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venerdì 2 gennaio 2009

Una bella lezione


Incidentalmente (ora che è morta la Fallaci, li comincio io i pezzi con un avverbio, altrochenò), anche io ho frequentato l'università. Ho assistito a corsi, ho rincorso assistenti, dato esami, talvolta ho financo studiato. Poi l'università se n'è accorta. Si vede che io non lo sono stato (accorto). Ora lei è andata al cepu dove finti studenti si fanno bocciare e simulano disperazione.
Eppure è facile mimetizzarsi in un'università. Se vedi qualcuno girare spesso per l'ateneo, sicuramente non è un professore. Se ti capita di incontrare uno indaffarato nel suo lavoro è possibile che lo vedrete guardarsi intorno e dire “ma che posto è questo?”.
La mia era un'università di quelle avvenenti, con un sacco di cattedre e mica prese all'ikea. Professoroni, come si diceva una volta. Tutti nomi altisonanti. Li ho visti tutti scritti sul depliant....solo lì li ho visti. Per questo ce li scrivono, perché incontrarli è faccenda al di là delle capacità di uno studente. Loro sono sempre da un'altra parte, per motivi molto più sexy di te, anche se hai la minigonna, le calze a rete e ti sei fatto la barba. Una volta ho parlato per un'ora con uno di questi docentoni, poi mi sono accorto che era da un'altra parte.
In università però non ci si annoia mai. Ci sono corsi per tutti i palati. Materie a palate. E non è come alle superiori, dove le lezioni riguardavano un argomento preciso, breve. Chiaro. Oggi faccio latino, domani greco poi passo alla storia (a forza di studiare lingue morte si finisce come loro). In università no. Puoi scegliere corsi con nomi acrobatici creati mica per te, lurido studente, ma per il professorone. Io per esempio mi sono iscritto a semantica della geografia storica della matematica applicata alla fisica moderna e suoi influssi sull'hip hop. All'esame, come argomento, ho portato il titolo.
Come se non fosse assai, a zonzo per gli atenei puoi incontrare gente di varia umanità. Assistenti che non assistono, papi che non papano, terroristi che hanno terrorato sì, ma che ora sono fighi.
E così ci risiamo (word mi dice che risiamo non esiste e mi suggerisce ridiamo, ma non mi viene). Questa volta è il caro compagno che ha sbagliato Morucci ad essere invitato a tenere una lezione alla Sapienza e lui è uno che di belle lezioni ne ha date. Fin da quando faceva il fomentatore nelle scuole o quando giocava alla roulette russa (con la testa degli altri) per ottenere risposte. O come quando in Via Fani, insieme ad esimi colleghi, bocciò cinque uomini della scorta di Moro.
Morucci prese una manciata di ergastoli. Poi, visto che erano proprio tanti, ebbe un profondo ravvedimento dell'anima e decise di dissociarsi. Non perché venne a sapere che grazie alla legge sulla dissociazione, i suoi ergastoli sarebbero diventati uno sputo d'anni. No, no, no.
Poi, condono di qua, sono bravo di là, scrivo un libro di su, ho amici in parlamento di giù, di anni se ne farà si e no una decina.
E qui io mi perdo. Come ci si dissocia da ciò che si è fatto? Cioè se un tizio uccide il suo vicino di casa perché fa cadere le briciole di soppressata sul suo balcone, può dire “ok ragazzi sono un uomo che ha sbagliato, mi dissocio da me stesso”?. Schizofrenia evasiva.
D'accordo, Morucci si è dissociato dalle BR, ma le persone le ha ammazzate uguale. O no? Perché se no io fondo le brigate condominiali e faccio una strage.
E questo è il punto: l'esempio.
L'organizzatore delle lezioni alla Sapienza si è così spiegato: “un poliziotto mi ha detto che può servire ai giovani”. Sorvolo sull'evidente insicurezza di questa affermazione conto terzi e mi faccio venire due dubbi:
