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venerdì 6 febbraio 2009

Se Eluana Englaro potesse parlare direbbe...


Ma fatevi un po' i cazzi vostri!!!
Conoscendo il padre e confidando sulle leggi dell'ereditarietà di Mendel e il suo pisello (in senso ortofrutticolo), Eluana Englaro non si esprimerebbe in questo modo facinoroso, ma dopo 17 anni di tormenti anche Giobbe comincerebbe a mandare a ranare qualcuno. Infatti si vendicò sui romani chiamando le figlie Colomba, Cassia e Grande Raccordo Anulare.
Non ho intenzione di scrivere l'ennesimo trattato sull'eutanasia e sul libero arbitrio. Prima di tutto perché l'ho già fatto qui e qui e in secondo luogo perché ho smarrito il mio blocco degli appunti e ho appunto un blocco creativo. Anzi vorrei fare un appello...Alberti, Begani, Carotti, ok tutti presenti. Se qualcuno lo rinvenisse (il mio blocco tende a svenire), o avesse informazioni utili al suo ritrovamento, sarà ricompensato lautamente, dove lautamente è sinonimo di grazie grazie. È bianco e in copertina c'è un limone con gli occhiali da sole tondi e la scritta “John Lemmon”. Dovevo scegliere tra una moleskine e il limone, ho scelto il limone, mi è parso più intellettualmente distintivo.

Il fatto che di tutto questo non vi interessi uno spicchio, mi fa tornare sull'argomento. Che Berlusconi si inventi un decretino per annullare la sentenza di un tribunale è ormai uso e costume e visto che siamo in periodo carnascialesco, più costume che uso. Ciò non toglie che sia uso scostumato. Ma il fatto che l'Italia tutta debba dire qualcosa sulla vita privata di una sfortunata ragazza non mi torna. Sì, si tratta di vita privata, anche se decide di essere privata della vita. La vita vegetale che comunque qualcuno ha deciso per lei di preservare, a quanto ne sappiamo, contro la sua volontà.
Come detto, non entro in ambiti filosofici o giuridici, ma solo morbosi. Ho sentito dire che la vita di un innocente va difesa ad ogni costo, con ogni mezzo. Ne deduco che i 33mila bambini che ogni giorno muoiono di fame siano dei piccoli teppistelli monellacci, perché io non ne sento mai parlare, non dico fare qualcosa...parlare. Eppure è uno sport in cui noi italiani siamo campioni dell'universo (parlare, non fare qualcosa). Come? Sono lontani? Allora diciamo le vittime di mafia, terrorismo e riunioni condominiali? Gli imprenditori che hanno denunciato il racket e in cambio hanno avuto un lautamente (grazie grazie) e poi un arrangiati? Migliaia di famiglie di lavoratori licenziati che fanno la fame? Credo che alla gente più che i licenziati interessino i licenziosi. Prova ne è la tiratura di novelle tremila e eva quattromila e pure un po' puttana. E gli spettatori di fratelli grandi, isole molto conosciute, fattorie degli animali e roditori ipovedenti. Quanti di voi frequentano facebook? Dai su confessate. Molinari è inutile che piangi, chi è causa del suo mal pianga più spesso. Come? Non stai piangendo? Ah stai cantando una canzone di Giusy Ferreri, scusa. Be' su facebook c'è un gruppo che si chiama “se ti associ tra un po' ti faccio sapere tutto di tutti”. Nonostante sia chiaro come il marechiaro che si tratti di una bufala sbalorditiva (è firmato Ufficio ti faccio sapere tutto di tutti), in pochi giorni ha raggiunto la quota di un milione di iscritti, al grido di partecipa anche tu numeroso. Non voglio fare il moralista del fine settimana dicendo che il gruppo contro la mafia ha registrato 20mila associati in 3 mesi, perché facebook è giustamente solo un immenso bar all'angolo dove fanno degli aperitivi un po' stantii. Però a me viene sempre in mente una parola che riempie le bocche degli italiani molto più di un'amalgama per otturazioni: PRIVACY! Mi si spettinano i neuroni ogni volta che la sento e finché sono due possono rifarsi l'acconciatura a vicenda, ma tra un po'...
Tutti rivendicano il diritto a non avere impicci ed impiccioni. Dal terrorista a quello che ha fatto la cosa più interessante nella vita quando ha comprato un depilanarici. E nonostante questo il mercato del “mi faccio gli affari tuoi” è più fiorente di industrie efficientissime come la 'ndrangheta. Quello che poi arriva ad incanutire le mie sinapsi è sentire le ragioni di tali rivendicazioni. Tutti si inerpicano su costituzioni, si aggrappano ai capelli di filosofi, fanno capriole legislative...ci fosse uno che dice “io vorrei continuare a mentire e ingannare senza troppi casini”. Prendete il cellulare...no non adesso, non sta suonando. Il nuovo sistema per la localizzazione delle persone conosciute fa gridare allo scandalo, alla violazione della sacralità dell'individuo e del suo osso. Giusto. Che cos'è che spaventa però? Non il fatto di essere localizzati a propria insaputa, perché funziona solo previa autorizzazione di chi si vuole rintracciare. Spaventa il fatto che questo sistema esista e si deve per forza confrontare rapporti umani basati su chiacchiere con la possibilità di mostrarli per ciò che sono:

“cara facciamo la cosa della localizzazione così vedo sempre dove sei? Bello vero? Dai è divertente”
“ehmm mmm uhmm ah ecco, allora non ti fidi di me, mi ritengo offesa, ti ho dato gli anni migliori della mia vita e qui e là”
“noooo ehmm maaa nooo si be' ah ecco, sei una troia e se questi erano gli anni migliori bisogna che rivedi le tue aspettative di successo, buurp (nelle rappresentazioni stereotipate l'uomo rutta sempre)”

Riportando questo lieve alterco a contesti professionali, governativi, finanziari, potete immaginare perché siano tutti sostenitori della privacy.
Quindi anche a voi verrà da chiedervi dove si nascondano quei milioni di individui che si impicciano sempre delle altrui questioni, visto che se parli con la gente, è tutta privacy alè alè. Misteri tipicamente italiani. Come non si è mai capito chi votasse DC o come mai capirò chi stramaledizione guidi in mezzo all'autostrada. Perché io quando ne parlo mi sento rispondere da tutti “è vero anche io li odio andrebbero tutti inceneriti e poi multati”. Oh giuro non ho mai sentito uno rispondermi cose tipo “eh? Corsia di destra? Ma che è?”. Poi prendo l'A1 e c'è un serpentone di macchine ammassato in mezzo alla strada che se ti metti sulla destra puoi anche sintonizzarti su Alessandra Delle Monache dell'Aci e dormire fino a Melegnano, tanto è tutta dritta e stai certo che non incontri nessuno. Come diamine si spiega?

Tornando a Englaro mi viene in mente che qualcuno ha degli interessi. La Chiesa ha i suoi, insieme ai propri sottoposti: i prelati, i fedeli, il governo italiano. Qualcuno avrà anche interessi di tipo puramente filosofico o legislativo, ma che la morbosità non si fermi davanti a niente, nemmeno alla sofferenza fa schifo un bel po'. Come fa schifo un bel po' il decreto legge proposto dal governo, perché è un gesto antidemocratico, impietoso e, cosa peggiore, è un gesto che nasconde interessi politici mascherati da valori umani. Un decreto scritto ad personam: la prima parte “L'alimentazione e l'idratazione, in quanto forme di sostegno vitale e fisiologicamente finalizzate ad alleviare le sofferenze, non possono in alcun caso essere rifiutate dai soggetti interessati” è per Pannella, la seconda “o sospese da chi assiste soggetti non in grado di provvedere a se stessi” per Englaro.

Il paese è alla fame e il problema lo affronta gente che l'unica fame che ha mai conosciuto è quella di potere. La gente soffre e per loro decidono persone per cui la gente s'offre.
Allora per cortesia, visto che non ne esce una col buco nemmeno per sbaglio, almeno fatevi un po' i cazzi vostri, vi assicuro che confronto ad ora, sarà un successo.


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martedì 27 gennaio 2009

Accattateve 'o terrorista


Mettetevi un terrorista in casa e il vostro salotto diventerà un protagonista di questo secolo. È argomento di conversazione. Stiamo parlando di pezzi pregiatissimi: terroristi originali di Guantanamo torturati a mano, con certificazione della CIA, soddisfatti o bombardati. Alle prime cinquanta telefonate, ve lo spediamo gratuitamente in conto visione e se non vi piace ve lo cambiamo con quello che preferite. Un dittatore esule del chilosachistan o una carretta del mare full optional.
C'è crisi, parliamoci chiaro, un terrorista costa in manutenzione anche se si può riutilizzare, chessò, con comparsate a San Remo o al Grande Fratello. Del resto bisogna aiutare il buon Obama che dice sì noi possiamo ma ora che ci abbiamo giocato un po' e si sono rotti, teneteveli voi. La risposta dell'occidente è stata un po' freddina, così dicono. Lo dicono soprattutto gli intellettuali, quelli che accusano di gretta discriminazione da un attico a Park Avenue. Però hanno ragione ad essere delusi, memori di una storia e una cultura di grande ospitalità. La Francia con i terroristi rossi, la Spagna e l'Argentina con quelli neri e nerissimi, gli stessi Stati Uniti si sono tolti lo sfizio di elargire protezione in cambio di servigi da parte di ex nazisti a cui hanno dovuto falsificare l'autocertificazione compilata sull'aereo per entrare negli States. Loro avevano barrato SI a tutte le domande sull'attività genocida durante la seconda guerra mondiale. Ora però qualche governo storce il naso, qualche altro fischietta vago. L'Inghilterra, paese tradizionalmente ospitone, ha proprio detto che sono a posto così, grazie.
E l'Italia? Anche l'Italia ha grande tradizione, prima di tutto nella produzione e poi nella valorizzazione degli esemplari nostrani. Qui si affidano anche posti in parlamento a chi ha preso la vita per uno sparatutto e c'è rimasto male perché non ha vinto l'omino non avendo fatto il mostro. Però il bonus glielo hanno dato. Sulle prime, alla proposta di Obama il nostro governo ha provato a controproporre uno scambio con Cassano ai Galaxy. Poi però ha risposto come sempre entusiasta e volitivo. Come da folclore: ricordiamo per esempio la spensierata adesione al protocollo di Kyoto.

Relatore: Allora chi è per il protocollo di Kyoto?
Delegato: IO IO IO IO IO IO!!
Assistente (pestando febbrilmente i tasti di una calcolatrice): Dottore, ma è sicuro?
Delegato: Certo che sono sicuro, io conosco benissimo la cucina giapponese, vuole anche lei un piatto di protocolli di Kyoto?
Assistente: Ma guardi che non stanno prendendo le ordinazioni per il pranzo.
Delegato: Si rilassi e si goda la vacanza.
A distanza di anni:
Governo: Chi accidenti ha firmato questo accordo che non possiamo sostenere e ci costerà una fortuna?
Delegato: E che sarà mai il conto di un sushi bar!?

Altro esempio, aiuti per il terzo mondo:

Relatore: chi aderisce al programma di aiuti per i paesi in via di sviluppo? Bene l'Italia è in prima fila come sempre.
Delegato: Uh! Chi? Cosa? Che m'hanno visto mentre mi stiravo?
Alcuni anni dopo.
Terzo mondo: Ehmm per via di quei soldi che ci avevate promesso?
Governo: Egregio Mondo Terzo vogliate portare pazienza ma abbiamo avuto spese impreviste.
Terzo mondo: Tipo?
Governo: Pesce crudo.
Governo (rivolto all'assistente): ma chi è sto Mondo Terzo, un altro di quei rapper impegnati? E perché gli abbiamo promesso dei soldi?

