combattere. Altro che sessantotto.
Aveva ragione Flaiano: i giovani hanno il coraggio delle opinioni altrui.
Guardare con sfiducia le nuove generazioni non è segno dei tempi. Già Orazio prevedeva un futuro cambogiano se provava a guardarlo proiettato sui giovani. Sarà per questo che con Clarabella non ha avuto figli. Mica perché lui è un cavallo e lei una mucca.
Però poi i piccoli crescono, solo che io non vedo la differenza. Mi ritrovo sempre in mezzo a trentennibarraquarantenni che parlano usando come punteggiatura l'intera toponomastica erotica, oltre a diverse rivisitazioni agiografiche. A furia di cazzofiga si rischia di avere un orgasmo a metà discorso.
Non di rado (e non mi rado) mi capita di assistere a colloqui di lavoro durante i quali neolaureati in camiciona rosa (iddio benedica la donna che ha detto che bisogna essere veri uomini per indossare qualcosa di rosa senza sembrare dei titanici idioti), si propongono farcendo i loro discorsi con “bon, ok, dai allora buona così”. Tanto che ho temuto spesso di essere invitato per un'ape in samba!
Lo so che passerò per anziano, ma sono stato giovane anche io. Per un breve istante. Il problema è che ho avuto la sfortuna di accorgermene subito. Ero giovane da poco e buttando l'occhio giovane in uno specchio troppo riflessivo ho esclamato “uh! Un giovane”. E quando te ne accorgi è finita: sei già vecchio.
Comprendo anche i conflitti generazionali, dovuti per la gran parte al fatto che ad ogni sfornata di nuove leve, i figli hanno quasi sempre a buon mercato ciò che i genitori hanno conquistato lasciando brandelli di pelle attaccati al filo spinato della vita. E questo non viene un filo stimato.
Ma forse accade anche il contrario. Che i genitori hanno avuto tutto e i figli vorrebbero un po' di indigenza, tanto per crescere con un po' di palle, visto che il finto povero è passato di moda da vent'anni. Magari a casa Dogg funziona così con il figlio di Snoop:

F: “Papà posso uscire con le scarpe oggi che le pantofole sul ghiaino non sono comodissime?”
S: “Papà? Ehi fifty hai sentito? Il nano che mi gira per casa è mio figlio”
F: “Senti papà, posso...”
S: “Sì certo fratello!”
F: “Sono figlio unico papà, ma ancora non ti ho chiesto che cosa”
S: “Bella fratello, sei nel giusto! Le cose bisogna conquistarsele, devi essere uomo”
F: “Come quando ti ho chiesto se potevo comprarmi il motorino con i soldi guadagnati accompagnando i ciechi e tu mi ha regalato un ducati 999 con la mappatura da pista?”
S: “Sì, bella fratello, ma come parli? Io voi giovani non vi capto”
F: “Papà ho 13 anni dovresti cercare di capirmi”
S: “E io ti capisco bro! E cerco di aiutarti nelle tue piccole battaglie quotidiane”
F: “È per questo che mi hai regalato un Uzi 9 millimetri con proiettili parabellum, un sacchetto di cocaina purissima e una carta di credito platino per fare le strisce?”
S: “Dammi il cinque fratello!! Hai visto per caso figliemo?”

Da ragazzino le uniche pantofole che vedevo erano quelle con cui mia madre mi menava. Questo succedeva quando nei paraggi non c'era una padella. Ma io non ce l'ho con lei, anzi, la ringrazio per questo e soprattutto di non aver mai calzato zoccoli.

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martedì 28 agosto 2007

Fecondazione avvilita


Non ci vuole un antropologo per capire che l'anello mancante tra l'homo abilis e l'homo erectus sia l'uomo vacanziero. Quindi io, che non sono un antropologo, l'ho capito. Potenza dei sillogismi.
Mentre mi godevo quel quarto d'ora che intercorre tra il momento in cui ho smesso di pensare con stupore al fatto che non stessi lavorando e il momento in cui ho cominciato a pensare con orrore a quel golgota coltivato a scartoffie che mi avrebbe accolto al ritorno, ho avuto modo di osservare con piglio da discovery channel i meccanismi alla base di una diffusissima tipologia di nucleo familiare. Trattasi di giovane coppia attempata di fresca proliferazione. Questi due esemplari formano un legame sentimentale nonostante abbiano profonde ed incolmabili divergenze congenite: uno è maschio e l'altra è femmina. Questa faglia attiva, prima o dopo, provoca lo sbigottimento in tutta la tettonica a zolle che compone la coppia e, nonostante la tettonica, i sentimenti virano dapprima verso presentimenti (in barba alla consecutio) poi verso i pentimenti ed infine sfociano nei patimenti. A questo punto, il dinamico duo sfrutta tutti i principi della termodinamica (pur sapendo a stento come funzioni un termosifone) e si riproduce, generando un veicolatore di negatività che dissipa in inutile calore il reciproco astio.
Il cucciolo provvede sin dai primi vagiti ad una serie di esigenze dei suoi genitori e lo fa principalmente divenendo un superconduttore di odio. Convenendo sul fatto che, per una giovane coppia con prole, insultarsi in pubblico e di fronte al pargolo sia poco consono, i due soggetti, divenuti tre moltiplicandosi e gettando qualche dubbio sull'algebra, utilizzano il prodotto del loro patrimonio genetico per soddisfare il loro bisogno di rivalsa sul consorte e sul destino baro che glielo consegnò. Classica scena: il ristorante.
Il maschio si guarda intorno come un tricheco inseguito. È talmente avvilito che trova sexy persino me. La femmina ha l'espressione incarognita di chi, costretta a sopportare un uomo piccolo che vomita e uno grosso che fa vomitare, pensa di meritare lo stipendio di Ronaldo (anche perché probabilmente gioca meglio a pallone) e invece è lì ad ordinare una pizza acciughe e pomodorini da zi' Antonio l'egiziano. Il bambino guarda con insistenza verso di me costringendo i genitori a pronunciare frasi tipo “hai visto che bambino grande” come se avessero una patata in bocca e con l'espressione di un cartone animato giapponese. In realtà io so che mi sta offrendo il suo latte in polvere d'oro pur di portarlo via da quella faida. Io, che ho paura dei bambini come quel pelosone di Monster & co., ma soprattutto per evitare di essere coinvolto in questo psicodramma, fingo di parlare con una capasanta che vaga nel mio piatto, talmente fresca che un buon veterinario potrebbe ancora salvarla. È l'ora della tenzone.
Il maschio, per denigrare il delirio nutrizionista della femmina, cerca di far mangiare al piccolo delle cozze chiuse col lambrusco, sostenendo che tutte quelle costosissime pappette non servono a nulla. Lei, simulando in malo modo divertimento, gliele leva dal piattino insultando il marito conto terzi:

F: (verso il pupo) “Ma è scemo il paparino a darti le cozze? Eh? Digli papà sei scemo?”
P: “ghghghghgnè”

Poi si alza e va in bagno. Da quando ha partorito non si accoppia più (col marito) e va in bagno ogni volta che il maschio le rivolge la parola. A questo punto interviene lui, più codardo ma più incisivo.

M: (verso il pupo) “Dai un goccetto di lambrusco adesso che non c'è la mammina che la dà via come se non fosse sua”
P: “ghghghghggnègnè”

Un'altra esigenza primaria che il bimbo soddisfa è quella dell'apprezzamento pubblico non più cercato all'interno della famiglia. Il piccolo viene così sovraesposto ed ogni suo gesto enfatizzato all'inverosimile nella speranza di ottenere gridolini di stupore da parte degli astanti. L'intento dei genitori è quello di potersi beare del successo della loro propaggine umana. All'uopo assemblata.
La coppia dimostra quindi disappunto perché, nonostante i rumorosi richiami, io non dispenso sbalordimento per il fatto che il loro figlioletto riesca a infilarsi tutto il pollice in una singola narice (almeno l'avesse infilato in due). Il mio disinteresse è considerato sintomo di un'anima insensibile e probabilmente criminale. C'è da dire che il loro livore è amplificato dalla mia esibizione atta a dimostrare che posso esprimermi nelle medesime evoluzioni del bambino.
L'acme della serata si raggiunge quando il pupo viene sguinzagliato per il locale senza controllo. Il piccolo, ormai caricato a bile oltre qualsiasi livello di sopportazione umana, si scarica infastidendo qualsiasi forma vivente che incontra. Osserva con cura una formichina laboriosa prima di spiaccicarla col pollice di cui sopra per poi rinfilarlo nell'apposita rinocustodia, sfodera acuti fuori scala alle spalle di anziani cardiopatici e soprattutto continua a fissarmi con quegli occhietti consapevoli di scuotermi fin nel midollo. I genitori persistono nella loro indifferenza corroborata da un distorto utilizzo della democrazia: siccome hanno fatto un figlio pensano che sia loro diritto lasciare che frantumi gli ammennicoli a chicchessia, tanto è solo un bambino e in più loro se lo sorbiscono tutti i giorni, per una sera è giusto che tocchi a qualcun altro. Fosse anche una maestra d'asilo sotto psicofarmaci.

Se vostro figlio continua ad affrontare le persone con “ghghghghggnè” è normale. Se ha trent'anni però, forse è il caso che vi poniate delle domande.
In definitiva non c'è da allarmarsi. Il bambino, con l'aiuto di un buon esorcista, può anche crescere sano ed equilibrato se non capirà mai di essere stato, prima che un essere umano, uno strumento in mano a persone convinte che la loro capacità biologica di riprodursi dimostri in qualche modo l'esistenza dei valori necessari per occuparsi di una persona.

