mercoledì 7 giugno 2006

La revisione del passato ha passato la revisione


Negli ultimi anni in Italia si revisiona tutto. Lo sanno bene i motociclisti che ormai sono costretti a spendere 50 eurini ogni volta che tirano fuori la moto dal box per farsi dire da un tizio con la tuta blu che i freni frenano e i fanali fanalano. Io non ho mai sentito di un centauro che si è sdraiato perché le pinze non pinzavano (piuttosto il contrario), ma quasi sempre per imperizia o idiozia di qualcuno. Poi ai legislatori non interessa molto se un pisquano qualsiasi può mettersi in sella a uno shuttle a due ruote per un cifra modesta, l’importante è che sia certificato che le frecce frecciano. Succede, di contro, che sfortunati centauri finiscano decapitati da guardrail disegnati da Torquemada, ma pare che tutti i 50 eurini non vengano destinati a rendere più sicure le strade ma, meglio, a disseminarle di pistole laser, tanto laser quanto pistola.
Ma torniamo al revisionismo, che fino a qualche anno fa era considerato appena più nocivo di un panino di ethernit al cromo esavalente e più scandaloso di una pubblicità con Rocco Siffredi. In Italia poi si distribuiva del “revisionista” con lo stesso tono di “ ’a fascistone”. Questo perché nel bel paese la cultura (soprattutto quella storica) è sempre stata a sinistra (un po’ come Zambrotta) e se qualcuno provava a metterci bocca era per forza un fascio. Così le diatribe storiche finivano sempre in una triste gara di morti, paragoni zoppicanti tra drammi indescrivibili. Dimenticando spesso che nella storia vivono due anime, una dei fatti, dei contesti sociali e politici, e una delle persone, delle vicende umane e delle scelte personali. Ne ha fatto le spese Roberto Vivarelli, cacciato dalla giunta degli archivi dell’istituto nazionale per la storia del movimento di liberazione, perché ha pubblicato un libro in cui racconta la sua adesioine, quattordicenne, alla repubblica di Salò, a seguito dell’uccisione del padre da parte dei partigiani iugoslavi. E prima di lui Romano, De Felice, ma anche Furet e Solgenizin. Condanne sileziose, in un contesto di ignoranza, in cui solo i fatti eclatanti sono conosciuti e conosciuti male. L’oblio cala su eventi terribili come gli annegamenti di Nantes, Vandea, le persecuzioni dei Kulaki, dei Tartari di Crimea…I depositari del sapere e delle fonti, guardano con l’aria schifata questo castello eretto su solide basi di ignoranza, ma preferiscono fare campagne elettorali che divulgazione e, come direbbe Sartre, spiegano il nuovo con il vecchio e il vecchio l’hanno spiegato con il più vecchio ancora. Dal revisionismo si scivolava rovinosamente sul negazionismo (altro termine di nuovo in voga): ascoltiamo ancora capi di stato parlare del campi di sterminio nazisti come di un set cinematografico, come abbiamo ascoltato l’humanitè francese negare l’esistenza dei gulag e accusare i testimoni di essere spie naziste.
Ma il revisionismo è stato una rivoluzione culturale, a partire dalla disputa degli storici in Germania, passando per l’America (le terre sottratte ai nativi), la grande Russia, la Francia, Israele (che aveva ancora a che fare con libri di testo che parlavano della Palestina come di una terra disabitata), cercando di suggerire agli storici il verso giusto, la giusta prospettiva, perché loro compito sarebbe quello di dimostrare ciò che è successo, non usare la storia per dimostrare qualcosa. In fondo, per usare le parole di Lenin, i fatti hanno la testa dura.