Perché cambiare stile? Lo stile identifica. Fa sì che ovunque andiamo siamo considerati sempre allo stesso modo. Dei cialtroni.
Del resto secondo Cossiga, l'Italia ha dato ospitalità, libera circolazione e abbonamento gratis per le ferrovie a terroristi palestinesi e alle loro armi, per anni. Fino a provocare qualche trascurabile esplosione sui treni e nelle stazioni. Sono cose che succedono: “no lo zaino con i panini è quell'al...”.
E quindi aderiamo anche all'offerta di Obama con probabili conseguenze in linea con il nostro stile:

Obama: Scusate, quei terroristi che vi abbiamo dato qualche anno fa?
Governo: Ehmm guardi stavano giocando con dei raudi alla minitalia proprio stamattina, ma vedrà che adesso saltano. Fuori, intendo. Non si preoccupi.

Il terrorismo, le contrapposizioni culturali, le guerre, il calcio, sono tutti problemi che ci riguardano indistintamente, non ci sono dubbi. Guantanamo era al di sopra della legalità e dei diritti umani, d'accordo. Mobilitazione, impegno e indignazione verso l'indifferenza o il rifiuto di collaborazione, sempre d'accordo. Mi viene sonno per quanto sono d'accordo.....ma.
Alla fine degli anni trenta, quando un certo Adolfo, famoso per i baffi e per aver sterminato 6 milioni di persone, decise che se i finanzieri ebrei non avessero sostenuto le sue partite a risiko, avrebbe fatto cane di tutta la loro razza, un paffuto numero di migliaia di ebrei profugò (voce del verbo) dalla Germania. Durante una conferenza mondiale svoltasi a Ginevra ci si chiese “chi vuole dare ospitalità a questi liberi cittadini che sono solo un po' giudei?”. Una sola nazione offrì cinquemila visti. Santo Domingo, non scherzo, proprio Santo Domingo. I profughi ebrei si strapparono le trecce per quei visti, ettecredo, lo farei anche io per uno status di rifugiato politico a Santo Domingo. Non solo nessuno si indignò, ma è un miracolo trovare questo fatto sui libri di storia.
E i profughi rwandesi? Quelli del Darfur? Be' ammettiamolo signori, indignarsi per l'indifferenza verso uno sciame di straccioni abbronzati che per di più vivono vicino a bellissimi villaggi vacanze, non è figo come indignarsi per la mancata tutela dei diritti politici internazionali di un bel terrorista coi controcazzi.
Io uno lo terrei davvero, ma ho appena comprato uno Staccolanana e il Rom che vive in casa mia dice che non darebbe una continuità concettuale al mio salotto. Ma se proprio sono costretto a farmi dare un presunto terrorista dagli americani, se si potesse scegliere, vorrei avere Bush, almeno legge le favole ai bambini (presidente...psssst preside'....ce stanno a bombarda'....e il lupo cattivo disse: presidente ce stanno a bombarda').
Una volta il terrorista andava via come il pane, ora il terrorista el va no.


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lunedì 15 dicembre 2008

Le cose che non vi ho detto


Dove sono stato tutto questo tempo? In un posto freddo e angusto. Talmente angusto che a piantarci dei chiodi per appendere i quadri sembrerebbe di stare in una vergine di norimberga. Senza nemmeno la soddisfazione di trovarsi in una vergine.
Ho avuto difficoltà nell'esprimere il mio unico talento, forse anche perché è considerato illegale in ventisette stati. Anche i rapporti sociali hanno preso una piega sgarbata a meno di non voler considerare lo sputo una forma evoluta di interconnessione umana. Ho invece buone prospettive per il lavoro. La mia domanda di assunzione per un posto talmente poco ambito da vedermi unico candidato, ha inaspettate possibilità di essere accettata. Mi hanno detto che sceglieranno tra me e il prossimo che invierà un curriculum.
Non sto accampando scuse, anche perché nessuno se l'è mai avuta a male per la mia sparizione, almeno nessuno di quelli che se ne sono accorti. Quindi taglio corto (come dice sempre il mio barbiere, Postatore Sano) e passo a recuperare il tempo perso, facendo un bigino di questi mesi in cui vi ho lasciati senza la mia cronaca del tempo che scorre, come tutto scorre, ma lui di più.
Per riassumere gli eventi che da giugno di quest'anno mi hanno scosso fino a farmi cambiare posizione sul divano, userò una suddivisione cronologica e per importanza che definirei stocastica, parola usata dagli statistici per definire “a casaccio”.

Ci sono state le olimpiadi. Ha vinto Phelps.
Anche la Granbassi (uso l'articolo perché è donna non perché è uno scrittore dell'800) ha vinto e l'ho capito da fatto che esultava come un'invasata, manco avesse vinto una medaglia olimpica.
Poi è tornata a casa e dall'Italia ha solennemente dichiarato che i vincitori di Pechino dovrebbero dare un segno di protesta verso la politica estera cinese.
Santoro ha denunciato un suo imitatore per blasfemia, considerando il voler sostituirsi a dio un atto sì liberale, ma decisamente scortese. Per dimostrare la sua magnanimità ha cominciato ad invitare imitatori al suo programma danno zero, sostenendo di essere a favore della satira. Verso gli altri. In fase di istruttoria si è scoperto che a denunciare l'avventato dj spiritosone, non è stato Santoro ma un tizio che lo imitava. La cosa ha scatenato le ire del vero Santoro, ma ormai non ci crede più nessuno.
Frattanto la Granbassi sfodera la pretesa della detassazione dei premi per le medaglie olimpiche. Premio che è il più alto al mondo e otto volte quello degli americani. A chi le fa notare di essere già stipendiata dallo stato per fare la moschettiera evitando i doveri di ogni carabiniere (servire, proteggere, andare in giro in coppia e saper o leggere o scrivere), la bella spadaccina risponde dando del calciatore a chicchessia. Ribadisce altresì che ella fornisce buon servizio alla nazione tutta e che quindi va trattata in maniera privilegiata. Dal mio angusto rifugio elaboro che le persone che lottano contro il cancro, ma anche chi mi porta via la spazzatura da sotto casa, forniscano altrettanto servizio alla nazione tutta e che di questi non si possa fare a meno, mentre della bella assaltatrice all'arma bianca, sebbene con rammarico, potremmo anche fare senza. Quindi, sempre debilitato dal mio angusto rifugio, mi ritrovo a non trovare cagione per privilegiati trattamenti.
Divampa l'Obamania. Persino il mio barbiere (Postatore Sano) si vanta di sostenere il nuovo presidente americano. Lo fa come una volta si vantava di avere amici gay e in un secondo momento, di esserlo (un amico gay). Il fatto che il nuovo capo della nazione che esporta più democrazia al mondo sia un nero è sicuramente segno di una rinnovata civiltà occidentale, ma a molti sfugge come il colore della pelle possa essere sintomo di superiori valori umani. Questo mi ricorda qualcosa, qualcosa che preferirei non ricordare. Sta di fatto che qualcuno sperava che questo evento unico ed eccezionale, fosse prodromo di una maggiore sintonia mondiale tra occidente e mondo islamico. La notizia della sua elezione è infatti stata accolta dalla controparte con un grido di giubilo: “e adesso convertiti, negro”.
Nel mentre, la Granbassi, fiera del successo femminista che ha portato il gentil sesso nell'Arma, rivede un'anticchia il suo giuramento “nei secoli fedele” e pretende di continuare a fare la zorra stipendiata dall'esercito (cioè da noi) senza esercitare, ma anche la soubrette stipendiata dalla Rai (cioè da noi) e ha pure qualcosa da dire sulla ritenuta d'acconto. Però è bella.
Scoppia la crisi mondiale totale globale megaultrasuper. Fior di economisti incrociano le calcolatrici per stabilire quale sia la causa di questo disastro economico e dai rotoli bianchi escono numeri che, interpretati alla bisogna, indicano chiaramente che la gente sono tutti matti. La mia umile opinione è che sia successa una cosa molto semplice: qualcuno si è accorto che il concetto secondo cui chi ha 1000 euro in banca è un poveraccio e chi ha 10 milioni di debiti è un magnate, è a dir poco bislacco. Un po' come è successo con il colgate con erbasol, che spopolò finché qualcuno si chiese “che cazzo è l'erbasol?”. La crisi c'è e si sente, si percepisce nell'aria. Gira voce che il clan dei casalesi, per elargire prestiti a strozzo, richieda la busta paga.
Intantociò, la Granbassi lascia la Benemerita modificando il solenne giuramento in “fedele finché mi tira il culo (e che culo)” e si dedica alla carriera di bella faccia in televisione che chissà perché sta là. Senza sapere che presto la sua idiosincrasia per le tasse e la sua passione per la tv via satellite saranno destinate a incrociarsi di nuovo. Come due sciagurati sciabolatori.
La sinistra insorge contro il raddoppio dell'Iva sul canone per vedere le partite di calcio e i film suini. Un attacco alle famiglie povere, dice Veltroni che ha lo stesso motto di Obama che poi era lo stesso della Wehrmacht. Io ne conosco di famiglie povere, una è la mia. Nessuna di queste può permettersi un minimo di 30 euro al mese per vedere Sky e nemmeno Lucy coi diamanti. Io fatico a comprare il pesto per condire la pasta, perché tutti i miei soldi li spendo per comprare la pasta. Quindi non mi sento molto colpito dall'aumento dell'Iva su un canone che non potrò mai permettermi anche senza Iva. Però mi piacerebbe che qualcuno si indignasse altrettanto per il fatto che la pasta costi come un figlio scemo.
Intantoche, sento parlare della Granbassi come donna bella e di successo che ha a cuore, oltre alla riduzione delle sue tasse, il bene di chi soffre e lo dimostra regalando al Dalai Lama una maschera da scherma (e in quanto lama poteva anche tornare utile) un po’ sudaticcia che il buon uomo tibetano ha usato come vaso da fiori d’alta montagna.
Un europarlamentare della Lega, stipendiato come lo scià di Persia ma oberato di lavoro come la Granbassi, affronta i venti di crisi europei, vantandosi attraverso le onde radio rai, di aver messo in piedi una cambogia per far sì che tutte le aziende di telefonini adottino lo stesso caricabatterie. Gesto vestito di nobiltà ecologica perché, parole sue, “ogni volta che cambio telefono devo buttare il caricabatterie”. Notevole. E io stupido che nella mia testolina angusta come il suo rifugio, penso che sarebbe molto più ecologico non cambiare un telefono ogni due mesi perché è uscito quello che fa il doppio delle cose del precedente anche se tu fai sempre le stesse tre cazzate. Però fa molto aperitivo. Io, che sono una famiglia povera, ho lo stesso telefono con lo stesso caricabatterie da due anni. Se la gente fosse meno figa, il mondo sarebbe un posto migliore.