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giovedì 12 luglio 2007

La gente sono tutti matti


In questi giorni lo stato d'animo dominante è lo sconcerto. Il che è davvero fastidioso, specie in considerazione del fatto che la scorsa settimana c'erano i Jethro Tull a Torino. Il contatto con le persone mi lascia sempre più sbigottito, ma è evidente che la colpa sia mia. Infatti l'etimo in persona ci insegna che prima ero bigotto e poi qualcuno ha provveduto ad aprirmi gli occhi, quindi mi si potrebbe semplicemente dire che chi è causa del suo mal, pianga più spesso. Che non me lo si dica o non vado avanti a scrivere.
Aprendo gli occhi ho scorto (visto che sono alto) un dettaglio che al buio mi era sfuggito: la gente sono tutti matti. Matti e cattivi.
Sapete io lavoro, a causa del fatto che non ho trovato altri sistemi di affermazione sociale, come il calcio o il mediasurfing e questioni inerenti il travagliare mi hanno riportato in quel di Milano. Allungandomi tra gli “eh la madonna” e i kebab mi sono venute in mente le parole scritte da Enrico Ruggeri quando ancora non faceva lo scambista in televisione: “Autodifesa dipinta sui volti e sempre sulla strada. Sempre al recupero di beni tolti e accada quel che accada”. Aggressività scimmiesca, prepotenza, rivendicazione di diritti divini, invidia, vendetta, ma soprattutto non cedere mai, nemmeno di fronte al tristo mietitore (che non è Albano). Ed ero solo al casello di Melegnano.
Interloquendo con un'affabile donzella intorno a questioni di lavoro (quindi non cose importanti come il rinnovo del contratto di Cassano), mi è capitato di imbattermi in vicende riportate nel seguente discorso diretto:

Cruman: “Parmi di ravvedere toni stridenti nella nostra partnership professionale”
Donzella: “Cazzo dici, sacco di merda?”
C: “Che diamine di modi sono? Non mi sembra di far parte del tuo ramo genealogico”
D: “È per questo che non ti ho ancora dato un calcio nelle palle... ma se insisti”

Mi rendo conto che i ritmi frementi della città incrinino il sistema nervoso. Milano poi, è una città tentacolare, nel senso che tenta di colare a picco. Con risultati peraltro discreti. Ma saranno gli anni di ritiro spirituale, attraverso cui ho raggiunto l'illuminazione con notevole risparmio sulla bolletta dell'enel, o la mia scelta di vivere in prossimità di una porcilaia per migliorare la qualità del vicinato, sta di fatto che dopo un giorno in questo big bang della follia, sono finito a vagare per via Ripamonti in preda a una catena di svenimenti, con il dorso di una mano a cucchiaio sulla fronte e in cerca di una tenda a cui aggrapparmi.
Tra un venir meno e l'altro mi ponevo domande esistenziali: che senso ha migliorare le sovrastrutture sociali se le fondamenta (le persone) sono instabili e nessuno se ne preoccupa? (mancamento) Quale bisogno primario soddisfa la prevaricazione? (mancamento) Se il protocollo di interazione umana è lo sputo, quello delle scimmie è l'ablazione reciproca dei parassiti e quello dei cani l'ispezione olfattiva dell'igiene intima, che cosa ci fa considerare evoluti? (mancamento più facciata sul selciato) Che cosa è veramente importante della contrapposizione umana su scala ridotta (zuffa) o su larga scala (guerra o enorme zuffa)? Avrà contribuito all'escalation di follia e cattiveria, la cultura che disegna assassini di massa come eroi, che giustifica la violenza con l'onore, l'egoismo con l'amore e la distruzione con la vitalità? (doppio mancamento carpiato, un guidatore di tramvai mi ha dato un 8,5 per la coreografia e 9 per l'interpretazione). E, prima di mancare del tutto, perché i posti dove non succede niente sono definiti “morti”, mentre quelli dove ammazzano la gente “vivi”?
Tornando verso la porcilaia pensavo che potrebbe essere un problema di carenza di vergogna. In psicologia colpa e vergogna sono due concetti indissolubilmente legati. In occidente però si è sempre puntato sulla prima da un punto di vista educativo, con il risultato di indirizzare gli sforzi umani verso il tenere nascoste le responsabilità in modo da evitare le punizioni. In questo modo, acquisendo una efficace tecnica evasiva (tipo fare il vago), si perde ogni ritegno e qualsiasi bestialità è mondata dalla formula universale “sono fatto così”, al cui cospetto l'assoluzione divina è una caccola. In oriente, di contro, si dà molta importanza alla vergogna che un uomo deve provare per le sue malefatte. Non è nemmeno molto in disuso la tradizione per cui, in alcuni paesi orientali, chi si macchia di azioni nefande, viene esposto al pubblico ludibrio, solitamente con un cartello al collo con scritto “sono una personaccia e non so nemmeno che cosa significhi ludibrio”.
La sparizione del concetto di vergogna è anche riconducibile a un'altra forma di giustificazione, che trova campo fertile nell'esistenza di persone ben peggiori di noi. Il meccanismo è semplice: siccome esiste qualcuno che stupra i bambini e non si vergogna, non ha senso che si vergogni chi ruba e se non si vergogna quest'ultimo, perché devo vergognarmi io che faccio solo telefonate minatorie. Con la stessa tecnica, l'esistenza di Luxuria, dovrebbe giustificare quella di Fabrizio Corona e giù giù fino a Daniele Interrante (il motivo per cui conosco questi nomi mi è ignoto, ma mi inquieta).
Insomma, la gente sono tutti matti. Matti e cattivi.
Ma non voglio sembrare uno che sputa nel piatto in cui mangia (anche se, mangiandoci io, ci posso sputare quanto mi pare, mica sputo nel tuo). Voglio dire: se a voi va bene così, tutto il rispetto. Pensavo solo a capire se esista un posto che vada bene per me e come eventualmente raggiungerlo (e non parlo del posto dove mi ha mandato la donzella di cui sopra). Si sprecano tanti di quei soldi al mondo. Missili nucleari, mazze da golf, Space Shuttle oppure videofonini, enormi macchine, pellicce, ricevitori satellitari (i primi molto più inutili dei secondi perché non consentono l'usufrutto o la pratica della pornografia), io mi accontento di un milione di euri e tolgo il disturbo. Ne vale la pena. Almeno per la donzella.
Ma dove andare? Giorni fa ho visto un documentario su delle isole norvegesi (cioè io ero a casa, il documentario era là). La cittadina principale è popolata di qualche migliaio di anime allo stato solido e una maggioranza di orsi polari. La popolazione non sembra allegrissima, qualcuno soffre di sindrome bipolare (cioè crede di vivere anche al polo sud), altri, stufi di prendersi a pallate di neve, hanno fatto scelte estreme come darsi al curling. Però la qualità della vita è altissima. Certo, direte voi, che vuoi che succeda? Sempre a criticare voi. C'è un dettaglio importante. A causa della massiccia presenza di orsi, è possibile entrare in un supermercato ed uscire con due etti di bresaola, una coperta termica a energia eolica e un fucile o una pistola. Per comprare o affittare un'arma non serve nemmeno un documento. Molto più semplice che negli USA, dove molti sostengono che la criminalità sia frutto della libera vendita delle armi. Ebbene in queste isole, in venti anni non è mai successo niente. Nemmeno uno che si è sparato in un piede. Mai. E se un orso viene ucciso, la polizia fa delle indagini per verificare se fosse proprio necessario. Come se fosse avvenuto un omicidio.
Allora uno dovrebbe pensare che il popolo americano sono tutti matti e che in Norvegia è possibile vivere civilmente. Ma questo significherebbe una differenza “umana” ed evolutiva tra i due popoli e quindi tra le persone, con conseguenze filosofiche e politiche indicibili. Come sapete molte cose non si possono dire, ma cose molto peggiori si possono fare. Un uomo ha diritto di essere cattivo e stupido, ma un suo simile non ha diritto di dirlo. Il razzismo verso queste forme di vita è l'unico bandito a livello mondiale.
Io comunque un pensierino alle isole norvegesi ce lo faccio. Anche perché sono sempre più convinto che la civiltà (o semplicemente gli ambienti più congeniali a un plantigrade come me) sia al freddo. E il pianeta si sta surriscaldando.