dubbio numero A: io giovane virgulto desideroso di succhiare il midollo stesso della vita (che mi fa un po' schifo, ma fa molto poeta in via di estinzione), preferirei apprendere da uno a cui le cose sono venute bene, uno che i problemi li ha risolti, non gli ha sparato. Poi fuori di qui mi interesso a tutto quello che volete, ma in termini di insegnamento gradirei un compagno che non ha sbagliato. Se no da chi copio.
È come se il mio allenatore di basket, portasse a un allenamento un ex giocatore che non ne ha fatta una giusta, che ha una media da tre di uno su settecentocinquantasei e ogni partita esce per cinque falli dopo ventisette secondi e mi dicesse “guarda questo è un cestista fallito, da lui puoi imparare molto”. Sicuramente mi insegnerà ad accettare la sconfitta e che al mondo esiste un giocatore peggiore di me, ma non mi sarà utile per migliorare il mio pickandroll (lo so che non sapete che fuffolo sia, ma non lo sa nemmeno il mio allenatore che ne parla sempre).
dubbio numero B: anche se il signor Morucci (signor è eufemistico ma anche Morucci lo è) fosse la persona più redenta del mondo, che persino il Redentore lo guarda e dice “porca paletta quanto è redento questo”, anche se fosse talmente commovente e profondo da far sciogliere in lacrime gli studenti, il magnifico e chiarissimo rettore, i magnifici bidelli e i magnifici quattro, rimarrebbe una controindicazione che con tutta la buona volontà né lui né nessun altro potrebbe evitare:
nel momento stesso della sua apparizione, Morucci incarnerà l'esempio di chi si è arrogato il diritto di imporre i suoi ideali dando la morte a chi non li condivideva e che ha ottenuto da ciò spiccioli di carcere e poi notorietà, appoggi politici, lavoro, case editrici a disposizione e cattedre per cui qualsiasi altro mortale dovrebbe spaccarsi la schiena tutta la vita o essere magnifico parente di qualcuno.
Questo inghippo non è facilmente risolvibile. Magari sarebbe gentile far tenere delle lezioni a quei giudici (quelli ancora vivi) che hanno onestamente lottato contro chi si credeva talmente nel giusto da poter uccidere gli ingiusti. Magari proprio insieme agli ex terroristi. Oppure qualche vittima, tanto per capire prima la sofferenza dei deboli.
Ed è proprio a loro, alle vittime, che voglio chiedere scusa. Per i vari Morucci sì, ma anche perché non si fa mai abbastanza (includendomi in questo impersonale) e soprattutto perché ho usato due parole che loro odiano: ex terrorista, perché come i morti non diventano ex morti, gli assassini restano assassini. E deboli, perché chi affronta la realtà e il destino con dignità e rispetto e finisce per soccombere ai violenti, non è un debole. Debole è chi deve sparare alle spalle per imporsi o per colmare carenze mentali e sessuali (che spesso sono la stessa cosa).
La debolezza non è quella che impariamo dai film americani, altrimenti Gandhi sarebbe una mozzarella.
Posto Scritto:
Proprio al termine del mio sudato articolo ho appreso della rinuncia da parte dell'organizzatore dell'evento: Giorgio Mariani, ordinario di lettratura angloamericana. Ora Morucci e il Papa possono fondare un club molto esclusivo dal nome "La vita senza Sapienza, dalle crociate alle brigate".
Vorrei trattenermi, ma se qualcuno non mi dice perché un docente di letteratura angloamericana, nei giorni in cui ricorre il 90esimo compleanno di Salinger e il centenario della nascita di Edgar Allan Poe, fa fare una lezione sul terrorismo in Italia, credo mi verranno delle convulsioni spastiche.