Oltre a tutto ciò ho capito cose importanti, ho avuto rivelazioni similnirvana.
Ho capito che se un poliziotto cretino spara a un ragazzo scoppia una rivoluzione, ma se la mafia ne ammazza 1000 quanto ha fatto la juve?
Ho capito che l'ultimo dei fessi, specie se di sesso femminile, dopo essere stato due settimane a Parigi comincia a dire “voi italiani”.
Ho capito che anche se ho paura di volare e se il viaggio più lungo che ho fatto è stato in direzione Vetralla (e non ci sono nemmeno arrivato), ho speso più soldi in compagnie aeree di un commesso viaggiatore.
Ho capito che qui a poco a poco la gente finirà tutta in rifugi angusti, perché capire, sacrificarsi e fare qualcosa che non preveda un divano e un telecomando, sono sport troppo impegnativi.
Ma la cosa più importante che ho capito è che..

la Granbassi ha rotto i coglioni.


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mercoledì 23 aprile 2008

Ippocrate e la mano santa


Ambientazione: il diversamente igienico talamo di un pigro Grande Fratello.
Personaggi principali: un ometto che stereotipizza il suo essere milanese con una cadenza a biscione e una aspirante alla professione medica che stereotipizza la sua napolità con so pazza 'e gelosia.
A margine: un Ordine dei Medici impettito, Ippocrate e una pugnetta.
I fatti: la dottoressa al Grande Fratello, segue il suo copione trash anni '70 prescrivendo e somministrando una terapia attuabile grazie alla cosiddetta “sega da chirurgo”. Il signor Ordine dei Medici si insolentisce, pretende da Mediaset la videocassetta dell'accaduto, prende un rotolo di scottex, si siede sul divano, la osserva e decide di aprire un fascicolo o fasciare un testicolo, non è ben chiaro. A questo punto il signor Ordine scomoda Ippocrate che stava strigliando il cavallo e gli fa giurare che la dottoressa non è degna di chiamarsi tale.
Critica: lungi da me l'idea di difendere un partecipante del Grande Fratello, devo però fare due sincere considerazioni. Considerazione sincera numero A: l'universo maschile riconosce all'unanimità per alzata di mano (perlopiù sinistra), i benefici psicofisici dell'onanismo sia esso passivo che attivo a patto di non eccedere nelle dosi pena il transgenderismo per consunzione. Riconosce anche come pure leggende, la condanna all'ipovedenza (detta anche maledizione di Moshe Dayan) e la cacciata dal paradiso per dispersione di semenze. Visto e considerato che nessuno è in grado di arrestare una polluzione notturna, bisognerebbe meglio concentrarsi sulla dispersione di scemenze.
Considerazione sincera numero B: provo una certa invidia (questo sì, peccato romano) se penso che la mia dottoressa, bene che mi vada, mi prescrive due supposte e non si infila certo nel mio letto per praticare l'operazione.
Per questi due fattori ho deciso di stilare un bugiardino per la gentile dottoressa (quella con una certa manualità, non la mia) in modo da avere buoni argomenti da opporre ai suoi detrattori. Per fare ciò utilizzerò proprio il giuramento di Ippocrate che le è stato così spocchiosamente sbattuto sul muso, riferendomi ad alcuni precetti sia dell'antico giuramento che del nuovo.
Nell'antico si legge “non somministrerò ad alcuno, neppure se richiesto, un farmaco mortale”. Sebbene sia di uso corrente la locuzione “ammazzarsi di seghe”, non risulta ancora nell'antologia clinica, un caso di morte riconducibile al diletto narcisistico. Che nulla ha a che vedere con la rigidità da rigor mortis.
“Non opererò coloro che soffrono del male della pietra”. Con tale nome venivano identificati i calcoli vescicali (spesso confusi con la prostata) rimossi da ex norcini, infilando due dita nell'ano del paziente e praticando manovre che mi disturbano la seduta solo a pensarle. Ora non sappiamo se la dottoressa abbia applicato queste tecniche contestualmente alla somministrazione della terapia, ma dalla scioltezza di movimenti dimostrata dal baldo milanese la mattina seguente, è presumibile che si sia astenuta dal farlo.
“In qualsiasi casa andrò, io vi entrerò per il sollievo dei malati”. La casa c'era, il malato anche (sfido chiunque a dire che fosse sano) e il sollievo senza alcun dubbio.
Dal nuovo giuramento: “curare tutti i miei pazienti con eguale scrupolo e impegno indipendentemente dai sentimenti che essi mi ispirano e prescindendo da ogni differenza di razza, religione, nazionalità condizione sociale e ideologia politica”. Anche questo precetto è stato rispettato in pieno visto che ella, napoletana, si è presa cura del polentone, probabilmente leghista, senza frapporre questioni di etnia.
“Astenermi dall'"accanimento" diagnostico e terapeutico”. La dottoressa si è limitata ad una somministrazione ben sapendo che la terapia può dare assuefazione e persistenza di espressione ebete.
Le si contesterà invero una sorta di violazione dell'integrità morale della categoria medica. E qui chiamo a raccolta voi pazienti (e) lettrici che avete conosciuto l'imbarazzante mondo di freddi strumenti e mani ispezionanti. A quante di voi è successo di dover subire indagini eccessivamente accurate? Quante sono state fatte spogliare nude per un mal di testa? Quante, vinte dalla paura del male, sono finite in mani morbose? E quante si sono tenute il dubbio e la vergogna?
Alcuni esempi. Visita medico sportiva, entra una avvenente donzella che viene fatta spogliare nuda (per chi non fosse sportivo, non è affatto necessario), immediatamente dopo entra esemplare di amica non baciata da veneree doti:


“Cosa mi devo togliere?”
“Niente”
“Ma nemmeno la sciarpa e il cappotto?”
“No no, si infili in tasca questi elettrodi”


La ragazza estiticamente biasimabile esce e viene a sapere dall'avvenente amica di come è andata la sua visita e rientra dal medico:


“Adesso lei fa tirare fuori le tette anche a me o la denuncio”


Oppure. Mammografia, giovane donna procace e preoccupata entra non facendo caso a vaghi cenni che le sfrecciano intorno. Casualmente, durante l'esame, un numero impressionante di uomini entra nella stanza simulando indifferenza con le scuse più diverse:


Altro medico con mani insanguinate “avete visto un'arteria femorale”
Infermiere “è passato di qui uno sfigmomanometro?”
Patologo “ho lasciato qui un cadavere per caso?”
Inserviente “scusate devo vuotare i cestini”


A riprova di questo potrei portare le ricerche fatte su google. Vi stupirebbe il numero impressionante di frasi di questo genere “mi hanno fatto spogliare nuda alla visita”. Questo ovviamente non significa che tutti i medici siano maiali che approfittano della condizione di grande vulnerabilità che ha un malato, ma sicuramente significa che non è sufficiente essere un medico per certificarsi come persona seria e rispettosa. Dimostra che leggere frasi scritte da un tizio 2400 anni fa, non sancisce in alcun modo la propria rettitudine morale. Così come compilare un modulo sugli aerei per gli USA in cui si dichiara di non essere un terrorista stupratore ha una valenza più folcloristica che etica.

Queste cose accadono ovunque, ogni giorno e non vedo alzate di scudi da nessuna parte. Nemmeno dal signor Ordine che, tra le altre cose, conosce e accetta un sistema di baronato che è una piaga sociale non indifferente.
La Dottoressa Lina Carcuro probabilmente non diventerà un nuovo Barnard e nemmeno Madre Teresa di Calcutta, ma le si dovrà pur rendere atto che quello che ha fatto lo ha consapevolmente fatto di fronte a tutti e non di nascosto, protetta da muri, sistemi e sovrastrutture psicologiche.
Si potrebbe anche aprire, invece di un fascicolo, una disquisizione filosofica sul perché fare una cosa che fanno tutti è normale, ma se si sa che la fai è immorale.
Dottore' non mi sento mica tanto bene.

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martedì 13 novembre 2007

A Chuck Norris non sarebbe successo


Eppure ogni giorno in televisione passano film insegui spara e nel tempo libero tromba. Possibile che un poliziotto non sappia tenere in mano una pistola? In “arma letale” il protagonista corre salta impenna e va a manetta, tenendo una SB92 carica e con il carrello aperto. Roba da gente giusta, mica pizza e fichi.
Non ci sono discussioni, un agente che non riesce a correre senza sparacchiarsi intorno è meglio che vada a debeccare i polli. Qualcuno magari dovrebbe anche spiegare come è finito in mano a un uomo dotato di diversa perizia, un oggetto in grado di offendere e provocare danni accessori tipo la morte. Non che a questo punto serva a qualcosa.
Che l'uomo non sia una miscela di buon senso, efficienza e precisione non è un fatto da dimostrare. Una pistola in mano ad una persona in grado di commettere errori è come la patente di guida in mano a chi non sa sincronizzare i propri gesti nemmeno per impostare l'ora sul videoregistratore. O come un bisturi in mano a un medico che ha superato esami imbrogliando, ha ottenuto il lavoro conoscendo e opera come se stesse farcendo un tacchino, asportando reni sbagliati e lasciando al loro posto strumenti da sala operatoria, garze e un anestesista che era scivolato su un intestino tenue. Che l'uomo abbia ancora qualche piccola tappa evolutiva da raggiungere lo dimostra anche il fatto che due gruppi di esemplari maschi, distinti da colori tribali, si incrocino casualmente e comincino a percuotersi con delle clave. Come due cani al parco che si azzuffano perché a uno non piace l'odore dell'altro. Per qualche profondo tecnicismo sociologico, a qualcuno è concesso essere stupido, ad altri no. Io, munito di limitata capacità cognitiva, riesco a concepire la possibilità che un poliziotto possa essere incapace, stupido o che semplicemente, una volta nella vita, possa commettere un imperdonabile errore. Ma gruppi di persone che nel XXI secolo e con il pianeta appeso a un ramoscello affacciato sull'abisso, si smontino di legnate in nome di una squadra di calcio, creano nei miei sistemi analitici quella che gli psichiatri definiscono fanghiglia percettiva.
È ovvio che se commette un errore un cardiochirurgo, una persona muore. Se commette un errore uno sventrasardine, una sardina vive. Ma fare il cardiochirurgo o il poliziotto non rende una persona infallibile e a volte non la salva nemmeno dalla stupidità. In definitiva, nonostante percepiscano stipendi contrapposti per numero di zeri, possono essere incapaci in egual misura e provocare danni equipollenti.