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giovedì 5 luglio 2007

Il family dog


Io sono un cane. Non a scrivere, sono proprio un cane di quelli con le zampe, il pelo lungo, bau bau eccetera. Mi chiamo Mediolanum (il mio padrone è un family banker) e sono un bastardino. Non me ne vergogno, del resto lo dicono sempre anche del mio padrone. In effetti è un po' strano: è depresso perché perde i capelli, così ogni tanto mi prende e mi appoggia sulla sua testa per ricordarsi i fluenti tempi andati. Sono un cane da riporto.
Non so se vi ricordate di Sapporo, ecco io ero un suo amico di giochi. Sotterravamo ossi (che si differenziano dalle ossa per la vocale finale) insieme. Poi quei fenomeni di CSI hanno iniziato a rompere le palle. Che vita da cani. Comunque devo darvi una brutta notizia riguardo Sapporo: qualche mese fa un acaro maremmano lo morse e morse. Ma non è di questo che volevo parlarvi. Vorrei dirvi che gli uomini sono stupidi, ma questo lo sapete meglio di me che sono solo un cane. Il vostro miglior amico, e conoscendomi non siete messi bene.
Quindi vi annoierò raccontandovi che sono nei guai perché ho addentato una signora fuori dal cancello di casa mia. Sapete casa mia è una fortezza. Un family bunker. Avevo bisogno di evadere e, sincerità per sincerità, quel giorno proprio mi giravano. Così, senza motivo. Sapete quando scendete dalla cuccia con la coppia di zampe sbagliate? Ecco, ho visto quella signora e mi sono venuti i 35 minuti di cane. “Bello cagnolino” tua sorella.
Fortunatamente però voi uomini siete talmente pieni di voi da pensare che qualsiasi evento dipenda dalla vostra volontà. Quindi la colpa l'hanno data al mio padrone, che in quel momento stava vendendo una polizza a svincolo glaciale a un pensionato cieco che riesce a dire solo “buonabitacolo”. È veramente tenera la vostra confusione egotica. Credete che se uno di noi morde è perché è stato addestrato male. Se non fossi solo un cane, potrei offendermi perché così ci spersonalizzate. Date per scontato che nessuno di noi abbia un suo carattere, la sua indole, indipendentemente dalla razza (solo voi vi fate problemi di razza). E invece c'è il cocker spaniel pantofolaio e quello figlio di una buona cagna. C'è il collie che torna a casa e quello che preferisce fermarsi dagli amici. C'è il levriero afgano mujaheddin e quello ossessivo compulsivo. C'è il pastore maremmano bischero e la maremmana cane maiala. Eccetera. Certo ammetto che in qualche modo siamo condizionati.
È usanza diffusa tra i nostri padroni considerare delle aberrazioni della natura tutte quelle persone che osano protestare se per caso sbaviamo nel piatto in cui loro mangiano o se agitiamo la pelvica aggrappati a un arto inferiore e questo ci rende spregiudicati e fieri delle nostre volizioni. Però anche tra noi cani c'è quello a cui gli piglia l'embolo. Quello che poi tutti i vicini di cuccia dicono “era un bravo cane, forse un po' riservato, ma un pastore bergamasco come tanti, portava le pantofole al padrone, al limite tirava su qualche muretto, ma nulla più. Chi se lo aspettava. Però quel postino se l'è cercata”. E non solo noi, anche tutti gli altri animali. Una volta ho visto una formica smontare pezzo a pezzo un tavolo (di fòrmica) solo perché aveva visto la cicala in discoteca (a ballare una canzone di Heather Parisi).
La Quarta Sezione Penale, che immagino rappresenti l'insufficienza delle prime tre, ha infatti stabilito che tutti i cani “possono diventare pericolosi, anche quelli normalmente mansueti” e che quindi la loro potenziale nocività sociale “deve essere accertata in concreto”. Forse è per questo che c'è sempre un idiota che quando vede uno di noi miagola e soffia. Dev'essere un test.
Per sopramercato, la Suprema Corte, che immagino rappresenti l'inferiorità delle altre Corti, ricorda che “l'articolo 672 del C.P. relaziona l'obbligo di non lasciare libero l'animale o di custodirlo con le debite cautele, al possesso dell'animale, possesso da intendersi come detenzione anche solo materiale e di fatto”. Ora, io di politica non me ne intendo, ho dei limiti che non mi consentono di esercitare la democrazia: non ho il pollice opponibile per tenere in mano la matita per votare. Però non vorrete rifilarci i "dico" pure a noi?? Noi che ci accoppiamo contro e a favore di natura senza partecipare a nessun Famolo Gay. In pratica se io bazzico per casa tua e tu mi dai del ciappi, sei responsabile degli omicidi che commetto. Anche se non mi possiedi legalmente o biblicamente. Buffo vero? Se tuo figlio tira i sassi dal cavalcavia è colpa della società che tiene troppo alti i prezzi della play station, ma se io mastico polpacci vai in galera tu. Ci state dando un potere e vi auguro che non impareremo mai ad usarlo.
Non è dato sapere se le leggi in questione siano o meno estendibili anche agli altri animali domestici. Se nutrire e ospitare sono condizioni di possesso di fatto, gli uomini sono responsabili anche delle azioni delle zanzare, oltre che dei gatti e dei politici. Curioso che voi siate obbligati a nutrire, ospitare ed educare i figli, ma le loro malefatte vengono ricondotte sempre alla scuola e alla società. Mentre le conseguenze delle nostre azioni ricadono sempre su di voi, anche se nessuno vi obbliga a mantenerci.
Seguendo questa logica, mi verrebbe da cercare il tizio dal cui letto è uscito l'acaro maremmano (epidermidofago) che morse il mio amico Sapporo. Si prefigura l'accusa di essere il mandante del canicidio.
O forse potremmo cominciare a pensare tutti che gli animali sono animali e le persone sono persone. Pensiamo anche che ci sono delle schifezze di persone e delle schifezze di animali: a volte si incontrano e si azzuffano, altre volte si amano e prosperano insieme.

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lunedì 18 giugno 2007

Dei delitti e delle pentole


Durante la mia infanzia, della quale ricordo distintamente solo le tette di Venusia, non ho combinato ragguardevoli guai, se si eccettua quella volta in cui detti fuoco al salotto di casa per verificare il tasso di infiammabilità dei fiori secchi. Quindi mia madre non fu costretta ad elaborare tecniche educative molto più elaborate di una padellata sulla testa. Mio padre poi, se proprio lo si tirava in mezzo, si sbilanciava al massimo con due calci nel sedere (i cosiddetti calci di punizione), ma lui non amava immischiarsi in queste faccende montessoriane, così spesso demandava i calci a mia madre (calci di punizione di seconda). Erano comunque eventi rari: spesso si addiveniva con buon senso a soluzioni diplomatiche o al limite (ma solo in caso di forte esasperazione politica) a una intermediazione commerciale. Esempio di soluzione diplomatica: “piantala se no ti do dei calci”. Esempio di intermediazione commerciale: “se ti do duecento lire la pianti”?
La punizione è un processo che tende a far cessare un comportamento considerato negativo, ingenerando sofferenza, paura o sensi di colpa. Può avvenire attraverso la somministrazione di uno stimolo aversivo (padellata), attraverso la sottrazione di rinforzatori (“non ti faccio più andare in bagno col postal market”) ma anche tramite uno stimolo appetitivo o piacevole (“oggi niente padellate”). Questo concetto piuttosto controverso, descrive una realtà in cui uno stimolo piacevole è molto più efficiente di uno spiacevole nel far cessare un comportamento negativo. Taluni ritengono che questa differenza corrisponda alla differenza tra viziare ed educare, talaltri ritengono che il sistema punitivo provochi aggressività, depressione, fobie, depauperamento dei rapporti interpersonali, attitudine alla bugia, secchezza delle fauci e cecità. Le punizioni per essere efficaci devono essere intense, date immediatamente (quindi mamma, la padella col tacco che mi hai tirato ieri per il salotto incendiato 30 anni fa, non ha valenza educativa, ma solo contusiva) e soprattutto devono essere date sempre.
Tutto questo da un punto di vista umano, ma se trasliamo il concetto alla società possiamo aggiungere la condizione necessaria secondo cui le punizioni devono essere date a tutti. La società italiana ha solide basi nel sistema punitivo e ha completamente perso di vista il concetto di educazione. Non per fare sempre quello che pensa da dietro, ma è difficile ignorare il fatto che punire è più semplice e molto più remunerativo di educare. Ma punire è un'arte complessa, come insegnava il marchese De Sade:
masochista: “picchiami!”
sadico: “no!”
Siamo il paese europeo che evade più tasse, cerchiamo di capire perché. I cittadini e le piccole aziende sono abbandonati a se stessi in balia di un sistema burocratico che somiglia molto alla trama di Matrix. Quando però si commette una irregolarità, si cala dal tetto di casa un commando di finanzieri addestrati come pasdaran che ti inibiscono la partecipazione alla vita sociale in eterno, non senza prima aver assestato un paio di padellate. Solo allora ci si accorge dell'esistenza di una struttura di controllo finanziario. Quando si ha bisogno, anche solo di capire, tutto ciò che si ottiene è un selezionatore vocale registrato:

Premere 1 per pagare le tasse
Premere 2 per pagare interessi di mora
Premere 3 per versare un contributo
Premere 4 per donare il 5 per mille alla tribbutaria
Premere logaritmo del numero di Nepero per ottenere un rimborso

In paesi all'apparenza più severi come Austria e Svizzera, il fisco si relaziona personalmente con il contribuente, accordandosi sul trattamento più adeguato e fornendo tutte le risorse e le nozioni per partecipare correttamente alla vita dello Stato. Solo successivamente e in presenza di mancanze palesi, intervengono le sanzioni.
Altro esempio. Siamo il paese europeo con il più alto tasso di incidenti stradali, nonostante si sia ormai raggiunto un sistema sanzionatorio che non si ricordava dai tempi delle prigioni turche nel dopoguerra. Tra qualche tempo infrangere un divieto di sosta comporterà lo scorporo di un quarto di tutte le proprietà immobiliari, frattanto nessuno si preoccupa di insegnare come si sta in strada, di non dare la patente a chi ha difficoltà a pilotare un carrello della spesa tra i corridoi della coop e creare un sistema viario che non somigli a un livello di doom. Abbiamo molti più incidenti di paesi in cui i limiti di velocità sono più elastici dei nostri e dove, soprattutto, gli autovelox non sono usati come dei bancomat dalle amministrazioni comunali.
In una società in cui la sanzione è l'unico rapporto tra Stato e cittadino, in cui vengono perdonati assassini, ma se non metti la marca da bollo su un documento sei un bandito e quindi bandito dalle attività pubbliche, non si può sperare di risalire i gradini della civiltà attraverso la paura e le minacce (padella padellae) o se proprio si vuole percorrere questa strada, non si ci si può accontentare di intascare più multe possibili, bisogna colpire subito, sempre, duro e tutti.
Altrimenti l'unica educazione che si ottiene è l'addestramento ad evitare le punizioni a sopportarle e a condividerle. Uno di quelli che dicono le cose, disse un giorno che a mettere insieme i cattivi si dà loro forza e consapevolezza ed è meglio non far sapere quanti pochi siano i buoni. La punizione colpisce l'uomo, ma non lo rende migliore. Educare frutta in qualità ed evoluzione civile, niente che si possa usare per comprare una Porsche Cayenne purtroppo.
Se siamo un popolo di furbi, squali e vittime è anche perché l'unico strumento di consapevolezza sociale che conosciamo è tirare qualche padellata a casaccio nel mucchio.