Ora il revisionismo è una di quelle mode molto in, come i pantaloni a vita bassa e un cellulare minuscolo sperso in una macchina enorme. Si revisiona tutto: la storia, le religioni, la politica, lo sport….è una gara a chi abbatte il sistema più grande, più consolidato. Funziona così: si sceglie un bersaglio, possibilmente gia indebolito da secoli di storia, dal disuso, ma soprattutto inoffensivo. Si raccolgono alcuni documenti raffazzonati e le testimonianze di alcuni passanti che non riescono a smettere di ridere durante le deposizioni, si ammanta il tutto di grande ufficialità e autorevolezza e si fa (a scelta) un film, un libro, un documentario per la tv….o tutte e tre le cose in ordine sparso. Per essere sicuri di riuscire, bisogna condire il tutto con grandi ripercussioni sociali lasciate a mezz’aria e complotti talmente intricati che la stessa narrazione finisce per arrotolarsi su stessa e perdersi tra pubblicità e sacchetti di pop corn. Secondo voi un operaio con mutuo a rate infinite, moglie che è passata dallo stato Claudia Schiffer a quello Rosy Bindi nel tempo necessario a tagliare la torta nuziale, figli ribelli come i personaggi di OC e calvizie incipiente, uscirà dal cinema dove è andato a vedere il codice da vinci e dopo aver schiaffeggiato il suo parroco andrà alla sacra rota a stracciare il proprio certificato di battesimo in faccia a qualche cardinale…..oppure (più probabile) tornerà a casa e spaccherà a sprangate il videoregistratore che non ha funzionato facendogli perdere la finale di Champion, ormai unica vera gioia della sua vita?. Questo revisionismo da botteghino ci ha fatto passare da una sana ignoranza a un’ignoranza colta e spocchiosa. Anche perché si presentano spesso rivisitazioni di una storia che non si conosce, impedendo un’analisi decente. In più, oltre a prestare il fianco a fantastorielle di ogni genere, si corre il rischio di perdere di vista interessanti ricerche storiografiche, magari poco eclatanti, che aprirebbero nuovi percorsi di studio, come per esempio il riposizionamento geografico delle epopee omeriche (avventure a braccio) studiato da Felice Vinci (Omero nel Baltico).
E mentre stiamo lì a bearci del fatto che Gesù non era single o che Garibaldi e Gramsci hanno fatto delle marachelle, continuiamo a non accorgerci dei papponi che ci rifilano. Rimaniamo inermi sui metodi da medioevo che ci impone la medicina (qui sì che servirebbe del revisionismo serio), sui milioni di dati e statistiche creati ad arte per farci pensare che un male è un male e che la cura è l’unica salvezza e che milioni di analisi e vaccini ci preserveranno dalla morte (date un’occhiata a questa lettera http://www.beppegrillo.it/2006/06/le_tette.html).
Io sono troppo vecchio, quando andavo a scuola io ancora non si insegnava storia, ma voi che potete, cercate di imparare dalla storia (anche dalla geometria), da quella vera, oppure coltivatevi e proteggete con amore una sana e dignitosa ignoranza.