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giovedì 1 marzo 2007

Una stella come tante


Mi chiamo Stella, sono un'insegnante di religione. No, non mi interessa che avete scelto di non avvalervi, adesso mi ascoltate come avete ascoltato tutti quei servizi morbosetti sul professore sessualmente indeciso e sulla supplente invece meno. Ma partiamo dall'inizio.
Per motivi che si perdono nelle piogge dei poteri temporali l'insegnamento della mia materia è istituzionalmente IRC (insegnamento religione cattolica) indi per cui non obbligatoria. Se durante la mia ora si facesse etica, storia delle religioni e compagnia bella, non diventerei una educatrice facoltativa, come succede in diversi paesi europei, ma obbligare la catechesi non è politically correct. La notizia però è che nelle mie lezioni e in quelle dei miei colleghi si fa proprio etica, storia delle religioni, educazione civica eccetera. Risultato: noi siamo figure precarie perché in teoria insegniamo una materia facoltativa, pur insegnandone una obbligatoria. Primo mistero gaudioso.
Dal punto di vista didattico contiamo come il due di coppe con briscola a bastoni. Il nostro voto non fa media e le alternative alle nostre lezioni sono andare a casa prima, venire a scuola dopo, appoggiarsi al bancone del bar dell'istituto e praticare fori nel tramezzo dello spogliatoio delle ragazze. Ardua scelta. Mentre, per esempio, in Germania chi non si avvale dell'insegnamento della religione fa etica, educazione civica e via discorrendo. Proprio le cose che noi non dovremmo fare per via dell'IRC, ma che in realtà facciamo per via del politically correct. Secondo mistero gaudioso e pure un po' buffo (del resto io fo' religione).
Non è inconsueto ritrovarsi in classi di trenta ragazzi perché il ministero deve risparmiare per pagare 28 sottosegretari. Tra questi (i ragazzi non i sottosegretari) dieci seguono altre religioni, dieci scappano da tutte, cinque sono disadattati e l'unico equilibrato viene pestato con una apprezzabile metodicità. Non mi vergogno a dire che non sono preparata a tutto questo. L'insegnante di religione diventa spesso un consulente psicologico, ma nessuno mi ha mai dato le risorse per seguire i giovani che sono sempre più pazzi (volevo dire problematici, ma pazzi è più acconcio). I professori delle altre materie se ne infischiano. Loro hanno un metodo educativo e disciplinare molto efficace e professionale: “fai come dico io o ti boccio”. Io posso arrivare a “fai come dico io o dico un'altra volta fai come dico io”. Durante la mia ora se non devono studiare per qualche compito in classe, svolgere attività di igiene personale o insidiare virtù varie, sfogano tutti i loro dubbi, le loro rabbie, la loro voglia di imporsi.
Insegno da 17 anni e i ragazzi sono cambiati. Meno concentrazione, più superficialità, fretta, quantità e poca qualità. Il problema è che rispecchiano qualcosa, non sono così casualmente. I genitori (spesso troppi più di 2) li affidano a noi come si affida a un addestratore un cane che non da la zampa. Salvo poi difenderli anche se sbranano un bidello. L'alcool e la droga sono paurosamente dilaganti... il sesso li annoia già a diciassette anni, tanto che le ragazze si spogliano in maniera proporzionale al disinteresse che suscitano, arrivando ad indossare francobolli (il che da un nuovo senso a certe pratiche sessuali). Paradossalmente i più dissoluti sono quelli provenienti da culture cattoliche alla faccia di chi dice che il cattolicesimo è opprimente, bigotto e restrittivo. Gli evangelici, i protestanti, i mussulmani hanno invece un pudico senso di rispetto, quasi un timore.