C (piangendo): “papà, Tafano mi ha picchiato”
P: “la prossima volta mena per primo, vai da mamma”
C: “mamma, Tafano mi ha picchiato e papà mi ha detto di venire da te se no mi dà il resto”
M: “BONG!”
C: (rimbombando): “ho la maglietta sporca di sangue”
M: “vedi cosa succede ad andare in giro a fare il cretino?”
C: “veramente è per la padellate che mi hai dato prima”
M: “BONG!”
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giovedì 15 marzo 2007

Un buon motivo per buttarsi a fiume


Se Battiato avesse conosciuto in tempi adeguati i fabi voli i paperini moccia e i contro saturno, la famosa strofa “in quest'epoca di pazzi ci mancavano gli idioti dell'orrore” avrebbe probabilmente avuto un finale diverso.
Parentesi: Fabio Volo ha costruito la sua carriera sfrangendoci gli ammennicoli con questa storia finto umile del panettiere, cominciando ogni frase con “io sono solo un fornaio”. Ok d'accordo, bravo lui. Ha funzionato alla grande. Qualche giorno fa l'ho visto da Fabio Fazio (in quanto amico di Fabio Fazio con libro o film in uscita) e a un'innocente battuta del conduttore (quello con i capelli disegnati non l'altro) sulla questione fornaio, il Volo si è insolentito professandosi stanco di questa storia e dichiarando di non voler più sentirne parlare.
Lui è stanco??? Non ci ha fatto sorbire altro per anni e non mi sembrava si fosse troppo preoccupato di quanto fossi annoiato io. Adesso come minimo ti becchi qualche anno di prese per il culo e abbozzi pure un sorriso. Eccheccazzo!! Chiusa.
Tornando all'ondata di polenta esistenziale fritta, posso anche essere d'accordo sul fatto che al cuore non si comanda, ma nemmeno al pancreas se è per questo e ciò non impedisce di usare la capoccia e mantenere un briciolo di dignità. Il poco edificante scenario descritto in questo postromanticismo modaiolo appare formato di persone in piena crisi adolescenziale e in piena età no; il cui unico cruccio è quello di ottenere la proprietà di una persona a scelta, determinarla all'interno di schemi inadeguati ma comodi e stracciarsi le vesti in impeti di risa e pianti degni di un reality show. Soddisfatto questo desiderio personale (e già il fatto che nel mondo in cui viviamo il maggior problema delle persone sia quello di soddisfare le proprie voglie, mi sembra poco educativo) la vita diventa bella e gaia fino all'insorgere del problema inerente il liberarsi della persona che si era tanto desiderata ed eventualmente appropriarsi di un modello più sexy.
Ora io non dico che tutti debbano occuparsi di tragedie umane come la fame nel mondo, i malati terminali o i cugini di campagna, ma almeno, se proprio si deve essere egoisti, si ricerchi la propria evoluzione personale, non la dipendenza da qualcuno o qualcosa. Altrimenti non credo si debba porre l'accento o amplificare il concetto di dolore causato dall'insoddisfazione di desideri, che saranno sì sentimentali, ma sono pur sempre egoistici. Come se non bastasse accompagniamo il tutto con sani conflitti generazionali giustificati dal fatto che un padre operaio cassaintegrato con il colesterolo che fa la ola e le ulcere talmente perforanti da svegliarsi col materasso bucato, non capisce le turbitudini della figlia che non trova un senso all'esistenza se non si sdraia sotto a Scamarcio.
Come dessert, dopo polenta e contorno, abbiamo questi schemi stereotipati di rapporto di coppia basati su leve morali e un cumulo di equivoci e sottintesi, a cui si anela con voluttà per poi ritrovarcisi dentro stretti e soffocati e da cui non si riesce a liberarsi senza provocare una serie di disastri da fare invidia a una puntata di Amici.
A proposito di legami. I lucchetti non li ha inventati Moccia. Questa faccende ha due aspetti piuttosto curiosi. Il primo è la vera origine di questo accanimento sull'arredo urbano. A Merano le ringhiere che costeggiano il fiume Adige (o forse è il Passirio, non mi ricordo, chiedo il 50 e 50) sono ricoperte (vedere foto 1, c'è solo quella) di targhe e lucchetti lasciati dai militari di stanza nella zona a simboleggiare qualcosa che li tiene incatenati per 365 giorni. Il secondo punto è terribilmente freudiano (come dicono gli intellettuali più avvertiti): per quanto ci si ostini ad affermare che il lucchetto simboleggi il “per sempre” (che spesso poi è un per sempre che dura meno della naja e a volte è pure più palloso), in realtà il lucchetto simboleggia, grazie ad acrobatiche associazioni psicodinamiche, un lucchetto. Cioè qualcosa che incatena al di là della nostra volontà e da cui non ci si può liberare se non trovando la chiave giusta (simbolicamente persa nel fiume) o facendo dei danni all'arredo umano (o al limite conoscendo uno che ruba motorini).
Questo emblematico simbolo che si ritorce su se stesso fa da cassa di risonanza per quegli schemi che, dati alla mano, rappresentano oggi il fallimento dei rapporti di coppia, proprio perché la condivisione di due anime, non può passare attraverso l'egoismo, la dipendenza, il controllo, la regolamentazione e i ricatti morali, ma solo attraverso il rispetto, che non va sostituito con le regole, la fiducia, che non va sostituita con il controllo, la consapevolezza e la celebrazione di due esistenze, non la loro morte in nome di qualcosa che alla fine starà in qualche modo stretta a tutti. Appartenere a se stessi è più importante e difficile che appartenere a qualcuno, volere il bene di una persona è più complicato che desiderarla, fare un percorso insieme, giorno per giorno, è più vero, intenso e arduo che seguire regole che tengono incatenati come un lucchetto. Un lucchetto che esprime il suo vero significato solo quando viene rotto, perché è testimone e prova di un reato. Perché identifica un colpevole.
Se il libro di Moccia viene addirittura fotocopiato (destinando il toner delle fotocopiatrici delle segreterie a scopi meno nobili del sempre sacro fotocopiarsi le chiappe) significa che pochissime persone la pensano come me (ed è già tanto che uso il plurale). Per fortuna i fatti sono dalla mia parte e date pure a “fatti” l'interpretazione che più trovate acconcia.
La prossima volta che volete attaccare tre etti di ferro da qualche parte, fatevi un piercing. Tanto, come dicono sempre gli uomini di mondo, se vogliono rubarti la bici, te la rubano anche se c'è il lucchetto. Oppure tenete una chiave di scorta o al limite usate il corso di sub che avete fatto a Sharm per immergervi nel Tevere e recuperare quella che avete gettato. Non saranno acque cristalline, ma tanto a quel punto nella merda ci sarete già.

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martedì 13 marzo 2007

Viva l'agnoranza


"L'ignoranza è una benedizione, ma perchè la benedizione sia completa l'ignoranza dev'essere così profonda da non sospettare neppure se stessa"
EAP

I latini, che hanno campato per secoli coniando frasi da consegnare alla storia che affondano radici di saggezza nel fatto di essere state scritte in una lingua morta, dicevano ignoramus et ignorabimus (in realtà l'ha detto un francese ma siccome è in latino lo dicevano i latini). In una lingua viva o al limite agonizzante corrisponderebbe a dire che l'uomo non è in grado di giungere alla conoscenza degli elementi ultimi del reale. Per me, che non sono in grado di giungere a conoscere nemmeno il mio vicino di casa, è una notizia in qualche modo confortante. Se fosse vero significherebbe che una sorta di ignoranza è ineluttabilmente parte di tutti noi. Del mio vicino di casa sicuramente, per il resto non so... lo ignoro. Ma se consideriamo che l'ignoranza è assenza di conoscenza in un soggetto che tuttavia è in grado di intendere, ci tocca stabilire prima chi sia in grado di intendere, per potergli poi dare dell'ignorante. La questione è complessa e l'uomo ha spesso confuso le cose. Per esempio Sant'Agostino sosteneva che melius scitur Deus, nesciendo (Dio si conosce meglio nell'ignoranza), ma detto da un santo che qualcosa sapeva (sicuramente il latino per esempio) suona incomprensibile. Molti dotti pensatori a cui tutto si poteva dire (per esempio che co' sto latino hanno proprio rotto) ma non che fossero ignoranti, hanno cantato le lodi del non sapere, nel senso più puro del termine. Cioè nel senso in cui rappresenta una sorta di imene dell'anima, una verginità persa la quale qualcosa cambia per sempre, si supera un punto di non ritorno e spesso anche di non ricordo.
Per esempio Giordano Bruno (omonimo del noto calciatore) diceva l'ignoranza è la madre della felicità e beatitudine sensuale. Insomma difficilmente sentirete l'ignoranza elogiata da un ignorante come la povertà da un povero, con la differenza che il povero conosce la propria condizione di povero mentre l'ignorante no (a meno di lacune nella sua ignoranza).
Invece le istituzioni sociali condannano la non conoscenza. Infatti ti obbligano ad andare a scuola e se vai male ti danno voti bassi. In quel caso tuo padre si recherà dal preside per spiegargli a ceffoni le tue problematiche culturali e una volta di fronte a un giudice non potrà dire “non sapevo fosse vietato sciupare i presidi”, perché per la legge l'ignoranza non è un alibi ma una colpa.
Questa ultima considerazione mi ha portato a rilevare quanto contrasti con lo sfruttamento che le stesse istituzioni fanno dell'ignoranza. Esempio. Si fa un gran parlare del fatto che il 30% degli incidenti stradali avviene a causa dell'abuso di alcol o droga. Curiosamente nessuno parla del restante 70% sebbene, calcolatrice alla mano 70 parrebbe essere di gran lunga superiore a 30. Purtroppo quasi tutti gli incidenti stradali avvengono perché qualcuno non sa guidare. Non nel senso che non sa coordinare i piedini sui pedali e le manine per roteare il volante, ma nel senso che non sa come si sta in strada. Le istituzioni intervengono massicciamente in questa drammatica situazione aumentando vorticosamente le multe (fino ad oltre 10 mila euro) e i rilevatori di infrazioni stradali (cioè i generatori di multe). Facendo praticamente niente per contrastare l'ignoranza, anzi proteggendo il patrimonio che rappresenta. Prima di portare le sanzioni all'ipoteca sulla casa bisognerebbe affrontare la realtà composta di gente che non solo non sa perché certe cose in strada non si devono fare, ma non sa nemmeno che non si devono fare (fatevi un giro in autostrada nei week end e divertitevi). Oppure può capitare di trovarsi in città dove sono state piazzate telecamere che ti inquadrano e decidono se sei presenza gradita, in caso contrario, invece di dire “oh te sei antipatico vattene” fanno versare tanti euri nelle casse dei simpaticoni. Il tutto basato sul fatto che un non autoctono difficilmente potrà sapere di poter circolare solo dalle 23 alle 3, ma nei giorni dispari che cominciano per m e solo con la barba ben rasata e imbattersi in qualcosa o qualcuno che dia informazioni chiare è una speranza vana.
Ma ci sono tanti esempi di manovre indirizzate all'ignoranza. I testi dei referendum abrogativi, le chiacchiere dei politici, i giochi d'azzardo legali, tutti i sistemi di silenzio assenso. Quest'ultimo è un mondo da scoprire. Con la nuova legge sul TFR (che non è un treno ma il trattamento di fine rapporto) se un poveraccio non sa esattamente che cosa deve fare e quando, vedrà finire i suoi soldi nelle casse dell'azienda che, vedendo il poveraccio avvicinarsi, li passerà all'INPS che li terrà sospesi fuori da una finestra del dodicesimo piano sfidando il lavoratore con “li butto eh, li butto!”. Finché, povero e solo passerà a miglior vita (peggiore era difficile) e ignorando in vita che avrebbe dovuto dichiarare qualcosa riguardo l'espianto degli organi, gli verrà sfilato un fegato, tre ginocchia e mezzo scafoide (e anche sulle procedure di espianto le persone sanno pochissimo per motivi comprensibili). Tutto questo perché qualcuno ha tristemente rilevato che in Italia ci sono molti più ignoranti che generosi e le liste di attesa per i trapianti risentivano dell'accanirsi nello sperare sui secondi piuttosto che puntare sui primi.
Sappiate tutto quindi, oppure ignorate ogni cosa, perché se conoscete solo in parte è un disastro.
So (almeno credo) di aver già fatto troppe citazioni in questo post, ma non posso esimermi dal chiudere con le parole del grande filosofo clerical-ciociaro Don Buro “quant'è bella l'ignoranza se stai bene de testa de core e de panza”