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martedì 6 giugno 2006

Salto (nel buio) con l'asta


Avete visto quei due siciliani che ogni tanto spuntano tra le due veline mezze nude che ancheggiano? Pare conducano un programma che si chiama striscia la notizia. Mappensatu! Sembra sia uno di quei programmi che scoprono magagne e cospargono letame, spesso su chi se lo merita, a volte un po’ a caso, ma tanto si sa, dai diamanti non nasce niente, dal letame nascon i fior…trallallallà. L’altro giorno, sempre tra un femore snodato e un seno imbizzarrito, ho intravisto dei simpatici giovinastri che, colmi del risentimento che è proprio dei giusti, si sono rivolti alla redazione del suddetto programma televisivo per renderci tutti partecipi della infame truffa di cui sono rimasti vittima.
Questi tecnogiovani, scartabellando tra le virtual pagine di un famoso sito di aste on line, hanno rinvenuto diversi oggetti tecnolussuosi a prezzi davvero incredibili. I focosi, incuranti che “in” posto davanti a credibile nega significando “non credibile”, ci hanno creduto e si sono tuffati come nemmeno Klaus Dibiasi, sulle allettanti offerte. I più non insospettiti dal fatto di poter comprare un plasma nuovo a 500 euri e nemmeno dal fatto che il venditore non accettasse pagamenti in contrassegno (vedere cammello, dare soldi), ma solo in anticipo e su un conto in germania pur essendo dislocato in sicilia, hanno inviato i loro sudati risparmi, al venditore delle meraviglie, aspettando frementi il pacco. E proprio di pacco si trattava.
Va detto, a discolpa degli incautiacquirenti, che il venditore, nel sito di aste, risultava come venditore accreditato e si fregiava di numerosi feed-back positivi (cioè dicevano che era bravo). Anche se i veri intenditori (come michele) sanno che non è difficile crearsi una finta reputazione e turlupinare gli avventati compratori.
Ora possiamo discutere ore su che cosa significhi scaricare mp3 da internet, comprare scarpe in cina o tecnologia di dubbia provenienza. Sento molte persone dire che rubano la musica perché le case discografiche sono ladre (?!), comunque io il sospetto che, potendo scegliere tra un cd a 10 euro e lo stesso cd aggratisè, molti continuerebbero a sceglierlo gratis, ce l’ho. Altri comprano scarpe cinesi fatte da lavoratori sfruttati non protetti dai sindacati (beati loro), mentre il loro vicino di casa che aveva un’azienda tessile ora è in tangenziale vestito come platinette. Possiamo discutere delle implicazioni etiche, morali, economiche anche qualitative. Perché probabilmente chi scarica mp3 sa di non doversi aspettare un audio da alta fedeltà, chi compra scarpe in cina sa che rischia di vedersi arrivare delle scarpa da ginnastica, con la zeppa, numero 35. Insomma facciamo scelte, se vogliamo corriamo rischi e dobbiamo accettare le conseguenze. Se uno entra in un sito di aste on line, che avverte che comunque non può tutelare al 100% la riuscita delle transazioni, e trova un plasma, che io comune mortale porto via da media world non senza aver lasciato alla simpatica e sorridente cassiera un paio di migliaia di euri, a 500 euri, che deve mandare anticipati a un tizio che sta in sicilia su un conto in germania……be’ proprio tutti i diritti di lamentarsi non ce li ha. Voglio dire se trovi il malandrino, una bella corcatina gliela puoi anche dare, ma addirittura denunciare pubblicamente la truffa mi sembra eccessivo. Altrimenti tutti noi comuni mortali dovremmo urlare alla truffa ogni volta che diamo i 2000 eurini alla gentile cassiera di media world.
Provate a pensare: se trovate un pescivendolo che vi propone un merluzzo dorato della patagonia a mezzo euro al chilo spacciandolo per freschissimo, probabilmente vi viene il sospetto che quel merluzzo sia stato fresco nel ’74. Però potete decidere di rischiare di ritrovarvi un tubo in orifizi reconditi e un’infermiera che vi guarda con aria di compatimento. Se un “normale” pescivendolo ve lo fa pagare come un diadema probabilmente pensate che è un ladro ma potete anche pretendere che quel pesce sia talmente fresco che un buon veterinario potrebbe ancora salvarlo.
Insomma io e la cassiera del media world non dico che siamo contenti del pacco rifilato ai giovanotti di cui sopra, ci va anche bene che uno ci provi a trovare sistemi alternativi di risparmio o guadagno, ma crediamo (anche la cassiera) che sia anche giusto che per ottenere grandi vantaggi si rischi un po’ più di noi che guardiamo i cataloghi di uni euro pensando che il profumo della vita sa un po’ di marcio.