Insomma le famiglie fanno la loro parte, dando sempre tutto, salvo poi lamentarsi della perdita di controllo (che si argina con un cellulare da 600 euro) ed affidarsi alla scuola. La scuola punta tutto sulla frenesia, la quantità di scarsa qualità: corsi sperimentali, di ceramica spaziale, teatro no, scambi ludoculturali, tutto ammassato, tutto per far bella figura come istituto ed attirare iscrizioni e soldi. Per questo stesso motivo la dirigenza tende a difendere i ragazzi, già spalleggiati dalle associazioni genitori aumentando in loro un pericoloso e irreale senso di potere e diminuendo drasticamente la mia possibilità di gestire questo immenso puzzle di razze, lingue, religioni, ormoni, capacità e incapacità.
Non sono goldrake, sono una donna e provo a fare del mio meglio senza essere messa in condizioni di fare ciò che si pretende da me. Un ragazzo che ha problemi ha insegnanti di sostegno, corsi di recupero e programmi speciali. Per noi non c'è niente. Puoi anche impazzire, ma tutto quello che puoi ottenere è una bella denuncia, un filmino su internet e un processo mediatico sommario, giusto a metà tra il periodo dei pruriti degli adolescenti e il boom delle inchieste shock.
D'accordo mi sono sfogata un po', ma ci tengo a dire che il diavolo non è così brutto come lo si dipinge (durante il corso di pittura olistica). Il rapporto con i ragazzi, anche se non con tutti, può darti molto dal punto di vista umano. Se riesci a non farli allontanare e non farli avvicinare troppo, al punto di metterti le mani nei pantaloni, diventi una sorta di punto di riferimento. Il che significa stima e considerazione. Il che si traduce in meno persone che ruttano in classe. Ma soprattutto significa servire a qualcosa, far considerare dei valori, uscirne arricchiti e spendere molto meno in benzodiazepine.
A causa di un bislacco evolversi della situazione della didattica italiana e degli stili di vita familiari, il ruolo di insegnanti come me è stato sempre più spinto a sovrapporsi a quello di un educatore, ma di tutti i genitori disperati con cui ho parlato, che si sentivano inermi di fronte alla refrattarietà dei propri figli verso una qualsiasi forma di disciplina, se ne trovano pochi che capiscono che se due genitori che si occupano di un ragazzo non ottengono risultati, è praticamente ridicolo che una sconosciuta in un'ora a settimana abbia successo con centinaia di “figli”.
Non voglio dilungarmi in anacronistici discorsi “missionari”, anche se solo la passione, la forza interiore e il credere in qualcosa possono spingerti a resistere e a continuare a provare. Però ora che è molto di moda il “dagli al professore” pensateci bene prima di giudicare una persona da un titolo ad effetto fatto ad arte per sfruttare proprio quella mancanza di valori di cui tutti si lamentano.
Ora devo andare, io non posso non avvalermi, anche se non c'è più religione.