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giovedì 1 marzo 2007

Una stella come tante


Mi chiamo Stella, sono un'insegnante di religione. No, non mi interessa che avete scelto di non avvalervi, adesso mi ascoltate come avete ascoltato tutti quei servizi morbosetti sul professore sessualmente indeciso e sulla supplente invece meno. Ma partiamo dall'inizio.
Per motivi che si perdono nelle piogge dei poteri temporali l'insegnamento della mia materia è istituzionalmente IRC (insegnamento religione cattolica) indi per cui non obbligatoria. Se durante la mia ora si facesse etica, storia delle religioni e compagnia bella, non diventerei una educatrice facoltativa, come succede in diversi paesi europei, ma obbligare la catechesi non è politically correct. La notizia però è che nelle mie lezioni e in quelle dei miei colleghi si fa proprio etica, storia delle religioni, educazione civica eccetera. Risultato: noi siamo figure precarie perché in teoria insegniamo una materia facoltativa, pur insegnandone una obbligatoria. Primo mistero gaudioso.
Dal punto di vista didattico contiamo come il due di coppe con briscola a bastoni. Il nostro voto non fa media e le alternative alle nostre lezioni sono andare a casa prima, venire a scuola dopo, appoggiarsi al bancone del bar dell'istituto e praticare fori nel tramezzo dello spogliatoio delle ragazze. Ardua scelta. Mentre, per esempio, in Germania chi non si avvale dell'insegnamento della religione fa etica, educazione civica e via discorrendo. Proprio le cose che noi non dovremmo fare per via dell'IRC, ma che in realtà facciamo per via del politically correct. Secondo mistero gaudioso e pure un po' buffo (del resto io fo' religione).
Non è inconsueto ritrovarsi in classi di trenta ragazzi perché il ministero deve risparmiare per pagare 28 sottosegretari. Tra questi (i ragazzi non i sottosegretari) dieci seguono altre religioni, dieci scappano da tutte, cinque sono disadattati e l'unico equilibrato viene pestato con una apprezzabile metodicità. Non mi vergogno a dire che non sono preparata a tutto questo. L'insegnante di religione diventa spesso un consulente psicologico, ma nessuno mi ha mai dato le risorse per seguire i giovani che sono sempre più pazzi (volevo dire problematici, ma pazzi è più acconcio). I professori delle altre materie se ne infischiano. Loro hanno un metodo educativo e disciplinare molto efficace e professionale: “fai come dico io o ti boccio”. Io posso arrivare a “fai come dico io o dico un'altra volta fai come dico io”. Durante la mia ora se non devono studiare per qualche compito in classe, svolgere attività di igiene personale o insidiare virtù varie, sfogano tutti i loro dubbi, le loro rabbie, la loro voglia di imporsi.
Insegno da 17 anni e i ragazzi sono cambiati. Meno concentrazione, più superficialità, fretta, quantità e poca qualità. Il problema è che rispecchiano qualcosa, non sono così casualmente. I genitori (spesso troppi più di 2) li affidano a noi come si affida a un addestratore un cane che non da la zampa. Salvo poi difenderli anche se sbranano un bidello. L'alcool e la droga sono paurosamente dilaganti... il sesso li annoia già a diciassette anni, tanto che le ragazze si spogliano in maniera proporzionale al disinteresse che suscitano, arrivando ad indossare francobolli (il che da un nuovo senso a certe pratiche sessuali). Paradossalmente i più dissoluti sono quelli provenienti da culture cattoliche alla faccia di chi dice che il cattolicesimo è opprimente, bigotto e restrittivo. Gli evangelici, i protestanti, i mussulmani hanno invece un pudico senso di rispetto, quasi un timore.
Insomma le famiglie fanno la loro parte, dando sempre tutto, salvo poi lamentarsi della perdita di controllo (che si argina con un cellulare da 600 euro) ed affidarsi alla scuola. La scuola punta tutto sulla frenesia, la quantità di scarsa qualità: corsi sperimentali, di ceramica spaziale, teatro no, scambi ludoculturali, tutto ammassato, tutto per far bella figura come istituto ed attirare iscrizioni e soldi. Per questo stesso motivo la dirigenza tende a difendere i ragazzi, già spalleggiati dalle associazioni genitori aumentando in loro un pericoloso e irreale senso di potere e diminuendo drasticamente la mia possibilità di gestire questo immenso puzzle di razze, lingue, religioni, ormoni, capacità e incapacità.
Non sono goldrake, sono una donna e provo a fare del mio meglio senza essere messa in condizioni di fare ciò che si pretende da me. Un ragazzo che ha problemi ha insegnanti di sostegno, corsi di recupero e programmi speciali. Per noi non c'è niente. Puoi anche impazzire, ma tutto quello che puoi ottenere è una bella denuncia, un filmino su internet e un processo mediatico sommario, giusto a metà tra il periodo dei pruriti degli adolescenti e il boom delle inchieste shock.
D'accordo mi sono sfogata un po', ma ci tengo a dire che il diavolo non è così brutto come lo si dipinge (durante il corso di pittura olistica). Il rapporto con i ragazzi, anche se non con tutti, può darti molto dal punto di vista umano. Se riesci a non farli allontanare e non farli avvicinare troppo, al punto di metterti le mani nei pantaloni, diventi una sorta di punto di riferimento. Il che significa stima e considerazione. Il che si traduce in meno persone che ruttano in classe. Ma soprattutto significa servire a qualcosa, far considerare dei valori, uscirne arricchiti e spendere molto meno in benzodiazepine.
A causa di un bislacco evolversi della situazione della didattica italiana e degli stili di vita familiari, il ruolo di insegnanti come me è stato sempre più spinto a sovrapporsi a quello di un educatore, ma di tutti i genitori disperati con cui ho parlato, che si sentivano inermi di fronte alla refrattarietà dei propri figli verso una qualsiasi forma di disciplina, se ne trovano pochi che capiscono che se due genitori che si occupano di un ragazzo non ottengono risultati, è praticamente ridicolo che una sconosciuta in un'ora a settimana abbia successo con centinaia di “figli”.
Non voglio dilungarmi in anacronistici discorsi “missionari”, anche se solo la passione, la forza interiore e il credere in qualcosa possono spingerti a resistere e a continuare a provare. Però ora che è molto di moda il “dagli al professore” pensateci bene prima di giudicare una persona da un titolo ad effetto fatto ad arte per sfruttare proprio quella mancanza di valori di cui tutti si lamentano.
Ora devo andare, io non posso non avvalermi, anche se non c'è più religione.