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Giù le mani da Caino, ma datene una a Abele


Il caso D’Elia sta rimbalzando nei blog come la palla pazza che strumpallazza e quasi ovunque viene citato l’articolo apparso su il giornale (certo non potevate sperare di trovarlo su repubblica) che riassume efficacemente i fatti e una certa quantità di sdegno. In due parole, per chi non è blogrimbalzato: Berardi, figlio di maresciallo sparato da brigatisti alla schiena (per non smentirsi), si insolentisce per presenza in parlamento di ex prima linea condannato a 25 annetti (scontanti 12) in processo omicidio Dionisi. Gesto simbolico: copertura ceppo funebre con epitaffio “Se non ci sono più gli assassini allora non ci sono più neanche le vittime” (massima sintesi, se volete sapere di più informatevi, mica posso dirvi tutto io che diamine).
Tanto per andare controcorrente come salmone che insulta la natura capovolta, invece di segnalare lo sbigottimento dei familiari dei caduti o l’esposto di Giovanardi, sbatto in prima pagina alcune frasi di una lettera aperta del neoparlamentarebrigatistapentito:
“Se qualcuno, ancora oggi, dopo trenta anni, vuole cristallizzare la mia vita nell'atto criminale di allora (che non ho materialmente commesso) e non tener conto della semplice verità che l'uomo della pena può divenire un uomo diverso da quello del delitto, rischia di non cogliere il senso profondo della giustizia, del carcere e della pena descritto dalla nostra Costituzione. Ho pagato con 12 anni di carcere il conto che lo Stato e la legge italiana mi hanno presentato per ciò che ho fatto o non fatto”. Come non concordare. Sono anni che cerchiamo di far diventare le carceri un luogo di redenzione e reinserimento, una volta che succede ci lamentiamo? Chi di noi non vorrebbe una seconda possibilità nella vita, poter ricominciare da capo? Un uomo dovrebbe averne ragionevolmente diritto. Del resto la Tamaro ha potuto scrivere più di un libro e Muccino continua a fare film. Insomma se vogliamo far valere il teorema errore pentimento redenzione e ricostruzione, direi che potrebbe anche essere preso ad esempio un uomo che ha combattuto lo stato e ora prova a ricominciare lavorando per lo stato. Allora dov’è l’inghippo….perché sapete (se leggete il blog) che prima o poi ne tiro fuori uno. L’inghippo sta nel fatto che a forza di preoccuparci di Caino stiamo lasciando crepare come un cane il povero Abele. Alle vittime di guerre assurde non viene tributata la giusta attenzione, ma se vogliamo dire cinicamente che è meglio preoccuparsi dei vivi che dei morti, diciamo pure che i parenti delle vittime sono letteralmente abbandonati a se stessi. Se arriva qualche risarcimento, medaglietta o lapide è grasso che cola. Ma non si tratta solo di questo (fosse così chi se ne frega delle parole e dei soldi). Si tratta del fatto che spesso i parenti di chi è caduto combattendo contro i terrorismi rossi e neri, vivono nel terrore. Qualcuno viene minacciato, vengono profanate le tombe dei loro cari e non vengono protetti e degnati di attenzione da nessuno.
C’è una cosa che non si può non considerare. I carnefici e i membri delle loro organizzazioni terroristiche sono comunque persone in grado di uccidere. Persone che hanno quel qualcosa dentro che gli fa credere di poter decidere della vita e della morte di loro simili. Mentre i magistrati i politici uccisi e i loro parenti, sono persone che non possono difendersi da questa violenza e questa guerra non è finita. Chi pensa a loro? Quasi nessuno ve lo garantisco. Tant’è che si sono dovuti riunire in associazioni per sentirsi un po’ più forti. Tant’è che in parlamento ci sono 15 progetti di legge a favore di amnistie, indulti, grazie, graziella….con la firma di 47 deputati, mentre per le vittime del terrorismo ce ne sono tre dico tre, con la firma di 5 deputati.
Allora qui il problema non è se sia giusto dare o meno una seconda possibilità a chi ha sbagliato e si è pentito, la questione è che le vittime dovrebbero avere quantomeno la stessa attenzione, lo stesso riguardo che si sta dando ai carnefici pentiti. Almeno la stessa, ma credo ne meritino un po’ di più. Perché comunque molte di queste vittime sono ancora in attesa che venga fatta non dico giustizia ma almeno luce sulle loro vicende. Come si fa a ricostruire il futuro senza conoscere il passato, senza sapere quali sono stati gli errori e gli erranti?. Sulla strada dell’evoluzione politica e civile c’è sicuramente la riabilitazione di chi ha sbagliato, ma ci deve essere il sostegno totale per chi ha subito, per chi ha sofferto, per chi continua a vivere ingiustamente nella paura e nella mancanza dei propri cari.
Chissà, sarebbe bello se proprio D’Elia facesse qualcosa per le vittime del terrorismo ora che ha del potere politico. Sarebbe bello se fosse proprio lui a far capire agli Italiani, oltre al suo stato d’animo, quello di chi non ha avuto scelta, quello di chi è costretto a combattere, non avendo le risorse per farlo. Io Caino non lo voglio toccare (mi sta antipatico solo a guardarlo), ma nessuno vede che c’è ancora molto da fare per Abele?

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lunedì 5 giugno 2006

Sai di trovarti in Italia se....