Ora sono qui ad assistere alla rivolta dei gladiatori e, testardo come una scimmia, mi ostino a cercare di capire. È solo vendetta o rabbia? Anche questi sentimenti fanno parte dell'uomo, della sua natura. Forse però sono distribuiti in modo disomogeneo perché mi manca ancora di vedere orde di dializzati assaltare ospedali in cui regna la malasanità o pedoni dare alle fiamme le motorizzazioni civili che hanno rilasciato la patente a tossici, avvinazzati e inetti che per logica sequenzialità di causa ed effetto e per il destino farabutto, si sono trasformati in assassini.
Ma forse non si tratta di vendetta. Forse si vuole cambiare radicalmente le cose. In questo caso tutto l'interesse di cui sono capace è rivolto a capire come.
Un'ipotesi potrebbe essere quella di eliminare le forze dell'ordine. Compresa la stradale, quella che viene a tirarmi fuori dalle lamiere di una macchina in cui sono incastrato grazie a un tizio che ha deciso di leggere la gazzetta durante una manovra di sorpasso, facendo spostare altri complici di omicidi che ritengono di avere incombenze tali da rendere adatta a loro la corsia di emergenza. In questo caso vorrei sapere se è prevista una nuova serie di procedure da seguire per i deboli e gli indifesi nel caso in cui si trovassero ad affrontare uno molto più feroce o una situazione perigliosa.
Oppure se varrà la legge della giungla con annessa riforma darwiniana che renderà lecita la sopravvivenza solo a chi mena più forte.
Un'alternativa potrebbe essere quella di rilasciare una sorta di nulla osta per i tifosi di calcio. Niente regole, controlli o leggi. Insomma il calcio città aperta. Diritto acquisito con la forza, probabilmente poco democratico, ma in fondo, perché no. Anche in considerazione del fatto che, quando viene ucciso un poliziotto, non è che esca fuori uno a dire “sono stato io scusate, non volevo, mi è partito accidentalmente un lavandino mentre correvo, non mi ero accorto fosse carico”.
Un'ultima possibilità potrebbe essere quella di avere delle forze dell'ordine composte tutte di Will Smith, Bruce Willis e Chuck Norris. Gente che non sbaglia mai, che sa sempre cosa fare, sa come farlo e se avanza un po' di tempo, salva questo mondo e quell'altro.
Seriamente, se qualcuno fosse a conoscenza delle richieste dei rivoltosi, gli sarei grato se potesse illustrarmele, perché i giornali non fanno che parlare di bollettini di guerra e di come salvare il calcio. Quel calcio in cui un attaccante dimostra grandissima sensibilità non esultando a seguito di un gol realizzato alla sua ex squadra, ma che salta, grida e gioisce in una giornata come quella di domenica scorsa.

Anche a me piacerebbe un mondo in cui non ci fosse bisogno di pistole e gente in divisa che le impugna. Ma mi piacerebbe anche un mondo in cui la sopraffazione, la prepotenza e il testosterone non fossero alla base dei sistemi sociali e politici e lo sputo la più riconosciuta forma di educazione.
In contemporanea con MenteCritica

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giovedì 4 ottobre 2007

L'uovo del Tenente Colombo



La vita è un gran brutta bestia. Un noto andrologo soleva dire che nessun organo sessuale maschile è duro come la vita. E quel “soleva” zoppo di una elle in qualche modo descrive l'impotenza che si avverte quando di notte ci si sveglia in preda al panico e a un inutile fenomeno idraulico. Questo almeno succede agli uomini. Alle donne può invero accadere di svegliarsi in preda a un idraulico fenomeno.
E la vita è dura per tutti. Per un operaio che stringe i bulloni alla Breda e porta avanti le sue rivendicazioni contro i potenti sindacalisti. Lo so, una volta si lottava contro i padroni, ma ora sono dei poveracci anche quelli e non è che si può stare sempre a sindacare. Per una casalinga che manda a scuola i figli equipaggiati come i navy seals e se li vede tornare pesti e con il prezioso balaustrone piantato in una mano. Per una coppia di giovani sposi che cerca di accendere un mutuo, se non fosse che solo le pratiche costano come un figlio scemo e sono quindi costretti a rinunciare ad averne uno (di mutuo non di figlio scemo), per affittare un appartamento in un'enclave marocchina di periferia.
Ma non pensiate sia facile per chi ha messo il porco all'ombra (antico adagio sumero). Per chi mette a letto le sue tedesche (automobili) e compra ai figli il diario che suona e firma le note da solo.
Le loro villette sono prese d'assalto da orde di criminali, provenienti da tutto il mondo, isole comprese, perché in Italia, a sentire gli stessi criminali, si rischia poco: esci di casa (regalata dal comune), chiedi a un vigile dove trovare dell'eroina, ti droghi, entri nella casa che hai tenuto d'occhio per giorni, massacri i villici, se è mattina presto approfitti anche del fenomeno idraulico per violentare, rubi, scappi, ti fai arrestare, poca galera, foglio di via con cui ti soffi il naso appena uscito grazie ad avvocati che sanno come sfruttare lo stato comatoso in cui versa la giustizia italiana e ricominci dal punto uno. È vero che a volte la tolleranza si presta agli approfittatori, ma non confondiamo la tolleranza con il chissenefrega.
A seguire i mezzi di informazione sembra addirittura che tutto succeda nelle villette. E solo nelle villette del nord. Di periferia. Perché l'omicidio di Milano, il giallo di Roma non suonano bene, non sono mnemonicamente evocativi. Novi Ligure, Cogne, Parma (Casalbaroncolo), Garlasco, lo schema è sempre lo stesso: una o due famiglie benestanti, una villetta in periferia, un omicidio all'apparenza assurdo e una persona che sin dall'inizio viene messa sotto torchio, con un tappeto musicale appositamente preparato da Studio Aperto. Se ci pensate bene... è la trama di tutte le puntate del tenente Colombo.
Funziona. Funziona con la precisione di un cioccolato svizzero. È l'uovo di colombo. Di cioccolato (e visto che Colombo è sbarcato su un'isola è in pratica l'uovo di pasqua). Basta mettere gli ingredienti giusti e si può vivere di rendita per molti anni, nella speranza che l'assassino non venga fuori e nella certezza che la macchina della giustizia manterrà i tempi televisivi.
Lo so che essere ammazzati a Scampia non vale. Che a nessuno interessa chi ha ucciso Fortugno: fai il politico a Reggio Calabria, qualche schioppettata è normale. So che se un tredicenne viene assassinato a Enna non arrivano certo i RIS di Parma, ma due carabinieri stanchi di sopravvivere alla mafia e a uno stipendio che fa ridere i mafiosi. Uno dei due magari scivola sulle macchie di sangue e l'altro se trova una sigaretta accesa sul luogo del delitto se la fuma pure.
Insomma come funzionano le cose lo abbiamo capito tutti. Sappiamo che un giallo merita attenzione se avviene in una casa abbastanza grande da poterci fare un plastico a Porta a Porta (la prossima settimana ci sarà ospite la porta asportata dai Ris nella villetta di Garlasco), sappiamo che il lavoro dell'avvocato Taormina e dei RIS in parte dipende da quanto un caso occupa i giornali. Sapendo tutto questo non voglio certo fare il moralizzatore da speaker corner, ma non vorrei nemmeno essere trattato come lo scemo rimasto senza villaggio. Questi per la stampa sono dei gialli. Avvincenti (anche se un po' schematici), intricati, interessanti quanto volete, ma solo dei gialli e vince chi li romanza meglio, chi ha più elementi, chi rimesta di più nel torbido.
Allora non mi stropicciate l'anima con i “la povera Chiara” e il “papà Paolo” o il “piccolo Samy” parlandomi delle loro speranze, i loro sogni infranti. Primo perché non ne sapete niente, secondo perché non ve ne frega niente e terzo perché non sono amici vostri e dovreste parlarne come dei giornalisti non come dei vicini di casa.
Altrimenti qualcuno mi deve spiegare perché non è povero Francesco Ferreri o Stefano Gonnella o Matteo Nadalini e un interminabile elenco di morti indegni di una musichetta strappalacrime a Studio Aperto, con il relativo elenco di assassini indegni di essere cercati con l'aiuto e i consigli di una nazione intera.
Sono dei gialli, solo dei gialli. Non è un fatto di interesse sociale. Che cosa cambia al popolo di spettatori sapere un giorno che la signora Franzoni ha ucciso il proprio figlio? O che un ragazzo di Garlasco ha ucciso la propria fidanzata? Niente. Se non poter dire al bar “io l'avevo detto subito”.
Eppure di Cogne si parla da 5 anni. Roba da far invidia all'attentato dell'11 settembre.
Giorni addietro (oh che bello giorni addietro) sono rientrato nel target di Studio Aperto. Non pensate male, loro non sono più scemi di me. La tecnica è quella di essere talmente oltre ogni limite di decenza che anche le persone decenti sono costrette a guardarlo per vedere fino a che punto di indecenza possono arrivare (è un sistema inventato dagli americani, mica pizza e fichi).
Insomma ho incidentalmente assistito in diretta alla scarcerazione del ragazzo indiziato a Garlasco. La giornalista ne ha fatto la telecronaca in un modo talmente partecipativo che mi aspettavo da un momento all'altro di sentire “traversone dalla destra, TOTTI...non va!”.
Dopo ha descritto il fitto mistero attorno alla destinazione del ragazzo. Mistero che ha tentato di diradare ipotizzando che si fosse rintanato in casa del suo avvocato, dove forse, parole testuali “sta addirittura brindando”.
Non so voi, ma io sono arrivato a un livello di nausea tale che non solo sospetto di essere incinto, ma ormai non riesco più a provare dispiacere per la morte assurda di una persona, perché sono troppo occupato a provare disgusto per questa ignobile baracconata e per tutti i suoi partecipanti, spettatori compresi.
Cruman aveva dei sogni... musica melensa... sfumare... tette di velina coperta da calciatore. Meteo.