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mercoledì 31 gennaio 2007

Godzilla nella nebbia


A forza di addormentarsi la sera e svegliarsi la mattina, capita che tra l'una e l'altra manovra si avverta una spinta a cambiare. E non mi riferisco ad alcuna attività che preveda l'impugnare un telecomando. Parlo piuttosto di reagire a una vecchiaia che si insinua nelle nostre vite. Non quella facilmente calcolabile conoscendo l'anno di nascita, ma quella che si nutre della nostra staticità. Non conta quanti anni hai, conta da quanto tempo sei fermo. Ultimamente mi sento vecchio e mi sembra che tutto ciò che mi riguarda sia vecchio. Come la mia segretaria, che è talmente vecchia che ha un diploma di pterodattilografa. In realtà non ho una segretaria, però è vecchia.
Per non parlare del mio vecchio cane. L'hanno abbandonato talmente tante volte in autostrada che gli hanno installato un telepass. Ok, non ho nemmeno un cane, ma se ce l'avessi sarebbe vecchio. Ecco magari mi piacerebbe avere una segretaria e un cane, magari che fossero due entità distinte e magari nemmeno vecchi, almeno la segretaria. Così potrei toglierle gli occhiali, sfilarle la matita che le tiene raccolti i capelli e potrei portarla fuori. Certo, andare in giro con una ipovedente spettinata non è il massimo, ma sempre meglio di un vecchio cane, almeno non devo raccogliere le sue feci. Ma per cambiare, per smettere di essere fermi, non basta fare altre cose o installare vista (per quanto la mia segretaria ne avrebbe bisogno). Serve un progetto, un'idea chiara, anche nebbiosa, ma mai confusa. Perché la confusione, parrà sbalorditivo, confonde, invece la nebbia aguzza la vista, come la settimana enigmistica. E se sei fortunato capiti pure in un tratto sperimentale dove ci sono dei pallini bianchi per terra e dei cartelli nascosti dalla nebbia che recitano “se vedi tre pallini vai a 90 all'ora, se ne vedi due vai a 50 se ne vedi uno era meglio che stavi a casa (o forse sei la segretaria di cruman)”. Poi la nebbia si dirada e trovi una grande insegna luminosa e minacciosa: due morti su tre per conteggio pallini.
Avere un progetto è importante, perché il cambiamento, il movimento, non deve essere una fuga dalla situazione in cui siamo, ma una rincorsa verso qualcosa di definito, nei contorni quantomeno.
Non sono una persona frenetica. Sono stato immobile, paziente (casa, malato) e ho atteso il successo. Non è successo. Ho anche atteso sulla sponda del fiume di veder passare il cadavere dei miei nemici. Ma i miei nemici vivono a valle e a meno di non essermi inimicato dei salmoni, sarà dura vederli passare. Questo per dire che ho saputo apprezzare il rimanere, perché senza consapevolezza non si può divenire e nel divenire, di consapevolezza se ne perde un po'. Però il rimanere è malmostoso. Ti porta a dire “ok rimango un altro po'” e quando ti accorgi che sei rimasto troppo hai solo due alternative: strapparti di dosso quella vegetazione che ha preso possesso di te (donandoti peraltro un aspetto rustico niente male) o essere talmente forte da muoverti portandoti dietro tutto ciò che riesce a rimanere attaccato. In realtà esiste una terza ipotesi: rimanere un altro po'.
Ci sono dei segni ben precisi, per accorgersi dell'incanutimento dell'animo. E l'animo canuto non somiglia per niente a George Clooney. Per esempio quando le parole che hai intorno ricordano le risate finte nei telefilm americani. Quelle cose che ti aspetti, che sono familiari, ma se ti fermi a pensarci capisci che era meglio non pensarci. O quando si identifica la sofferenza con il mancato realizzarsi dei propri desideri. Quando ti sembra che nella tua prossimità hai fatto tutto ciò che le tue risorse ti consentivano di fare e non sei ancora abbastanza stanco.
Allo scopo di intenderci meglio, chiarisco che qui non si tratta di cambiare se stessi o migliorare quelle cose di noi che non piacciono a Crepet. Per quello ci sono migliaia di riviste e libri che vi spiegano come diventare personcine a modo in 10 esercizi. Io ci ho provato, ho attaccato dei postit al frigorifero con scritto “sono una bella persona”, ma non ha funzionato. In compenso il mio frigorifero ha l'aria più tronfia del solito. Questi esercizi poi comprendono sempre una serie di gesti benevoli indirizzati agli altri, tipo sorridere a uno sconosciuto. All'inizio funge, poi sorridi a uno che ti guarda e dice “hai un cavolfiore tra i denti” e finisci sotto xanax. Il concetto stesso di benessere legato al rapporto con gli altri è una trappola mortale, perché gli altri sono una brutta bestia e il meccanismo dovrebbe essere invertito, cioè evolvere se stessi fino a rendere il rapporto con gli altri una realtà accettabile, ma anche non necessaria. In fondo per poche persone lo stare bene con gli altri non è perfettamente sovrapponibile con l'essere semplicemente abituati a loro.
Premesso questo, il muoversi di cui parlo potrebbe anche portarci verso lidi invisi al popolo bue. Tipo l'isolamento o la politica. L'importante è avere un confronto sano con la propria evoluzione, il che significa capire i tempi e le opportunità. Il tutto, possibilmente, prima di sterminare la famiglia o finire nel tunnel del bingo. Perché, come si diceva in qualche commento, non puoi salvare il mondo, ma puoi salvare te stesso e se sei bravo bravo, anche un paio di persone intorno a te.
Intanto ho comprato una tintura per l'animo e vado a dormire più tranquillo, con i miei mostri sotto il letto. Tanto non ci si può nascondere godzilla, ho un futon, male che vada ci sarà l'uomo sottiletta.

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lunedì 20 novembre 2006

Niente sesso, siamo in classe


Che il sesso polarizzi attenzione e veicoli le masse, gli esperti di marketing più avvertiti lo hanno imparato bene, ma la vera rivoluzione ipnotica è lo spaccio di morbosità. La morbosità come fenomeno comunicativo consiste nel fornire, con finta marginalità, risposte a domande che la gente si vergogna di fare e a volte persino di pensare.
In questa mezza stagione in via di estinzione, sono i pruriti adolescenziali a tenere banco (e anche un po’ cattedra), relegando calciatori e attempate pin up a una penombra ingloriosa, ma degna dei contenuti espressi. Questi ultimi, per quanto belli e famosi, nulla più possono concedere alla viscerale e mai satolla tenia della morbosità, avendo ottenuto ribalte per la loro prole ricca ma scevra da meriti e financo per le loro placente da collezione.
Opulente di dettagli scabrosi è invece la vicenda della professoressa scopacchiona (meritevole di aver gettato una luce neorealista sul cinema trash anni ’70), colta – in quanto insegnante un po’ hippy quindi figlia dei fiori – insieme a giovanissimi studenti a prendersi reciproco diletto. Di letto.
I giornali ne hanno parlato profusamente, almeno finchè hanno avuto particolari goderecci da snocciolare. Trasfigurando le informazioni in preoccupante risvolto socio culturale, si è fatto incidentalmente cenno alla posizione esatta coreografata dalla signorina, alla reale area anatomica esposta alle intemperie e all’onanismo diffuso di chi contemplava non essendo stato bocciato un numero sufficiente di volte per partecipare in forma attiva all’orgia istruttiva. Queste fondamentali informazioni, succulenta esca, hanno attratto una perniciosa attenzione, anch’essa mascherata da profondo dissenso e impegno civile, che ha spinto i media ad aggiornare costantemente la sceneggiatura del convivio dionisiaco. L’allarmante degrado dei valori è stato così corredato da una professoressa prima nuda e supina, poi in ginocchio non per preghiera, ma per peccato di gola, poi vestita, ma con un seno a fare capoccetta e allegra compagnia cantando.
I risultati di questa fiera denuncia sociale sono grossomodo questi: un manipolo di mamme preoccupate e imbufalite, un nutrito gruppo di papà insolentiti che ripensano con invidia e rammarico alla grinzosa insegnante della loro giovinezza, un bulletto sopraffatto dall’ego che dopo cinque anni di scuole medie (ci si trovava bene, particolarmente con il corpo insegnanti) è diventato eroe della nazione adolescente e una professoressa un po’ porcella senza lavoro, ma con milioni di piccoli fan. Il tutto prevedibile come la pioggia nel week end.
A Livorno, una decina di ragazzini tra i 15 e i 18, si divertiva a sperimentare il gusto proibito della trasgressione e del sentirsi grandi prima che sia troppo tardi (cioè prima di essere davvero grandi e non divertirsi più) realizzando anche piccoli filmati con i vituperati telefonini con cui qualcuno, a volte, telefona pure. Un’accorta mamma li ha scoperti e ha allertato le forze dell’ordine che, dopo accurate indagini, hanno denunciato tre giovanotti per detenzione di materiale pornografico.
Possono fare sesso, ma non possono guardarsi mentre lo fanno. Ne trarrebbero un cattivo insegnamento o, peggio ancora, potrebbero rimanere traumatizzati. Ovviamente l’accento è stato posto su questi fantomatici filmini e lo sdegno seguente ha preceduto un incremento vertiginoso delle ricerche su google con la chiave “livorno filmini sesso studenti”.
Forse un po’ di vero sdegno servirebbe. Io alle volte mi accontenterei di un cenno di onestà intellettuale. Del tipo di Cronaca Vera che almeno ti promette, senza pudori, dettagli scabrosi per qualche euro e un minuto di vergogna dall’edicolante. I giornali seri invece si occupano di aspetti culturali, di educazione, ma titolano con frasi afrodisiache e imbottiscono gli articoli di dettagli da bar, perché sanno che questo attira le persone serie, perplesse dal tramonto dei valori.
L’educazione è prima di tutto una questione familiare, poi della società che purtroppo è lo specchio dei tempi. Negli ultimi anni va di gran moda demonizzare l’uso smodato di tecnologia evoluta (così definita in rapporto a chi la utilizza), ma quando ero ragazzino io (nel secolo scorso) le cose non erano diverse. C’erano i prepotenti, c’erano quelli che proprio non potevano avere 15 anni, magari erano loro a non volerlo, ma certo è che la barba e una costante tendenza ad accoppiarsi, non facilitavano la transizione puberale. E non è che trattenessero la loro naturale ferocia perché non avevano un cellulare con la videocamera per immortalarla. Magari la televisione non era così invadente, eppure Pasolini (tanto osannato dagli intellettuali) non raccontava certo realtà giovanili incorniciate da fate turchine e buoni sentimenti.
Io non sono un buon target di mercato. A me non interessa conoscere ciò che dovrebbe essere privato e mi cruccio, sinceramente, di non capire che cosa spinga le persone ad accapigliarsi per la morbosità più gretta. A fingere interesse di alto profilo per godere in proprio gli orgasmi degli altri. Penso sempre che queste persone siano le stesse che si allungano dietro a un inviato della tv e fanno ciao con la manina cercando invano di contrastare un’espressione ebete. Le stesse che pagano per guardare un castello pieno di attori che si sposano e che assistono altri mentre lo fanno. Un castello che, visto da fuori, è identico a uno vuoto o pieno di maestranza delle pulizie.
Oggi ho sentito l’ultima – spero – puntata del matrimonio di un uomo basso, ma molto ricco, americano, con una donna alta, ma molto bella, sempre americana. A qualcuno deve aver fatto piacere sapere che il rito si è svolto secondo i dettami di Scientology e che lui, per tradizione, ha donato a lei un gatto, una pentola e un pettine, in cambio della promessa di felicità. Mica scemi questi di Scientology, ottimo affare direi. Certo che se io fossi il gatto, mi farei qualche scrupolo ad essere regalato insieme ad una pentola. Meno male che non si sono sposati a Vicenza.