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lunedì 20 novembre 2006

Niente sesso, siamo in classe


Che il sesso polarizzi attenzione e veicoli le masse, gli esperti di marketing più avvertiti lo hanno imparato bene, ma la vera rivoluzione ipnotica è lo spaccio di morbosità. La morbosità come fenomeno comunicativo consiste nel fornire, con finta marginalità, risposte a domande che la gente si vergogna di fare e a volte persino di pensare.
In questa mezza stagione in via di estinzione, sono i pruriti adolescenziali a tenere banco (e anche un po’ cattedra), relegando calciatori e attempate pin up a una penombra ingloriosa, ma degna dei contenuti espressi. Questi ultimi, per quanto belli e famosi, nulla più possono concedere alla viscerale e mai satolla tenia della morbosità, avendo ottenuto ribalte per la loro prole ricca ma scevra da meriti e financo per le loro placente da collezione.
Opulente di dettagli scabrosi è invece la vicenda della professoressa scopacchiona (meritevole di aver gettato una luce neorealista sul cinema trash anni ’70), colta – in quanto insegnante un po’ hippy quindi figlia dei fiori – insieme a giovanissimi studenti a prendersi reciproco diletto. Di letto.
I giornali ne hanno parlato profusamente, almeno finchè hanno avuto particolari goderecci da snocciolare. Trasfigurando le informazioni in preoccupante risvolto socio culturale, si è fatto incidentalmente cenno alla posizione esatta coreografata dalla signorina, alla reale area anatomica esposta alle intemperie e all’onanismo diffuso di chi contemplava non essendo stato bocciato un numero sufficiente di volte per partecipare in forma attiva all’orgia istruttiva. Queste fondamentali informazioni, succulenta esca, hanno attratto una perniciosa attenzione, anch’essa mascherata da profondo dissenso e impegno civile, che ha spinto i media ad aggiornare costantemente la sceneggiatura del convivio dionisiaco. L’allarmante degrado dei valori è stato così corredato da una professoressa prima nuda e supina, poi in ginocchio non per preghiera, ma per peccato di gola, poi vestita, ma con un seno a fare capoccetta e allegra compagnia cantando.
I risultati di questa fiera denuncia sociale sono grossomodo questi: un manipolo di mamme preoccupate e imbufalite, un nutrito gruppo di papà insolentiti che ripensano con invidia e rammarico alla grinzosa insegnante della loro giovinezza, un bulletto sopraffatto dall’ego che dopo cinque anni di scuole medie (ci si trovava bene, particolarmente con il corpo insegnanti) è diventato eroe della nazione adolescente e una professoressa un po’ porcella senza lavoro, ma con milioni di piccoli fan. Il tutto prevedibile come la pioggia nel week end.
A Livorno, una decina di ragazzini tra i 15 e i 18, si divertiva a sperimentare il gusto proibito della trasgressione e del sentirsi grandi prima che sia troppo tardi (cioè prima di essere davvero grandi e non divertirsi più) realizzando anche piccoli filmati con i vituperati telefonini con cui qualcuno, a volte, telefona pure. Un’accorta mamma li ha scoperti e ha allertato le forze dell’ordine che, dopo accurate indagini, hanno denunciato tre giovanotti per detenzione di materiale pornografico.
Possono fare sesso, ma non possono guardarsi mentre lo fanno. Ne trarrebbero un cattivo insegnamento o, peggio ancora, potrebbero rimanere traumatizzati. Ovviamente l’accento è stato posto su questi fantomatici filmini e lo sdegno seguente ha preceduto un incremento vertiginoso delle ricerche su google con la chiave “livorno filmini sesso studenti”.
Forse un po’ di vero sdegno servirebbe. Io alle volte mi accontenterei di un cenno di onestà intellettuale. Del tipo di Cronaca Vera che almeno ti promette, senza pudori, dettagli scabrosi per qualche euro e un minuto di vergogna dall’edicolante. I giornali seri invece si occupano di aspetti culturali, di educazione, ma titolano con frasi afrodisiache e imbottiscono gli articoli di dettagli da bar, perché sanno che questo attira le persone serie, perplesse dal tramonto dei valori.
L’educazione è prima di tutto una questione familiare, poi della società che purtroppo è lo specchio dei tempi. Negli ultimi anni va di gran moda demonizzare l’uso smodato di tecnologia evoluta (così definita in rapporto a chi la utilizza), ma quando ero ragazzino io (nel secolo scorso) le cose non erano diverse. C’erano i prepotenti, c’erano quelli che proprio non potevano avere 15 anni, magari erano loro a non volerlo, ma certo è che la barba e una costante tendenza ad accoppiarsi, non facilitavano la transizione puberale. E non è che trattenessero la loro naturale ferocia perché non avevano un cellulare con la videocamera per immortalarla. Magari la televisione non era così invadente, eppure Pasolini (tanto osannato dagli intellettuali) non raccontava certo realtà giovanili incorniciate da fate turchine e buoni sentimenti.
Io non sono un buon target di mercato. A me non interessa conoscere ciò che dovrebbe essere privato e mi cruccio, sinceramente, di non capire che cosa spinga le persone ad accapigliarsi per la morbosità più gretta. A fingere interesse di alto profilo per godere in proprio gli orgasmi degli altri. Penso sempre che queste persone siano le stesse che si allungano dietro a un inviato della tv e fanno ciao con la manina cercando invano di contrastare un’espressione ebete. Le stesse che pagano per guardare un castello pieno di attori che si sposano e che assistono altri mentre lo fanno. Un castello che, visto da fuori, è identico a uno vuoto o pieno di maestranza delle pulizie.
Oggi ho sentito l’ultima – spero – puntata del matrimonio di un uomo basso, ma molto ricco, americano, con una donna alta, ma molto bella, sempre americana. A qualcuno deve aver fatto piacere sapere che il rito si è svolto secondo i dettami di Scientology e che lui, per tradizione, ha donato a lei un gatto, una pentola e un pettine, in cambio della promessa di felicità. Mica scemi questi di Scientology, ottimo affare direi. Certo che se io fossi il gatto, mi farei qualche scrupolo ad essere regalato insieme ad una pentola. Meno male che non si sono sposati a Vicenza.