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mercoledì 6 giugno 2007

23 giorni all'Hilton


Nell'America che conta, quella dove gira la roba buona per intenderci, vive una ragazza di ottima famiglia catenalberghiera di nome Paris Hilton. Si chiama davvero così, come se da noi una tizia si chiamasse Pinarella Miramare. Forse perché se hai un portafogli a quattro ante puoi anche pernottare presso di lei. Questa giovin figliuola dai costumi semplici e striminziti è stata fermata da un agente della stradale 980dollarialmese mentre era alla guida della sua modesta vettura priva di patente (la figliuola non la vettura). Non che se la fosse dimenticata, gliel'avevano stracciata sul musetto (sempre il suo non della macchina) qualche giorno prima a causa del suo tasso alcolemico pari all'inflazione annua del Burundi. Nonostante il potere della famiglia della ragazza, la Hilton si becca per direttissima 23 giorni di carcere. E, udite udite, le fanno fare 23 giorni di cella. Qui se qualcuno che prende meno di 4 anni fa un giorno di cella o, per colmo di assurdità, perde il posto di lavoro, assistiamo a sbigottimenti generici e avvocatizi. Non c'è da stupirsi se i peggiori delinquenti internazionali decidano di abbandonare paesi in cui ti recidono le cartilagini inferiori se butti in terra una cartaccia, per venire a soggiornare nella nostra bella Italia del “visita i musei, conosci gente, derubala, uccidila”. Pensate forse che tutti quegli assi del volante targati “tanto io l'alcool lo reggo” che hanno asfaltato un numero impressionante di persone, stiano in carcere? Pensate forse che non possano tornare in possesso della patente di guida? Questo è il paese delle possibilità. Combina il casino che più ti aggrada, avrai sempre un'altra possibilità e se il casino che hai combinato ha sufficiente riverbero mediatico, di possibilità ne avrai molte di più di tutti noi poveri incensurati.
Ma proviamo a fare paragoni più interessanti.
Per la strage di Bologna (85 morti) sono stati condannati Mambro e Fioravanti (come esecutori), ma anche Licio Gelli (Gran Maestro della Loggia P2), il Generale Musumeci e il Colonnello Belmonte (alti funzionari dei Servizi) per depistaggio. I poteri massonici ci sono ancora, i Servizi deviati anche, mancano solo gli estremisti di destra per ricreare un panorama mica da ridere. Eh no, ci sono anche quelli. Grazie a strane leggi e a documenti che scompaiono e riappaiono modificati, terroristi con 17 ergastoli più 330 anni (perché non si sa mai) di condanna per l'uccisione di 97 persone (novantasette!), sono liberi e stanno anche per meritare quella formula di Stato che li considera debitori che hanno saldato. Mentre tu povero vigliacco che manco hai il coraggio di uccidere qualcuno al massimo puoi essere un saldatore che ha debiti. Da più parti (anche politiche) si dice e si è detto che Mambro e Fioravanti non hanno messo mano nella strage di Bologna (strage che comunque non ha ancora un mandante e un movente), ma se avete voglia e stomaco guardatevi qui la lista di mostruosità gratuite commesse (e ammesse) da questi personaggi che ora vivono tranquilli e protetti, ma anche considerati, rispettati, intervistati, editati e compagnia bella. Cioè non vivono relegati in qualche angolo sperduto della terra, tipo chessò Vetralla, a difendersi dagli sputazzi. No no, stanno meglio di tutti noi messi insieme. Fioravanti non è nemmeno cinquantenne e, scontiamogli pure la strage di Bologna, è libero dopo aver ucciso 12 persone (alcune per futili motivi) e concedendogli anche una qualche forma di pentimento, non mi sembra un ottimo esempio per tutte quelle realtà eversive tuttora attive e probabilmente connesse con poteri occulti.
Chissà che cosa penserebbe la bionda Paris sdraiata sulla branda di una cella preoccupata dagli sguardi androgini delle sue concellanee, sapendo che qui in Italia uno che ha ammazzato più persone di quante lei sia riuscita a scoparsi in una settimana, vive indisturbato e, in qualche modo, ossequiato. Probabile che le verrebbe una mezza idea di trasferirsi qui. Nel caso io ho un divano letto molto più letto che divano. Ovviamente, insieme a lui, vivono ancora più indisturbati terroristi mai trovati (anche se sarebbe più corretto dire mai cercati) e, da non sottovalutare, i mandanti della strage di Bologna.
E pensare che abbiamo pure un governo di sinistra, ma come sempre nessuno muove un dito per mettere mano ai documenti coperti da un assurdo segreto di stato. Frattanto qualcuno le mani ce le mette di nascosto per farli sparire. Così il giorno che un politico avvertito farà il nobile gesto di scoperchiare questa fogna di merda fumante, ci troverà solo due cacchette di capra and goodnight to the players.
Ci si interroga, ultimamente, sull'apparente distacco tra popolo e politici, ma credo che la domanda da fare sia più propriamente questa: a che fuffolo servono i politici?
Non è una domanda retorica o provocatoria. Io davvero non lo capisco. Ho in qualche modo gioito all'avvicendarsi dei governi. Ero incuriosito dal possibile cambiamento. Ma qui niente muta, come dice sempre il mio istruttore di sub. Il potere amministrativo è detenuto da una casta di burocrati dipendenti statali a tempo indeterminato che non perdono il posto nemmeno a seguito di condanne definitive. Quindi tu puoi votare chi ti pare, tanto comandano sempre loro. Tipico esempio, l'amministrazione comunale: voi credete che sia il sindaco a tirare le fila al municipio e invece ciccia. Esiste la famigerata figura del direttore del comune che ha, insieme all'usciere, il vero potere assoluto. E quelli non li manda via nessuno, né noi né i politici.
Spaventose lobby economiche, militari e dei Servizi fanno il resto. In mezzo ci sono questi goffi personaggi che fingono di guidare il paese, ma sono sempre di più fuori da ogni contesto istituzionale che non sia di rappresentanza. Qualsiasi scandalo venga fuori in Italia, dalle intercettazioni alle montagne di denaro pubblico su cui banchettano personaggi sinistri, loro non ne sapevano nulla. E questo dovrebbe spiegare perché un governo di sinistra lascia in giro terroristi di destra (non che sarebbe giustificato a lasciare in giro quelli di sinistra), perché avalla basi militari americane e compagnia cantando.
Per fortuna esiste ancora un ultimo baluardo di dignità rappresentato da uno gruppo di coraggiosi giudici, che combattono nell'ombra contro nemici spietati, contro lo stesso Stato che li abbandona o peggio, li ostacola nelle indagini troppo pericolose e contro alcuni loro colleghi che si fanno una fama e una carriera inseguendo calciatori, farmacisti, veline e paparazzi. E noi dietro come cagnolini scodinzolanti. Se vogliamo uscire da questa spy story di serie B dobbiamo aiutare queste persone. Parlare ogni giorno di loro, come fossero cantanti o attrici. Dire tutto quello che fanno, che cosa mangiano, che cosa bevono, con che cosa condiscono le unghie. Creare attorno a loro un sistema di sostenitori... di tifosi. È l'unico modo per evitare che vengano abbandonati o costretti a rinunciare perché quello che fanno dà fastidio a qualcuno. Deve finire la macabra usanza di conoscere la vita dei giudici solo attraverso i dettagli della loro uccisione o incontrando lapidi alla memoria. Se vi ricordate è quello che è successo con Di Pietro e colleghi, che hanno lavorato in un clima da stadio per il semplice motivo che qualcuno ha detto all'italiano medio che c'erano in giro dei tizi più furbi che facevano dei bei soldi senza faticare troppo. Come al solito il nostro impegno civile percorre al massimo la strada che porta alle nostre tasche.
Cara Paris, sei stata sfortunata, se beccavi questi 23 giorni di prigione un po' prima magari ci scappava un ruolo da protagonista in Number 23, ma sono sicuro che troverai un altro modo per farli fruttare. Comunque sappi che qui da noi le porte (delle carceri) sono sempre aperte.

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martedì 5 giugno 2007

Che (brutto) spettacolo!


Che spettacolo! Questo slogan, che campeggia su magliette e cappellini dei fan di Valentino Rossi, di sicuro è ben impresso nella mente di chi, come me, ha trascorso il week-end appena passato al Mugello. Non tanto perché nel tempio toscano della velocità approdino solo fan del campione di Tavullia – affermazione comunque abbastanza vera – quanto perché lo splendente carrozzone del motomondiale è un vero catalizzatore di tutto ciò che, in ogni sua forma, contribuisce a creare spettacolarità.
Fughiamo prima di tutto il dubbio che può essere venuto a qualcuno: in questo post non si parla di gare. La motoGP l’ha vinta Rossi e le serie minori qualcun altro, fine della cronaca. Si parla invece di tutto ciò che è stato a contorno, ovvero di quanto rientra nella voce “indotto” parlando con il linguaggio dei professoroni di economia. E in effetti indotto a scappare lo son stato sin da quando ho visto i prezzi dei biglietti in prevendita, conscio che non sarebbe stato che l’inizio; non mi sono nemmeno lasciato scoraggiare dalle risposte alle mie telefonate alle strutture ricettive – “per il motomondiale? AHAHAHA!” – e dallo spettro del traffico che avrei incontrato al ritorno. In fondo sono tutti aspetti che si conoscono preventivamente e che in qualche modo si articolano nella testa prima del “ma si, chi se ne frega” che sancisce la decisione di andare.
La prima esperienza che vorrei condividere è la seguente: il primo week end di Giugno, checchè se ne dica, è in inverno. Fregatevene dei calendari: da quando ho coscienza di me non ricordo un solo evento (scampagnata, giro in moto o torneo al mare) in questo nefando fine settimana che non sia stato caratterizzato da piogge torrenziali.
In seconda battuta vi invito a riflettere – ma questo lo ha già fatto lo Cruman qui – sul fatto che ormai i tifosi del calcio e quelli del motomondiale differiscono davvero di poco. L’analogia è presto fatta: la serie A merita spalti pieni e occhi spalancati, le serie minori sono un male necessario – una sorta di riempitivo – per potersi gustare l’evento principale. Per conto mio snobbare le due gare che precedono la MotoGP (specialmente avendo già pagato un biglietto del taglio minimo di 90 sacchi) è furbo come tapparsi le orecchie mentre suona il gruppo di supporto a un concerto.
Punto tre: al Mugello non di dorme. Questo slogan lo sanno anche i muri: il campeggio all’interno dell’autodromo è del resto fortemente sconsigliato (al punto da non essere nemmeno pubblicizzato sul sito dell’autodromo come opzione di ospitalità) a chi non sia pronto a diventare parte attiva di un carosello di ubriacature e folleggiamenti notturni a tema motoristico. E fin qui niente di male, del resto nessuno si sogna di entrare in discoteca e pretendere di sentire la musica a basso volume. Quello che però non è scontato è il fatto che nella notte del sabato all’interno dell’autodromo si rischia la vita: non mancano infatti gli acrobati che impennano con le moto da cross tra le tende dei campeggiatori o i “simpatici burloni” che incendiano gli scooter vecchi “per fare caciara”. E la cosa più inquietante è notare che questa dilagante abitudine non è la solita “pratica tutta italiana”: è infatti stupefacente vedere che anche gli stranieri – che solitamente prendiamo come riferimento di civiltà – si omologano molto rapidamente (e con splendido spirito d’iniziativa) a questa linea di condotta. Gente che a casa propria non si permetterebbe di lanciare un mozzicone per terra qui non si fa alcun problema a frantumare bottiglie di birra nei prati che ospiteranno il giorno dopo migliaia di persone sedute a terra, o a spargere rifiuti di ogni genere con una minuziosità che solitamente si ammira solo nei contesti delle opere d’ingegno.
Last but not least, la ciliegina sulla torta che tutti si aspettano. Il colpo di genio finale. A 5 giri dalla fine della gara di MotoGP, a posizioni ben delineate, uno dei due speaker dice la prima cosa intelligente di tutto il week-end, invitando il pubblico lungo il tracciato a non creare situazioni di pericolo invadendo la pista. A 4 giri dal termine la pit lane è piena di carabinieri pronti ad arginare la folla che ormai sembra ben più che motivata a non ascoltare i consigli provenienti dall’altoparlante. I team si affrettano a chiudere le saracinesche dei box e a rimettere “i muletti” allestiti in caso di pioggia sulla corsia box al sicuro. A 2 giri dal termine il lungo nastro d’asfalto che costeggia il circuito al di là dei muretti, corsia solitamente riservata ad ambulanze, carri attrezzi, fotografi in scooter e commissari di percorso, è pieno brulicante di gente. L’ultimo giro è caratterizzato dal superlativo exploit di pochi selezionatissimi geni che pensano bene di attraversare il rettilineo (guardando prima con circospezione che nessuno sopraggiunga, come un pedone che attraversa fuori dalle strisce) per guadagnare posizioni preziose sotto il podio. La bandiera a scacchi è infine il “tana libera tutti”: Rossi passa indenne e come lui le 3-4 moto che lo seguono a poca distanza; i piloti che invece occupano le posizioni di rincalzo devono rallentare prima ancora di tagliare il traguardo dato che il tratto prima della San Donato è già gremito di tifosi. L’ultimo pilota all’arrivo, Kenny Roberts Jr, distaccato di mezzo giro dalla testa della gara, taglia incredulo il traguardo allo stesso passo con cui si fa l’otto per l’esame di guida: a passo d’uomo, facendo inversione per poter ripercorrere il rettilineo al contrario e trovare rifugio nei box di un’altra scuderia ancora non invasa. Prima ancora che i primi tre piloti rientrino al parco chiuso (ovviamente giro d’onore abolito per evitare saccheggi e placcaggi vari da parte dei tifosi) sul rettilineo c’è già di tutto: biciclette, ragazzini che impennano con lo scooter (ovviamente senza casco), supersportive che si esibiscono in coreografici burnout, petardi in stile capodanno buttati tra le gambe dei festeggianti.
Come nel migliore dei finali cinematografici, carrellata in campo largo mentre guadagno l’uscita: da un lato Valentino che ringrazia il disciplinatissimo pubblico degli invasori di pista regalando loro il suo casco (Vale, fai un piacere, la prossima volta mettilo su ebay); poco più in là un paio di ragazzini di giallo vestiti si prostrano sulla posizione occupata in griglia dal loro beniamino per una foto ricordo, rischiando un clamoroso sotomajor da parte di una supersportiva che si fa spazio tra la folla a gas spianato; sullo sfondo, la Casanova-Savelli popolata da un numero imprecisato di piloti in erba che la percorrono cercando di emulare i propri idoli in pantaloni corti e ciabatte
Alla fine di tutto ‘sto popò di carrozzone, capace di riempire per bene un weekend in uno dei posti più belli del mondo, rimane insomma l’amarezza di uno spettacolo indegno a corredo di un evento meraviglioso. E come se non bastasse mi tocca pure ricredermi: quando negli anni scorsi sentivo qualche appassionato di moto e di gran premi rinunciare al Mugello professando una sorta di obiezione di coscienza, pensavo a un’esagerazione o a un raccontare una mezza verità prendendosela in verità con i prezzi, la stagione e il chattering. Capisco solo ora che, tutto sommato, di un brutto spettacolo del genere si possa anche fare a meno: dalla poltrona di casa non si percepiranno certo gli odori, i rumori e le vibrazioni che infiammano gli animi degli appassionati veri, ma perlomeno si può continuare a seguire le corse senza smettere di voler loro bene.