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venerdì 20 ottobre 2006

BestemmieRai


“Che cosa ha detto Ceccherini?”
“Prima o dopo il maremma cane maiala?”
“Prima prima, subito dopo quell’accenno alla su mamma, manda indietro, fammi risentire”
“Mmmm, mi pare dica quella chianina della tu mamma, è morto zio, maremma cane maiala”
“E’ morto zio? Ma no è impossibile, secondo me ha detto torto mio”
“Sì e secondo te, mentre sta coprendo di improperi uno, dice che sta sbagliando lui?”
“Mah sai, la fame, la stanchezza….poi è di Ceccherini che stiamo parlando”
“Non lo so, prova a pulire la traccia audio con quell’accrocchio che abbiamo comprato alla telecom”
“Ecco mi sembrava, ha proprio scomodato l’Onnipotente!”
“Chi? Baudo?”
“Sì e ti chiedi perché dopo 20 anni in rai fai ancora il moviolista all’isola dei famosi”

Questo è, approssimativamente, ciò che deve essere successo in sala regia, nei frenetici minuti successivi alla bestemmia che Ceccherini (noto amico di Pieraccioni) ha infilato in un mazzo di insulti con tale nochalance, che non se ne deve essere accorto nemmeno il destinatario ultimo del blasfemo accostamento faunistico divino (in altre faccende affaccendato). Ma al moviolone non sfugge nulla e anche se sfugge, arriva una telefonata di Moggi e non sfugge più.
Il regolamento parla chiaro, il buon toscanaccio viene esiliato e, epigono capovolto di Napoleone, abbandona l’isola per fare ritorno in patria. Ceccherini con due parole (otto lettere in tutto) ha violato la legge italiana, un importante articolo del codice di procedura divina (e sono solo 10), ma soprattutto il rigoroso regolamento del programma televisivo.
Dopo aver seguito codesto reality grazie all’estrema sintesi di contenuti operata da blob, sono riuscito a riprodurre per intero questo fantomatico regolamento, basandomi su attente considerazioni sugli eventi isolani. Preparatevi perché ve lo riporto TUTTO:
Vale tutto tranne bestemmiare.
Nonostante mi senta anche io urtato dall’inutile volgarità insita in una bestemmia, mi sono chiesto il perché di una così bizzarra legislazione. La configurazione di reato mi sembra fuori discussione, se consideriamo il fatto che anche il furto, le ingiurie, le minacce e le percosse, sono protocolli di interazione sociale potenzialmente destinati ad un’aula di tribunale e che sono un po’ la pinna dorsale dell’isola degli spero di diventare famoso.
Si può ipotizzare invero, che gli autori volessero tutelare la decenza e la moralità che una televisione pubblica deve garantire….questa era troppo grossa vero?
C’è senza dubbio una questione di rispetto della sensibilità di milioni di persone (credenti o mis) che si sentono giustamente offese da cotanto turpiloquio. Ai potentissimi capisettore Rai è però sfuggito che ci sono altrettante persone già disperate per l’uso indecente della televisione di stato e dei soldi degli italiani. A nessuno interessa di tutti quelli offesi dalle lettere minatorie inviate dalla Rai per obbligarti a versare euri (merce ormai introvabile) per finanziare gente che passa il tempo a insultarsi, litigare, divorziare, piangere, togliersi le emorroidi e picchiarsi in diretta, mentre un conduttore finge di opporsi a questi mezzucci alla Mediaset, salvo poi fomentare nei momenti di eccessiva calma.
Non mi interessa se bisogna stare dietro agli ascolti che fa canale 5 con politici zuffaroli o che fa la7 con una deputata (ex deputato) che parla di vibratori dell’ikea da montare. Sono emittenti private e finchè rispettano le leggi, trasmettano pure quello che vogliono. La Rai è un servizio pubblico, finanziato dallo stato e la vera vergogna è che ormai una saracca (dicesi saracca affermazione intorno a entità superiori, tipo dio qua dio là) scivolata a mezza bocca, non è che una sporta di spazzatura in una discarica a cielo aperto. E non mi si venga a parlare di audience, un servizio pubblico deve avere come unico scopo quello di servire, non di avere successo in competizioni mediatiche. Inoltre, vantarsi di avere milioni di persone che assistono a spettacoli raccapriccianti, non mi sembra un gran successo. Per due semplici motivi: motivo numero A, la metà di quegli spettatori segue il programma nella morbosa curiosità di scoprire dove possa arrivare l’inutilità eretta a sistema (tecnica che Buona Domenica ha scoperto molti anni fa). Motivo numero B, seguendo la logica che spinge a mandare in onda una cosa per il semplice motivo che una buona percentuale di esseri metà divano e metà telecomando, la guarderà soddisfatto, si giunge senza ostacolo alcuno al perché no, sul trasmettere film porno o programmi di gossip 24 ore su 24.
Lasciate pure che questa gente si abboni a qualche satellite dotato di tette paraboliche e morti ammazzati, se invece si vuole continuare a perseguire la strada della morbosità per avere sempre più spettatori inebetiti e soldi, allora trovo questa finta moralità e rispetto della sensibilità delle persone, tremendamente ipocrita e sono costretto, ahimè, a dire 10, 100, 1000 Ceccherini, perché questo è quello che volevano, che hanno cercato e per cui hanno gettato le basi.
Voglio vedere più spazio per Report, voglio sentire Luciano Onder parlare della sua prostata infiammata, voglio dormire cullato da Tribuna Politica. Voglio svegliarmi di notte con l’ansia ed essere rassicurato da Protestantesimo e voglio far parte del Dipartimento Scuola Educazione. Quando sono triste, voglio ascoltare Fiorello, voglio vedere i programmi comici di Luca Giurato.
Se le emittenti private fanno solo spazzatura, combatterle con spazzatura ancora più fetida, ha il solo risultato di imbarazzare persone e stomaci e insolentire i contribuenti.

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martedì 4 luglio 2006

La scuola dell'orrido


Mio nipote è un disadattato sociale. Questo almeno risulta dall’attenta valutazione di insegnanti di scuola media inferiore che avrebbero inorgoglito la Montessori, estasiato Rosseau, ma che per motivi di prossimità si limitano a sfrangere gli ammennicoli di poveri genitori già ingolgotiti dal cercare di educare bambini in una società in cui il modello di riferimento è lara croft e già distratti dal tentativo di non farsi ammazzare a sprangate dal frutto del loro ventre per degli euri sonanti.
Certo, devo ammettere, che, avendo un residuo organico del mio dna, fornitogli di sponda da mia sorella, nessuno spera che mio nipote diventi PR della baia imperiale. Non ci sono dubbi. Però il ragazzo è capacino. La pagella sbrillucica di voti talmente alti che sembra di vedere i giudici di gara alla fine dell’esibizione della Comaneci. Però la scuola deve educare. Questa frase che di per sé non ha alcun significato, si traduce nel mettere in fondo alle valutazioni di merito, una frasetta assemblata con poca fantasia e ancor meno voglia, che indichi quali carenze evolutive mostra il pargolo, senza ovviamente perdere tempo nell’indicare motivi e possibili soluzioni.
Mi immagino la professoressa sfortunata di turno che, vittima di un micidiale sorteggione in sala mensa, è costretta ad elaborare le frasette illuminanti.
All’inizio, l’esperta insegnante dall’aspetto gentile e dai modi no (ignara che le palline del sorteggione in sala mensa erano state preventivamente scaldate), si pone di fronte ai registri col cipiglio giusto. Ad Anselmi ci pensa bene, valuta i risvolti psicologici, la situazione familiare e compone un elaborato pertinente, conciso, completo…manco fosse una professoressa! A Bruzzi già le fumano le palle. I suoi colleghi sono già a casa e il suo parrucchiere non aspetta certo lei. Così comincia a vomitare frasi fatte come un distributore automatico. “si applica ma non ottiene risultati”. Che è? Un cerotto per smettere di fumare? Oppure “il ragazzo è piuttosto vivace” o “studia, ma senza costrutto”. Che ne sai tu con chi studia mio figlio??
A Caputi, la solerte docente straparla. Nella sua testa si susseguono pensieri di vaga chiarezza…”nell’amatriciana i pinoli non ci vanno….quest’estate voglio una vacanza esotica, appena esco di qui prenoto due settimane a Vetralla, quanto costa costa”. Così, nelle righe destinate ai suggerimenti per la famiglia, si vedono cose che voi umani eccetera eccetera.
Nello specifico, la sentenza per mio nipote recita “il bambino, PERO’ (immaginate l’eco), non ha ancora maturato un comportamento consono alla vita sociale”. Tiè beccati questo, la prossima volta prendi meno 8 e spacca qualche banco in testa al compagno. Ora, dovete sapere (no, non dovete ma ve lo dico lo stesso) che questo benedetto figliuolo ha davvero capacità che, a 11 anni, gli permetto di superare ampiamente l’estensione mentale di un Giurato o di una Marini a caso. Il problema (almeno così pare essere) è che vive in un mondo tutto suo, secondo la professoressa. La depositaria dell’istruzione dei nostri cuccioli, però (eco), non si è spinta troppo in là e l’appuntamento col parrucchiere le ha impedito di valutare il fatto che il giovanotto non vive in un suo mondo, semplicemente non vive in quello dei suoi coetanei. Questo spiacevolissimo inconveniente genetico, preclude al mio nipotino la possibilità di pestare ragazzini più piccoli, bestemmiare come un turcomanno, scimmiottare gli atteggiamenti più idioti degli adulti, dare fuoco a cavallette vive o branchizzarsi dietro qualche bullo figlio di bullone. Alcuni di questi atteggiamenti, secondo noti criminologi, accomunano l’infanzia di serial killer di successo, ma alla veteromaestra questo è sfuggito. E’ sfuggito probabilmente perché traslando queste consuetudini sociali, specchio di una maturità adattativa, si ritrova esattamente la realtà sociale in cui lei e i suoi colleghi si accapigliano per un sabato libero, sfogano astinenze sessuali su chi è in condizioni di subordinazione e danno fuoco a cavallette vive (certe abitudini sono dure a morire).
Io ho conosciuto molte persone dotate. Persone che hanno qualcosa in più, un guizzo, una scheggia di genialità. Tutte queste persone hanno una sola cosa in comune: da bambini si sono sentiti isolati, emarginati e soli. Questi bambini non vivevano in un loro mondo, perché un loro mondo non lo trovavano intorno a loro. Erano solo spaesati e più li guardavano come alieni, più si sentivano spaesati. Sento sempre dire che le cose devono cambiare, che bisogna fondare una nuova cultura sociale, ma se poi qualcuno non è standard, viene bollato come disadattato e considerato peggio dei violenti.
Non voglio fare un’analisi delle funzioni educative delle strutture scolastiche e dei metodi utilizzati, ma dobbiamo tutti sperare che quel disadattato di mio nipote non trovi la strada della socialità prevista dalla sua insegnante. Perché se un giorno gli taglierete per sbaglio la strada in macchina, vi basterà fare un cenno di scuse. Ma se alla guida di quell’auto ci troverete il suo compagno definito “simpaticamente vivace” dall’arguta professoressa in pensione, potete star certi di venire colpiti con vivaci criccate fino allo svenimento.