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martedì 4 luglio 2006

La scuola dell'orrido


Mio nipote è un disadattato sociale. Questo almeno risulta dall’attenta valutazione di insegnanti di scuola media inferiore che avrebbero inorgoglito la Montessori, estasiato Rosseau, ma che per motivi di prossimità si limitano a sfrangere gli ammennicoli di poveri genitori già ingolgotiti dal cercare di educare bambini in una società in cui il modello di riferimento è lara croft e già distratti dal tentativo di non farsi ammazzare a sprangate dal frutto del loro ventre per degli euri sonanti.
Certo, devo ammettere, che, avendo un residuo organico del mio dna, fornitogli di sponda da mia sorella, nessuno spera che mio nipote diventi PR della baia imperiale. Non ci sono dubbi. Però il ragazzo è capacino. La pagella sbrillucica di voti talmente alti che sembra di vedere i giudici di gara alla fine dell’esibizione della Comaneci. Però la scuola deve educare. Questa frase che di per sé non ha alcun significato, si traduce nel mettere in fondo alle valutazioni di merito, una frasetta assemblata con poca fantasia e ancor meno voglia, che indichi quali carenze evolutive mostra il pargolo, senza ovviamente perdere tempo nell’indicare motivi e possibili soluzioni.
Mi immagino la professoressa sfortunata di turno che, vittima di un micidiale sorteggione in sala mensa, è costretta ad elaborare le frasette illuminanti.
All’inizio, l’esperta insegnante dall’aspetto gentile e dai modi no (ignara che le palline del sorteggione in sala mensa erano state preventivamente scaldate), si pone di fronte ai registri col cipiglio giusto. Ad Anselmi ci pensa bene, valuta i risvolti psicologici, la situazione familiare e compone un elaborato pertinente, conciso, completo…manco fosse una professoressa! A Bruzzi già le fumano le palle. I suoi colleghi sono già a casa e il suo parrucchiere non aspetta certo lei. Così comincia a vomitare frasi fatte come un distributore automatico. “si applica ma non ottiene risultati”. Che è? Un cerotto per smettere di fumare? Oppure “il ragazzo è piuttosto vivace” o “studia, ma senza costrutto”. Che ne sai tu con chi studia mio figlio??
A Caputi, la solerte docente straparla. Nella sua testa si susseguono pensieri di vaga chiarezza…”nell’amatriciana i pinoli non ci vanno….quest’estate voglio una vacanza esotica, appena esco di qui prenoto due settimane a Vetralla, quanto costa costa”. Così, nelle righe destinate ai suggerimenti per la famiglia, si vedono cose che voi umani eccetera eccetera.
Nello specifico, la sentenza per mio nipote recita “il bambino, PERO’ (immaginate l’eco), non ha ancora maturato un comportamento consono alla vita sociale”. Tiè beccati questo, la prossima volta prendi meno 8 e spacca qualche banco in testa al compagno. Ora, dovete sapere (no, non dovete ma ve lo dico lo stesso) che questo benedetto figliuolo ha davvero capacità che, a 11 anni, gli permetto di superare ampiamente l’estensione mentale di un Giurato o di una Marini a caso. Il problema (almeno così pare essere) è che vive in un mondo tutto suo, secondo la professoressa. La depositaria dell’istruzione dei nostri cuccioli, però (eco), non si è spinta troppo in là e l’appuntamento col parrucchiere le ha impedito di valutare il fatto che il giovanotto non vive in un suo mondo, semplicemente non vive in quello dei suoi coetanei. Questo spiacevolissimo inconveniente genetico, preclude al mio nipotino la possibilità di pestare ragazzini più piccoli, bestemmiare come un turcomanno, scimmiottare gli atteggiamenti più idioti degli adulti, dare fuoco a cavallette vive o branchizzarsi dietro qualche bullo figlio di bullone. Alcuni di questi atteggiamenti, secondo noti criminologi, accomunano l’infanzia di serial killer di successo, ma alla veteromaestra questo è sfuggito. E’ sfuggito probabilmente perché traslando queste consuetudini sociali, specchio di una maturità adattativa, si ritrova esattamente la realtà sociale in cui lei e i suoi colleghi si accapigliano per un sabato libero, sfogano astinenze sessuali su chi è in condizioni di subordinazione e danno fuoco a cavallette vive (certe abitudini sono dure a morire).
Io ho conosciuto molte persone dotate. Persone che hanno qualcosa in più, un guizzo, una scheggia di genialità. Tutte queste persone hanno una sola cosa in comune: da bambini si sono sentiti isolati, emarginati e soli. Questi bambini non vivevano in un loro mondo, perché un loro mondo non lo trovavano intorno a loro. Erano solo spaesati e più li guardavano come alieni, più si sentivano spaesati. Sento sempre dire che le cose devono cambiare, che bisogna fondare una nuova cultura sociale, ma se poi qualcuno non è standard, viene bollato come disadattato e considerato peggio dei violenti.
Non voglio fare un’analisi delle funzioni educative delle strutture scolastiche e dei metodi utilizzati, ma dobbiamo tutti sperare che quel disadattato di mio nipote non trovi la strada della socialità prevista dalla sua insegnante. Perché se un giorno gli taglierete per sbaglio la strada in macchina, vi basterà fare un cenno di scuse. Ma se alla guida di quell’auto ci troverete il suo compagno definito “simpaticamente vivace” dall’arguta professoressa in pensione, potete star certi di venire colpiti con vivaci criccate fino allo svenimento.