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giovedì 26 aprile 2007

Mi sono Espresso senza mezzi Termini


L'altra mattina sono andato al bar. La notizia non è delle più sbalorditive, ma mi piaceva pensare che se la mattina in questione non è questa ma, come detto, l'altra, significa che in qualche modo le mattine totali disponibili sono due. Be' questo mio andar per bar è accaduto proprio quella mattina lì. Alla gentile cassiera (più cassiera che altro) ho espresso il desiderio di consumare un espresso e lei mi ha espresso il desiderio di 90 centesimi di euro. Accontentate le reciproche volizioni mi sono diretto all'edicola all'angolo. In realtà non si trova su un angolo, ma l'edicola è all'angolo per definizione. Anche lì, un po' per noia, un po' per carenza lessicale, ho chiesto l'Espresso e l'ho riposto nell'apposito incavo ascellare. Con un'espressione soddisfatta mi sono messo a percorrere il marciapiede del binario 3 della stazione Termini, valutando con attenzione la dislocazione migliore per non trovare posto prima di tutti gli altri. Sempre che il treno arrivi. Del resto il treno o arriva o non arriva, non ci sono altre possibilità. È un sistema binario. Di lì a poco, l'espresso per Lodi si bea della mia presenza in un cantuccio poco accogliente (nemmeno un po' di vin santo). L'espresso per Lodi si chiama così perché se riesce a percorrere i 450 km previsti in meno di due giorni, puoi esprimere lodi al signore (il signore che guida il treno).
Un inaspettato eccesso di spazio attorno a me mi ha consentito non solo di respirare per una buona mezz'ora, ma anche di sfogliare il mio settimanale. Mentre un ciclista in salita ci sorpassava, mi sono letto un articolo di Joe R. Lansdale. Per uno così deve essere difficile scrivere un pezzo all'altezza del proprio nome. Perché, siamo onesti, quella “R.” è veramente sexy. Magari sta per Rosamunda, ma io il pezzo me lo sono letto quindi uno a zero per Rosamunda. L'articolo affronta la drammatica vicenda della strage al Virginia Tech azzardando l'ipotesi che magari non è proprio tutta colpa del fatto che negli Stati Uniti è molto facile trovare una pistola e ancora più facile esserlo. Sono d'accordo con Joe. E pure con R. Capirei se l'enorme diffusione delle armi avesse semplificato le pratiche della constatazione amichevole dopo gli incidenti, ma folli gesti come quello del ragazzo che per trovare la sua fidanzata, ammazza trenta persone, hanno poco a che fare con l'industria delle armi. Al limite con quella dei cercapersone.
A Londra un polacco è entrato in un ristorante, ha afferrato un coltello da cucina e si è evirato davanti ai clienti che peraltro stavano mangiando dei wurstel. Secondo la logica corrente potrei affermare che i coltelli da cucina sono una minaccia alla virilità maschile, quasi come delle deliziose tendine. Per la cronaca il giovane esibizionista estremo sta bene e potrà sopperire al deficit sessuale con una Porsche Cayenne.
Il vecchio Joe prosegue alla grande. Se la prende con un eccesso di aspettative e l'incapacità a gestire le relative insoddisfazioni. Punta il dito (regolarmente registrato) contro la mentalità dell'avere diritto a tutto e la conseguente tendenza ad incolpare qualcuno in caso di negazione. Un po' come le persone che ritengono l'avere un compagno e una famiglia, un diritto acquisito per nascita e non un desiderio personale. Diritto che rende quindi lecito il continuo lamentarsi o per un periodo di solitudine (senza nemmeno provare a viverlo) o perché il compagno che si è scelto (o su cui si è ripiegato) non è esattamente la perfezione o, più propriamente, è un culo che spunta dal frigorifero. Oppure come chi ora pretende che la società paghi per i propri disagi interiori. Perché le disastrate casse della sanità dovrebbero passare l'abbellimento del pomo d'adamo e degli zigomi per chi cambia sesso. Mentre la gente muore in attesa di una scintigrafia. Così non c'è più bisogno nemmeno di fare lo sforzo di accettarsi, di trovare un equilibrio, come sono costretti a fare i grassi i bassi i brutti, chi è nato con menomazioni o chi semplicemente è un disadattato. In un mondo di giustificazioni, in cui si pretende da altri la soluzione ai propri problemi, quale spinta ci rimane per lavorare su noi stessi e su le persone che abbiamo intorno? Ha più senso accettare e insegnare a farlo o modificare la realtà con un trucco per non aver bisogno di accettazione? E chi decide quale disagio deve pesare sulla società e quale no? Perché io ne avrei tre o quattro belli tosti se ci fosse un modulo da riempire.
Ma proprio all'acme dell'intreccio, il buon Joe inciampa in una buca concettuale: “in una certa qual misura è colpa della società”. L'autore è in parte giustificato dalle sue buone intenzioni e dal mio infame estrapolare una frase dal contesto. Però questo concetto è l'espressione stessa di uno dei più grandi vuoti filosofici della società moderna, a metà tra l'ipocrisia e l'ingenuità. È abbastanza semplice immaginare che altre persone abbiano vissuto le esperienze di vita dell'assassino del Virginia Tech, ma abbiano sintetizzato la situazione in maniera diversa, magari limitandosi a sputare in qualche occhio o addirittura risolvendola. Indi per cui le persone non sono tutte uguali e di conseguenza non possono essere trattate tutte allo stesso modo e pretendere reazioni simili. Ma nessuna civiltà moderna accetterà mai il concetto di trattamenti differenti che includerebbero necessariamente piani diversi, valutazioni e discriminazioni. Ecco il nodo: le infrastrutture dell'evoluzione civile sono basate su un presupposto poco solido e cioè il fatto che tutti gli uomini siano uguali. Ed ecco che il leviatano “società” arriva a prendersi colpe come fosse un'entità attiva, che possa cioè esprimere volontà e azione. Per essere un'entità che non esiste fa già molto di più di una velina.
Così mi capita di sentire commenti tipo “è uno schifo” a riguardo della stupidità e della brutalità umana. Ma l'uso dell'impersonale di solito nasconde una timidezza espressiva. Allora è la gente a fare schifo? Forse. Quello che mi ha venduto i tergicristalli che non tergono, sicuramente. Io però mi permetto di andare un po' più un là. Già che sto treno non ha intenzione di farlo.
Il concetto di schifo, non associato ai sensi, è un parametro di valutazione, quindi è necessariamente correlato a una “misura” di riferimento, che potrebbe essere l'onestà, il rispetto o semplicemente la normalità. Secondo me i valori di riferimento sono troppo alti. Ci stimiamo troppo insomma. L'immagine di civiltà che vogliamo far trasparire ha ben poco a che fare con l'animo umano, con il livello medio di evoluzione. Questa immagine è giustamente plasmata sul migliore dei mondi, delle società, degli uomini possibile. Perché serve un obiettivo, un modello a cui ispirarsi. Ma spesso ci si dimentica (a volte si vuole dimenticare) che è solo un'immagine e la realtà è molto diversa. Il problema è che dimenticandoselo, ci si dimentica di lavorare sull'unica risorsa disponibile: sull'uomo, sul singolo uomo. E la maggior parte del tempo lo si passa a cercare giustificazioni e capri espiatori.
In questa carrozza (che ha ben ragione di avere un nome così antico) ad alta densità di popolazione, mi chiedo quante persone, a me adese, potrebbero entrare in una scuola armati, persone a cui magari manca solo il coraggio o quell'evento che manda in corto la volontà e l'istinto.
“Mi scusi potrebbe togliere il suo gomito dal mio costato?”
“E perché non si sposta lei?”
“Perché non mi posso muovere visto che mi è anche salito sui piedi”
“È colpa della società”
“Civile?”
“No, Trenitalia”
“E che cosa potremmo fare per migliorare la situazione?”
“Mi potrebbe prestare il giornale, così la smetto di appoggiarmi per leggerlo da dietro”
“Che lei sappia, ci sono armerie a Lodi?”