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venerdì 3 marzo 2006

Primo piano: articoli bizzarri.


Ho deciso, voto lega! Io non ce l’ho con i meridionali, ce l’ho con quelli che abitano nell’appartamento sotto il mio. Sì, d’accordo, sono calabresi, ma non è questo il punto. Fossero stati altoatesini avrei votato lista sacra corona unita o pensionati scissionisti. Credo si sia intuito ma lo dichiaro pubblicamente, tutto il mio impegno sociale e politico in questo momento è orientato alla debellazione dei miei vicini di casa. Verrò tacciato di qualunquismo di superficialità, ma aspettate a giudicarmi, prima dovete conoscere la famiglia che venne mandata da dio agli egizi subito dopo le cavallette ma immediatamente prima della moria delle vacche. L’allegro nucleo familiare, è composto da marito e moglie (difficilmente distinguibili) e da due marmocchi (anche se è possibile che uno sia solo un animale domestico) per i quali è stata elaborata una variante del metodo montessori adeguandola alle più famose prese del sumo. Per qualche insondabile motivo la piccola tribù è fornita di un numero spropositato di automobili, tutte con targhe dell’estremo nord (Aosta, Bolzano, Reykjavík) e tutte dello stesso colore. Il loro sistema di parcheggio all’interno dell’area condominiale si ispira smaccatamente a quello dei vasi comunicanti: una volta riempiti i loro spazi, si riempiono quelli degli altri. In caso di pioggia l’automobile viene incastrata nell’androne del palazzo in modo da non rovinare l’acconciatura, fatta con le mollette dei panni, della signora…..o del marito, non ne sono sicuro. Ad ogni modo, l'arrivo di una qualsiasi di queste automobili è puntualmente accompagnato da una elegante strombazzata. Gesto che deve avere qualcosa a che fare con l'abitudine di richiudere le porte di casa in modo che i sismografi del centro studi biofisici di Palo Alto possano averne traccia.
Entrambi gli esemplari adulti del nucleo familiare fumano come bonzi per entrare a corte dell’imperatore, della dinastia dei Ming. In segno di rispetto per il focolare domestico, sono avvezzi a svolgere la loro attività tabagistica passeggiando in balcone. In proposito ho maturato il sospetto che il fumare sia solo una copertura per stare in balcone lontani dal resto della tribù e impicciarsi bellamente dei movimenti dei vicini di casa. Il rituale della carcinogenesi culmina nel gesto macho del lancio del mozzicone (abilmente caricato tra medio e pollice) nel cortile antistante i box. Tempo due mesi e per raggiungere la propria auto è risultato necessario adoperare un piccolo bobcat con pala meccanica. Va però riconosciuto il merito di aver creato un’uscita secondaria dagli appartamenti: dal balcone, attraverso la montagnola di cicche di sigarette che, secondo un calcolo verosimile, dovrebbe biodegradarsi a cavallo tra la prossima glaciazione e l’estinzione del genere umano (cosa che sicuramente garantirà la loro sopravvivenza). Dopo lunghi giorni di osservazione posso affermare con un certo grado di sicurezza, che lo spostare mobili e gettare sul pavimento oggetti, sia il loro canale comunicativo preferito (credo anche il rincorrersi sui soffitti, ma in merito sto ancora raccogliendo dati). Questo a causa di una difficoltà verbale probabilmente congenita: l’impossibilità di esprimersi a meno di 175 decibel. Penso si tratti di difetto congenito perché anche i cuccioli (uno dei quali ormai posso dimostrare essere posseduto, pubblicherò in seguito documentazione filmata della sua testa che rotea a 360 gradi) presentano la stessa tara biologica. Le conseguenze sono catastrofiche: per qualsiasi tipo di conversazione (anche la scelta tra soppressata e coscia di bisonte della sila), uno degli interlocutori è costretto, per evitare che il riverbero sulle pareti mandi in frantumi il plasma 50 pollici, a spalancare la porta di casa e piazzarsi nel centro del pianerottolo (dove la tromba delle scale amplifica meglio di un sintetizzatore della Bose) per comunicare con l’altro all’interno dell’appartamento. Questa procedura ha gia causato diversi danni, tra cui l’infrazione del doppio vetro di una mia finestra e il franamento di parte delle fondamenta verso la falda acquifera. Dopo accurati studi, le spiegazioni più accreditate rimangono queste:
  • Ipotesi professionale. Si tratta di una famiglia di cantanti lirici rumeni clandestini che tengono allenate le ugole fingendo discussioni in calabrese.
  • Ipotesi religiosa. Nella loro religione il silenzio è portatore di sventure. Come per i bambini di tutto il mondo è pauroso dormire al buio per loro è spaventoso il silenzio.
  • Ipotesi darwiniana. Il loro tono di voce si è alzato nei secoli come il collo delle giraffe. Questo a causa del loro idioma che è una lingua morta (qualcuno deve averla ammazzata) e quindi incomprensibile. Probabilmente hanno cominciato a gridare pensando che il non essere compresi derivasse da problemi di udito. Probabilmente, per lo stesso motivo (ma all’inverso), tengono il volume della televisione paragonabile ad un'eruzione esplosiva. In questo modo riescono anche a far sapere ai loro parenti in calabria che programma stanno seguendo (creando così una sorta di auditel casereccio).

Sia chiaro io non ce l’ho con loro, come non ce l’ho con le zanzare e le formiche assassine, penso però che vadano costruiti degli edifici appositi. Come gli antisismici in Giappone, qualcosa che resista a un impatto di tale portata. Abbiamo le conoscenze tecniche per realizzarli ed è giusto che chi vuole utilizzare delle scale condominiali come ring, portascarpe o stenditoio, possa vivere in un mondo che glielo consenta. Io intanto, per non saper né leggere né scrivere, voto lega, ma sappiate che non si tratta di voto politico, ma condominiale.

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martedì 28 febbraio 2006

Genitori in blue jeans


Avete ancora incubi sui tempi della scuola? Che cosa vi terrorizza? Che cosa vi fa svegliare in piena notte sudati come lontre? La prof di mate? Il compito in classe di greco? Arrivare tardi a un esame? Vi capisco, ma il mio mostro onirico-studentesco è un altro: il comitato genitori!!! Il comitato genitori solitamete è formato da un gruppo di madri e padri conviti di essere le uniche unità carbonio esistenti a proliferare, ma soprattutto le uniche a sapere come si educa un cucciolo. Sono creature ultraterrene, probabilmente alieni. Provate a pensarci. Qual è stato il vostro primo pensiero lasciando la scuola? Assoldare dei mercenari veterani del vietnam per cancellarla con il napalm. Loro invece che fanno? Si sposano, fanno figli (gia solo per questo qualcosa di anomalo ci dev’essere) e tornano a scuola!!! Questi esseri, metà assistente sociale metà bidello, passano il loro tempo libero lontani dai loro figli (per loro fortuna) lamentandosi delle mancanze educative delle strutture scolastiche e cercando di incolpare gli insegnanti, che gia sono dei manuali di patologie psicotiche con le gambe, del fatto che i loro figli si droghino, lancino sassi dal cavalcavia e guardino il grande fratello. Converrete con me che la scuola superiore dal punto di vista culturale non ha alcun tipo di utilità. L’unico servizio vero che offre a un branco di megalomani acne-afflitti, è quello di costringerli ad organizzarsi da soli, affrontare i problemi e le assurdità che quegli enormi manicomi presentano ogni giorno. E il tutto senza mammina. Questo benefico effetto è completamente annullato dai famigerati comitiati genitori. Tutta questa premessa per dire che sin da giovane ho maturato un naturale sospetto verso qualsiasi agglomerato di genitori verbo-muniti. Il loro potere è talmente oscuro che mi trovo qui a scrivere queste righe in difesa di… Amici di Maria de Filippi. Non me ne vogliate, la scelta è stata difficile.
Questa la volta è la povera Maria (né vergine né madre) ad avere posta: in sostanza il moige (movimento italiano genitori, in pratica la madre dei genitori…cioè la nonna) ha accusato il programma di essere diseducativo perché “è chiaramente destinato a bambini e adolescenti ed è uno dei più diseducativi e dannosi. Questo perché, volendo passare per leale competizione, è in realtà un esempio di disvalori, scuola di sotterfugio, aggressività e volgarità". Scusate, non vorrei sembrare il solito disfattista, ma questa non è la precisa descrizione della vita?? In pratica è dannoso perchè mette in mostra ciò che poi la vita ti riserverà (nel migliore dei casi). Certo a volte si superano i limiti. Da Maria de Filippi puoi trovare platinette che ti da della “brutta stronza”. Cosa che ti sentirai dire sicuramente anche nella vita, ma almeno non sarà platinette a dirtelo. Forse il moige crede o vuol far credere che il mondo sia una sorta di shangri-la popolato da coniglietti rosa e barbapapà. Sarà anche giusto cercare di cambiarlo, il mondo, ma se non si impara ad affrontarlo si prenderanno sempre dei platinette sul muso. Siamo onesti, la televisione nasconde perle non sufficientemente apprezzate. Guardate Luca Giurato: l’altra mattina ha presentato il presidente dell’associazione italiana ciechi e nell’introdurlo gli ha porto la mano. Peccato che se anche avesse avuto la vista per accorgersene avrebbe comunque avuto difficoltà nel ricambiare il gesto, avendo perso la mano destra nella stessa esplosione che lo ha reso cieco. Come si fa a non ringraziare il dio catodico (o plasmatico) per un genio di tale portata?
L’educazione è un’arte complicatissima, uno scambio tra esseri diversi e unici. Un comitato genitori ha senso come un comitato figli.
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