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martedì 28 febbraio 2006

Genitori in blue jeans


Avete ancora incubi sui tempi della scuola? Che cosa vi terrorizza? Che cosa vi fa svegliare in piena notte sudati come lontre? La prof di mate? Il compito in classe di greco? Arrivare tardi a un esame? Vi capisco, ma il mio mostro onirico-studentesco è un altro: il comitato genitori!!! Il comitato genitori solitamete è formato da un gruppo di madri e padri conviti di essere le uniche unità carbonio esistenti a proliferare, ma soprattutto le uniche a sapere come si educa un cucciolo. Sono creature ultraterrene, probabilmente alieni. Provate a pensarci. Qual è stato il vostro primo pensiero lasciando la scuola? Assoldare dei mercenari veterani del vietnam per cancellarla con il napalm. Loro invece che fanno? Si sposano, fanno figli (gia solo per questo qualcosa di anomalo ci dev’essere) e tornano a scuola!!! Questi esseri, metà assistente sociale metà bidello, passano il loro tempo libero lontani dai loro figli (per loro fortuna) lamentandosi delle mancanze educative delle strutture scolastiche e cercando di incolpare gli insegnanti, che gia sono dei manuali di patologie psicotiche con le gambe, del fatto che i loro figli si droghino, lancino sassi dal cavalcavia e guardino il grande fratello. Converrete con me che la scuola superiore dal punto di vista culturale non ha alcun tipo di utilità. L’unico servizio vero che offre a un branco di megalomani acne-afflitti, è quello di costringerli ad organizzarsi da soli, affrontare i problemi e le assurdità che quegli enormi manicomi presentano ogni giorno. E il tutto senza mammina. Questo benefico effetto è completamente annullato dai famigerati comitiati genitori. Tutta questa premessa per dire che sin da giovane ho maturato un naturale sospetto verso qualsiasi agglomerato di genitori verbo-muniti. Il loro potere è talmente oscuro che mi trovo qui a scrivere queste righe in difesa di… Amici di Maria de Filippi. Non me ne vogliate, la scelta è stata difficile.
Questa la volta è la povera Maria (né vergine né madre) ad avere posta: in sostanza il moige (movimento italiano genitori, in pratica la madre dei genitori…cioè la nonna) ha accusato il programma di essere diseducativo perché “è chiaramente destinato a bambini e adolescenti ed è uno dei più diseducativi e dannosi. Questo perché, volendo passare per leale competizione, è in realtà un esempio di disvalori, scuola di sotterfugio, aggressività e volgarità". Scusate, non vorrei sembrare il solito disfattista, ma questa non è la precisa descrizione della vita?? In pratica è dannoso perchè mette in mostra ciò che poi la vita ti riserverà (nel migliore dei casi). Certo a volte si superano i limiti. Da Maria de Filippi puoi trovare platinette che ti da della “brutta stronza”. Cosa che ti sentirai dire sicuramente anche nella vita, ma almeno non sarà platinette a dirtelo. Forse il moige crede o vuol far credere che il mondo sia una sorta di shangri-la popolato da coniglietti rosa e barbapapà. Sarà anche giusto cercare di cambiarlo, il mondo, ma se non si impara ad affrontarlo si prenderanno sempre dei platinette sul muso. Siamo onesti, la televisione nasconde perle non sufficientemente apprezzate. Guardate Luca Giurato: l’altra mattina ha presentato il presidente dell’associazione italiana ciechi e nell’introdurlo gli ha porto la mano. Peccato che se anche avesse avuto la vista per accorgersene avrebbe comunque avuto difficoltà nel ricambiare il gesto, avendo perso la mano destra nella stessa esplosione che lo ha reso cieco. Come si fa a non ringraziare il dio catodico (o plasmatico) per un genio di tale portata?
L’educazione è un’arte complicatissima, uno scambio tra esseri diversi e unici. Un comitato genitori ha senso come un comitato figli.
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