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martedì 3 aprile 2007

I non pesci d'aprile


Pare che il pesce d'aprile sia stato inventato dai francesi. Quando ancora non vigeva il calendario gregoracciano il primo aprile corrispondeva a una sorta di capodanno e tra i transalpini era usanza scambiarsi in dono delle scatole vuote accompagnate dall'esortazione “aprile!”. Questa usanza diede vita alla famosa interiezione “che scherzo del cazzo” e, in seguito a feroci colluttazioni, anche al modo di dire “che rottura di scatole”. Sembra invece che il pesce abbia a che fare con un uomo che fu sentito ridere sguaiatamente mentre la moglie guardava attonita una scatoletta vuota che sperava contenere quell'anello che tanto agognava. Alcuni giorni dopo il cadavere dell'uomo fu ripescato da un peschereccio a largo di Marsiglia.
Noi di pesci d'aprile ce ne intendiamo. Esattamente un anno fa Postatore Sano scatenò il panico annunciando la prematura chiusura di celodicehillman. Le chiese, i supermercati, le riserve d'oro e i night club furono presi d'assalto da gente sconvolta che si stracciava le vesti (specialmente quelli nei night club). Poi al culmine del panico, nell'istante denso che precede la catastrofe, un eroe piccolo piccolo si oppose come un sol uomo all'isterismo ecumenico e gridò al mondo “i che minchia è celodicehillman?”. La catastrofe si allontanò e tutti tornarono a casa a guardare il Grande Fratello, dando prova che la catastrofe più che allontanarsi si era affastellata nei pressi.
Qualcuno arrivò ad accostare la bufala alla famosa invasione aliena annunciata per radio da Orson Welles. Il vecchio Orson (Mork chiama Orson, rispondi Orson), però, usò un cerebrotico stratagemma per sconfiggere gli smaliziati rilevatori di pesci d'aprile: fece lo scherzo il 30 ottobre. L'effetto fu devastante. La storia vera, per dirla tutta, non è quella che si racconta in giro e che è spesso preceduta dalla locuzione “la storia vera”. In realtà Welles non voleva fare uno scherzo e un agente della CIA che ora canta Love me tender (amami canotto) in localacci di quart'ordine con un ciuffo imbarazzante, giura di avere le prove dell'esistenza di un nastro custodito nell'area 51, in cui si sente distintamente una voce non terrestre lasciare questo inquietante messaggio: “Quel maledetto ciccione ci ha scoperti, filiamocela. Torneremo tra 70 anni travestiti da famiglia Matarrese”.
Insomma burle, bufale e bubusettete sono il nostro pane quotidiano. Per questo motivo abbiamo letto con un'espressione di smaccata superiorità le notizie incontrollate di ieri.
Per esempio l'annuncio dell'acquario di Genova secondo cui un polipo di 218 metri sarà presto ospite della fauna sommersa ligure. Un animale che è in grado di mettersi le dita nel naso rimanendo molto distante da se stesso. In breve è stata dichiarata l'origine cialtrona dell'incredibile notizia e la direzione del famoso centro acquatico ha offerto antipasto di pesce gratis a tutti i milleduecento giornalisti accorsi.
Fin troppo plateale poi, il calo improvviso del numero di dollari necessari per mettersi in casa un barile di petrolio greggio e del numero di euro per mettersi in tasca un dollaro. Seguendo una logica stringente, si è deciso di non adeguare il prezzo della benzina in relazione ai più bassi costi di produzione: tutti avrebbero pensato ad uno scherzo.
Assolutamente inverosimili invece, i rumors secondo cui Cruman sarebbe stato intervistato da Radio Popolare. Il nostro autore pare sia stato notato girare per Milano con kefia e maglietta del Che, mentre chiedeva ai passanti “scusa amico, radio popolare?”. Sentendosi rispondere sempre “la prima a sinistra, compagno!”, il Cruman sembra sia finito in una spirale stradale (che impedisce di concepire nuove arterie viarie) senza uscita e che, dopo aver dichiarato “sta canna m'ha preso che è una favola”, sia tornato a parlare con i passanti. Stavolta dei pantaloni.
Visto che non ci facciamo mancare niente, anche Postatore Sano si è reso protagonista di una bomba d'aprile. È ormai ufficiale la sua partecipazione a “uomini e donne” di Maria De Filippi (moglie del famoso marito di Maria De Filippi) in qualità di tronista. Sfruttando il riverbero mediatico delle di lui sopracciglia, egli ha infatti suscitato l'interesse della redazione che, una volta incassato il suo benestare, ha provinato uno sciame di femmine in ovulazione per selezionare un gruppetto di fortunate che avranno l'onore di strapparsi i capelli (vicendevolmente) per assurgere all'ambito ruolo di finta fidanzata di Postatore Sano. Purtroppo il misterioso membro di CLDH (che espressione del cazzo), ha dichiarato che l'unica femmina meritevole di essere da lui coperta era già maritata. Con tale Maurizio Costanzo Show (diretto discendente di George Bernard Shaw).
Ultima farloccata intercettata dai nostri servizi di redazione è la storia di una cittadina gallese che ha richiesto e ottenuto la registrazione del dominio .eu con il nome del paese, cioè:
Llanfairpwllgwyngyllgogerychwyrndrobwllllantysiliogogogochuchaf
Con una buona approssimazione il toponimo si può tradurre in: “Chiesa di Santa Maria nella valletta del nocciolo bianco, vicino alle rapide e alla chiesa di San Tysilio della caverna rossa, di sopra”. Pare che la parte inferiore del paese si chiami per convenzione “Idem, come sopra”. Da quelle parti mandarsi a quel paese è un affare serio e le carte d'identità sono dei pieghevoli 4 ante, tipo cartina stradale (non quella usata da Cruman).
Ma la vera signora delle burle è che nessuno di questi fatti finora raccontati è uno scherzo. Qui sta la genialità: far accadere il primo aprile cose talmente assurde da non poter non ricondurle al giorno degli scherzi e poi fare il vago fischiettando distratto.
Per dirla tutta, una sola di queste notizie è falsa, ma in questo momento non posso dirvi quale. Devo rifilare le sopracciglia a Postatore Sano.

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martedì 20 marzo 2007

Sono una bambina giornalista bloccata su un albero


Nella vita possono accadere cose terribili. Che uno si dice “ma perché santa cacca?”, ma le cose succedono lo stesso. Io lo so perché, ma non lo posso dire. Terribile vero?
Per esempio puoi essere un giovane uomo spinto da una spoglia casa nel tunnel dell'arredamento e, in preda al demone delle deliziose tendine, puoi finire intrappolato nell'area bimbi dell'ikea. Oppure puoi essere un quadrupede che trova una tangenziale tra se e l'odore che lo attira e finisce a farne parte (della tangenziale non dell'odore). Puoi essere uno che ha visto qualcosa che non doveva vedere o un parente di uno che ha fatto qualcosa che non doveva fare. Puoi essere un operaio della Sapiem nel delta del Niger o un'anguilla nel delta del Po. Oppure un giornalista che invece di scegliere se pubblicare o meno delle foto oscene di un uomo anziano, ha il problema di evitare bombe a frammentazione e terroristi rapitori. O peggio un tranquillo bambino terzomondiale in lotta contro la malnutrizione, che viene rapito da una pop star americana e costretto a passare l'adolescenza da mcdonald in lotta contro i trigliceridi.
Quando si è in difficoltà (nel senso di sopravvivenza non di non riuscire ad aprire il barattolo dei sottaceti) si è portati a fare alcune amare considerazioni. All'inizio interviene la non accettazione (sarebbe il rifiuto ma parlare negando gli opposti fa più saggista), il pensiero che se anche quella situazione ce la siamo andati a cercare, sarebbe stato più corretto per l'equilibrio cosmico che fosse successa a un altro. Spesso in questa fase si fa un elenco mentale di nomi da proporre. Poi si pensa a come uscirne e in particolare a chi può darci una mano. A tal proposito conta molto quello che si è stati prima di trovarsi in difficoltà. Questo determina la reazione al nostro disagio tra la gente che può pericolosamente oscillare tra il “poverino” e il “ti sta bene, crepa!”. Gli amici sono importanti, ma sono anche molto meno di quello che si pensa. Il più delle volte non saranno sufficienti per portare il feretro (a meno che non ci si faccia cremare), anche se da morti il parco amici si infoltisce considerevolmente e tutti ti inviterebbero finalmente ad uscire con loro se solo non ci fosse quell'inconveniente dell'essere un cadavere.
Quanto vale la nostra vita per gli altri lo si scopre in presenza di un'alta probabilità di perderla. Come il valore di tutte le cose del resto (tranne le obbligazioni al portatore). Ma è un valore che non ci appartiene. Non è che possiamo andare dal pizzicagnolo e dire “senta c'è un tizio che mi insegue con una pistola, mi incarta due etti di fave?”. È un valore che appartiene agli altri: un indice composto da fattori incidentali e fatali.
Parrà strano, ma in realtà ciò che si è fatto in vita conta relativamente (anzi, spesso meno si è conosciuti e meglio è). L'interesse della collettività è molto orientato alla sciagura più che allo sciagurato. Il sesso e l'età invece hanno un'incidenza rilevante (non sentirete mai dire “nel disastro hanno perso la vita anche 3 pensionati”). I canali comunicativi che si hanno a disposizione sono spesso la chiave del successo. Un giornalista occidentale nelle mani dei talebani può far mobilitare il capo del governo che può arrivare fino a rimandare il suo pisolino all'intervento di Follini delle 15. Gli operai della Sapiem in mano ai ribelli del delta del Niger possono sperare in un intervento di Enrico Lucci. Un minatore Uzbeko... be' la prossima volta fai il nobel per la medicina invece di ficcarti sotto terra (che già di per sé è un gesto malaugurante).
Chi ha denunciato mafiosi, usurai, terroristi, sacrificando la propria esistenza per la società e la giustizia riceve una pacca sulle spalle (meglio una telefonata, si sa mai) e il pensiero unanime della collettività riassumibile in “quello all'anagrafe è scritto a matita”. Una ragazza perseguitata da un maniaco può solo sentire un imbarazzato appuntato dire “mi spiace signorina, finché non le fa qualcosa non possiamo intervenire, poi abbiamo tutti gli uomini allo stadio ad impedire ai tifosi di dire negro a un calciatore”. Quando poi si ripresenta con un'accetta fra le scapole “bene signorina, ci lasci recuperare quattro turisti annoiati dallo Yemen e siamo da lei... signorina? Signorinaaa?”.
Un altro fattore ad alto peso specifico è la spettacolarità del dramma. Uno tsunami genera un'onda planetaria di solidarietà, mentre il solito genocidio nel Darfur genera un'onda di “dove?”. Anche riducendo la portata della sciagura il risultato non cambia. Il piccolo Alfredino incastrato nel pozzo artesiano fece mobilitare Pertini, ma decine di bambini leucemici in attesa di trapianto vivono anch'essi incastrati in un tunnel con poche persone, però, a fare il tifo per loro. Riduciamo ancora di più i termini: un gattino bloccato su un albero spinge improvvisati tarzan ad atti di eroismo, mentre un riccio investito spinge a controllare la coppa dell'olio. Questo mi fa pensare che più persone guardano nella direzione del fattaccio, più risorse si spendono per risolverlo.
Sono ovviamente contento della liberazione di Mastrogiacomo. Non come sua moglie, ma mi fa piacere. Del resto non so quanto la moglie di Mastrogiacomo sarebbe contenta se la mia amica trovasse i soldi per l'operazione che le serve per salvarsi la vita. Sono contento e arrabbiato quando penso a quante persone si possono salvare con lo stesso meccanismo che ha salvato il giornalista di Repubblica. Sono ancora più arrabbiato pensando che in realtà questo non è possibile a livello pratico. Quindi sono costretto a pensare che esista un imperscrutabile sistema di selezione che potrebbe essere basato su un fantozziano sorteggione in sala mensa o una forma di borgesiana lotteria di Babilonia (per quelle strane persone che quando c'è un film di fantozzi preferiscono leggere un libro), che assegna alla tua vita un valore e lo rende oggettivo anche per chi, magari, conoscendoti avvertirebbe solo lo stimolo a sputarti in faccia. Questa forma di selezione disegna un quadro molto realistico della società occidentale, un quadro che nessuno vuole guardare. E questo fa veramente incazzare.

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giovedì 8 marzo 2007

Ho deciso di scendere in campo


Mi chiamo Navarro e faccio il calciatore. Non sono forte e famoso tanto da fare la pubblicità di un paio di scarpe o da andare in televisione a dire la vita è adesso (come Totti non come Baglioni). Però gioco in una grande squadra. Diciamo che non ho seguito il consiglio di Cesare (Giulio non Maldini) che sosteneva essere più dignitoso fare il primo in un paesino che il secondo a Roma. Così gioco poco e guadagno tanto. Ho collezionato talmente tante panchine che potrei arredare un parco cittadino. Ammetto però che a lungo andare girano le palle e non parlo di quelle sul campo di gioco. Coi soldi ci puoi comprare il Cayenne, ma una cosa che ti fumi e ti passa la frustrazione non la vende nemmeno il medico sociale della mia squadra.
Capita così che al termine di una partita della fase finale della coppa dei campioni, quella giocata dai più bravi tra i bravi, mi alzo dall'odiata panchina (che anche se non è più di legno a strisce ma di pelle di velina firmata recaro, fa venire lo stesso il culo a strisce e capita pure di trovarci delle schegge di legno) e mi dirigo colmo di rabbia repressa verso un giocatore avversario. A causa della mia tendenza alla sportività (sono un calciatore, mica un ballerino di tip tap), tra i tanti che in campo emanavano feromoni come licaoni in calore, ho selezionato il più basso che, incidentalmente era l'unico mantenuto fermo da una dozzina di compagni di squadra. Sopraggiunto nei di lui pressi mi sono sentito in dovere di renderlo partecipe della problematica inerente l'esasperazione del concetto di vittoria generato da un malsano sistema di valori e della conseguente spirale di violenza che dai campi di gioco passa agli spalti, dagli spalti alle città poi porta alla sacrestia, quindi alla cattedra di un tribunale, giudice finalmente, arbitro (cornuto) in terra del bene e del male.
Lì per lì il modo migliore di spiegare tutto ciò nella cambogia che si era creata mi è sembrato quello di assestare un destro dimostrativo, chiaro e diretto, con l'unico effetto collaterale di fratturare un setto nasale. Avrei voluto rimanere lì a sentire che ne pensava il mio onorevole interlocutore, ma in quel preciso istante ho sentito l'esigenza di correre senza una traiettoria precisa sui prati verdi dello stadio (visto che il mister non me lo fa mai fare), esprimendo la mia gioia interiore con un sorriso solo all'apparenza ebete. Ero felice. Perché molti altri calciatori come me, famosi e meno famosi (io meno, come avrete capito) hanno seguito il mio esempio e correvano dietro di me con lo stesso animo giulivo.
Purtroppo qualcuno ha frainteso le mie intenzioni e le menti semplici hanno percepito solo un panchinaro che senza motivo ha colpito da vigliacco un avversario che non poteva difendersi e che poi è scappato ridendo come un seienne che ha appena suonato dei citofoni a caso. A causa di questa gente semplice ora vogliono squalificarmi per cinque giornate. La cosa ha leggermente scosso la mia dignità di calciatore, ma il provvedimento non cambierebbe di una virgola il mio minutaggio in campo e mi consentirebbe di fare una capatina al billionare per mondare le mie colpe e trovare la forza di perdonare.
Se io fossi una persona di buon senso potrei pensare che cinque giornate di squalifica non sono niente. Che forse uno come me non dovrebbe fare sport. Cioè magari potrei andare a correre la domenica mattina nel parco cittadino (quello con le panchine), ma non dovrei rappresentare l'elite dello sport perché violenza gratuita, codardia e stupidità non hanno nulla a che fare con i valori della sportività e i ragazzini che sognano la coppa dei campioni guardano anche gente come me, anche se sto seduto a bordo campo. Sull'onda di tutta questa intelligenza penserei anche che forse non è giusto che noi calciatori bravi e fortunati veniamo tutelati in questo modo. Che forse un giocatore di hockey su prato di terza categoria amici degli amatori, se da un pugno a un avversario lo mandano a casa per un anno. Potrei anche pensare (ci sto prendendo gusto) che fare il calciatore è il mio mestiere e che se facessi lo sportellista alle poste e dessi un pugno in faccia (avete notato che coniugo verbi come uno grande?) a un postino avversario o a un cliente, probabilmente dovrei trovarmi un altro lavoro. E a volte uno sportellista delle poste ha più motivi di un calciatore per menare le mani.
Ora dovrei smetterla perché se continuo con tutto questo scavare nei ragionamenti potrei arrivare a pensare che invece di cinque giornate di stop dovrei passare un po' di tempo in miniera (con tutto il rispetto per i minatori).
Io comunque ho chiesto scusa. Anche se, sempre in accidentale presenza di raziocinio, potrei considerare queste scuse solo una forma di captatio benevolentiae (una forma di che?? è un formaggio svizzero?) perché uno si scusa di un atto involontario, un errore non voluto, un momento di follia. Io mi sono alzato dalla mia panca di legno recaro con l'idea di andare a rompere il naso a un tizio che non mi aveva fatto niente e poi sono scappato ridacchiando. Quali scuse posso avere? Forse la cosa più furba sarebbe riguardare quello che ho fatto (tanto le indignatissime televisioni di tutto il mondo lo rimandano come fosse una cosa importantissima, chessò, un fallo di mano in area) e riuscire finalmente a vergognarmi e a vedere tutto ciò che non è sport in ciò che faccio insieme ai miei amici calciatori famosi (seduti e in piedi). E chissà magari il calcio tornerebbe ad essere come l'hockey su prato: uno sport. E non si vedrebbero più bambini di 10 anni scimmiottare i grandi e rotolarsi lamentandosi di un fallo mai subito reggendosi il parastinco firmato.
Penserei tutto questo, ma per fortuna sono un calciatore.

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lunedì 5 febbraio 2007

Quello che non voglio più sentire


Si tratta di pochi teppisti che rovinano tutto l'ambiente. Saranno pochi teppisti, ma se è così mi manca di capire come si sia passato dagli stadi pieni di gente in giacca e cravatta, senza settori e gruppi organizzati, di cinquanta anni fa, allo stadio fatto di tifosi scortati, perquisizioni, telecamere a circuito chiuso, nemici dichiarati, elicotteri, biglietti nominali, recinzioni e cavalli di frisa. Una serie di atteggiamenti violenti è da anni considerata normale e accettabile. Gli insulti continui tra diverse fazioni o verso gli atleti, lancio di oggetti, petardi e compagnia bella. Talmente normali da accogliere con gaudio e con accenni alla candidatura al nobel per la pace, l'accordo tra due tifoserie di non insultarsi per ben 90 minuti. Ho sentito qualche opinionista strappato a una miniera nel Klondike, armarsi di questi onorevoli gesti per dimostrare la civiltà del mondo del calcio. Se la normalità è la violenza verbale e psicologica, l'arroganza e la brutalità bisogna capire che fare del male o addirittura uccidere è solo un passo più in là. Non si può considerare routine tutto ciò che è meno di un omicidio e poi sostenere che se avviene un omicidio è colpa di una scheggia impazzita che ha sconfinato di qualche metro dalla feroce normalità.
Adesso basta. Ghigno indignato regalato ai telespettatori in crisi d'astinenza da calcio da chi del calcio ha fatto uno spettacolo di burattini fitto di personaggi improbabili aizzati uno contro l'altro. Da chi si insolentiva se gli ospiti caricati a molla finivano per trovarsi d'accordo, rovinando il mediatico panem et circenses.
Usiamo il modello inglese. Suggerito con boriosa esterofilia da chi dimentica che in Inghilterra è pieno di inglesi, elemento che qui deficita. Oltre a non considerare che in terra di Albione mancano gruppi ultrà organizzati e capeggiati da loschi figuri che si sentono dei Che Guevara de noartri e si vantano di poter ricattare le società di calcio e la società civile.
I tifosi servono al calcio. Perché queste cose, in Italia, succedono solo nel calcio? Solo perché è l'evento mediatico più seguito e l'escalation della violenza è andata di pari passo con l'assurdo divenire onnipresente di questo spettacolo sportivo, ma soprattutto non. Tutto questo ha dato sempre più potere alle curve fatte di chi gode a sentire la sera che il suo passaggio è stato foriero di paura e disordine. E l'Italia sopporta l'espressione troglodita dell'affermazione di sé, di persone che vanno allo stadio e a fine partita devono chiedere chi ha vinto.
Il calcio dà da vivere a tutti gli altri sport. Se si calcolano tutti i soldi scivolati in tasche sospette, l'impiego poderoso di forze dell'ordine i danni a cose e persone... ho forti dubbi che la bilancia sia in attivo.
Quello che invece vorrei cominciare a sentire è un po' di onestà intellettuale. Questo calcio è un gran brutto affare, ma un brutto affare di miliardi. Dietro le quinte lavorano poteri occulti, in campo si vede sempre meno sportività e tra gli spalti gente pronta ad uccidere. Non mi interessa se si tratta di veri criminali o ribelli da telefilm, che hanno finito di insultare i propri genitori e cominciano ad insultare la polizia, perché fa molto fico, fa maledetto, con l'eccezione di quando serve mangiare e quando si ha paura. In quei casi la mamma e la polizia non fanno poi così schifo. Quello che qualcuno deve avere il coraggio di dire è che questo calcio costa caro da tutti i punti di vista e risanarlo ora costerà ancora di più. Ma soprattutto che lo sport non c'entra nulla. Lo sport è tutto il resto. È il rugby, che porta negli stadi 60 mila persone, senza un poliziotto, senza dover dire per chi tifi per poterti sedere da qualche parte e goderti uno spettacolo vero. E nel campo non si scambiano certo margheritine di prato. Ma con tutto il sangue e le ossa rotte, la lealtà, la correttezza e il rispetto reciproco sono sempre protagonisti. Non vedrete mai un giocatore di rugby rantolare a terra per un'illusione di contatto. Non li vedrete rantolare a terra nemmeno con una spalla rotta o tre tacchetti in fronte. Mai una protesta con gli arbitri (cosa considerata normale nel calcio) e se proprio si finisce a scambiarsi qualche opinione decisa, a fine partita si appiana tutto con bella birra ignorante. Ma di rugby si parla pochissimo e i repressi trogloditi non troverebbero la realizzazione di sé. E soprattutto non pagherebbero mai per andare a vedere uomini molto più duri di loro, anzi per vedere ciò che loro non sono. Uomini che si confrontano alla pari e non in branco.
E vorrei anche non vedere queste inutili sospensioni dei campionati (anni fa furono sospesi quelli di tutti gli sport!) perché i criminali sono criminali anche fuori da uno stadio. Non credo che in assenza di un match, andrebbero in comunità a svolgere lavori socialmente utili.
Una soluzione ce l'ha suggerita involontariamente Calvino. In un suo racconto una città era popolata da bambini pestiferi e turbolenti. Decisero allora di costruire un grattacielo, arredarlo e metterci dentro tutti gli infanti distruttori, dicendo loro che potevano fare qualsiasi cosa, senza punizioni, ramanzine o chiacchiere varie. I bambini si fiondarono come cavallette e distrussero mobile per mobile, piano per piano. A metà grattacielo erano belli che stufi e non più stimolati alla turbolenza. Alla stessa stregua si potrebbe dire una volta per tutte che lo stadio è un posto pericoloso e che ci si va a proprio rischio e pericolo. Ci sono cose che non si possono fare con tranquillità. Non si può girare per le strade di una grande città con delle banconote da 100 euro in mano, o in minigonna di notte in un parco. È pericoloso c'è poco da fare, perché la gente è una brutta bestia, è inutile indignarsi, sarebbe come indignarsi per dover chiudere la porta con dodici mandate blindate ogni volta che si esce di casa o dover attivare mille antifurti. Allora recintiamo i campi con altissime protezioni e lasciamo liberi i tifosi. Senza settori separati, senza poliziotti, senza controlli e senza racconti postumi di ciò che succede. Prima o poi si stuferanno di prendersi a legnate senza nemmeno sentirlo raccontare alla domenica sportiva. Si stuferanno di non avere delle divise da insultare e se possibile ammazzare, di non avere arredamento urbano da distruggere e barriere da abbattere. Si stuferanno o piano piano si “selezioneranno”. In ogni caso, a rimetterci sarà solo chi ha deciso di fare di 11 uomini in calzoncini una ragione di vita e di morte e non un uomo che avrebbe voluto passare la domenica a fare qualcosa di molto più utile per la società o al limite, godersi la propria famiglia.

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