Quelli che potrebbero essere i migliori politici e allenatori della nazionale di calcio, curiosamente fanno tutti i barbieri o i tassisti.
Un’associazione per la difesa delle zanzare fa promulgare una legge contro l’uccisione degli insetti emofagi spingendoli a diventare vegetariani……un’orda di coltivatori imbufaliti, marcia su roma armata di zucchine con le bolle.
Nessun uomo riesce a fare sesso per meno di quattro ore di fila.
Nessuna donna ha meno di 8 orgasmi a rapporto. Tre, secondo la questura.
Guidando per strada si ha l’impressione di trovarsi in Inghilterra.
All’ingresso del box di casa tua, ti hanno costruito una rotonda.
Alla rotonda, la precedenza ce l’ha chi entra alla velocità più elevata.
Il tuo medico di base ti prescrive delle medicine, poi ti chiede che cos’hai.
Cambi medico, perché non ti prescrive abbastanza medicine.
Le cure fanno più paura delle malattie.
I pensionati rapinano i tossici all’uscita dell’ufficio postale.
Cambi più spesso il cellulare che le mutande.
Ci si sposa in chiesa, anche se l’ultima volta che sei andato a messa officiava San Pietro.
Una mattina scendi assonnato al solito bar e ci trovi una moschea, dove peraltro fanno un cappuccino imbevibile.
Il tuo professore di ginnastica è così anziano che il suo numero di telefono è 7.
La tua professoressa d’italiano parla avellinese stretto.
Pare che tutti quelli che hanno il cognome uguale si accordino per lavorare nello stesso settore.
Quando ti dimentichi a che ora dovevi vedere la tua amante, puoi tranquillamente chiedere al messo comunale, lui lo sa sicuramente.
Dicendo idiota a un extracomunitario idiota becchi del razzista, dicendo idiota a un razzista idiota becchi una medaglia.
Con la stessa logica, se difendi il panda sei un bravo ecologista, se difendi lo stercorario sei uno psicopatico.
Prima di uscire di casa, tua madre ti fa le solite mille raccomandazioni e tu rispondi che stai solo andando a fare l’annuale controllo alla prostata.
In coda sulla Salerno Reggio pensi che avresti fatto meglio a prendere il treno, poi ti ricordi che quando sei entrato in autostrada le ferrovie ancora non esistevano.
La figlia del tuo vicino si chiama Brooke Cutuzzoni
I politici vogliono intervenire nel mondo del calcio per liberarlo dalla corruzione, il nepotismo, l’arrivismo, la brama di potere e la speculazione a fini di lucro!!!??!!!
Ogni singolo lavoratore è l’unico essere umano che lavora davvero al mondo.
I dipendenti degli uffici pubblici potrebbero fare tranquillamente le rock star o i magnati del petrolio, ma qualcuno li costringe a timbrare permessi di soggiorno o fare visure catastali, tenendo in ostaggio i loro parenti più prossimi.
E’ normale scannarsi tra parenti o condomini, ma ci si scandalizza se non si riesce ad integrarsi con le tribù della manciuria.

Ma soprattutto puoi essere certo di trovarti in Italia se senti dire ovunque:

Il paese è spaccato in due
Io lo dicevo da anni
Per me è stata lei
Quello è un mafioso
Brad Pitt non mi piace per niente
E’ colpa dei cinesi
Io sono contro le marche
E dell’abruzzo ne vogliamo parlare?

giovedì 1 giugno 2006

Palla contesa, palla alla difesa


Una cosa è certa, in tutta la faccenda “grazia a Bompressi”, il clemente Mastella si muove come un cieco in un negozio di mine (non quelle per le matite). Come è antica usanza in Italia, un enorme polverone di chiacchiere inutili, vuote, mal supportate da precarie conoscenze di rimbalzo, finisce per insabbiare le questioni fondamentali, i fatti, le persone.
Tra le centinaia di commenti euforici o indignati sulla grazia a Bompressi, che la gente, i giornali, i politici, si sputano intorno come palline di carta bavose con la bic, non ho rintracciato un’analisi una, sui motivi, su cosa ci ha portati davvero a fischiare questo inevitabile fallo di confusione. Molti dei grilli parlanti che si cricriccano addosso in questi giorni ripetendo “un assassino in libertà” o “giustizia è stata fatta”, a seconda del loro manto, sanno poco o nulla di ciò che è successo negli ultimi 34 anni, dal giorno in cui, un tizio fece sfoggio di coraggio sparando alle spalle a un altro tizio per poi darsi alla fuga accennando così anche alla propria dignità. La fortuna di questi grilli è che spesso i pinocchi a cui parlano ne sanno meno di loro.
Partendo dal non facile presupposto che Bompressi, Sofri e Pietrostefani siano realmente mandanti e autori dell’omicidio Calabresi, si può provare a valutare le ragioni che possono portare lo stato a graziare un individuo riconosciuto come assassino e come “nemico dello stato”.
Si è parlato molto, per esempio, dei motivi di salute. Bompressi è caduto in una profonda depressione dopo il suo arresto (non che gli altri carcerati inscenino danze di giubilo chiusi nelle celle) e, tra scarcerazioni, breve latitanza, cure e arresti domiciliari, l’ex lc è parso in via di miglioramento. I periti, non solo di parte, certificano che un ritorno in carcere potrebbe essere pericoloso per la salute del condannato. Così rimane agli arresti domiciliari, con i familiari e le cure del caso. Problema salute risolto, anche in considerazione del fatto che nelle patrie galere soggiornano persone (magari anche in attesa di giudizio) in condizioni, se è possibile, peggiori, tra aids, droga e sindromi psicogene.
Non si può nemmeno dire che Bompressi abbia ormai pagato il debito che lo stato ha reclamato, avendo scontato pochissimi anni di prigione.
E infine la teoria politica. Gli ex leader di lotta continua sarebbero prigionieri di una guerra ormai persa e la clemenza col nemico sconfitto è atto di civiltà e simbolo di crescita sociale. Guerra…. È un discorso che danza tra filosofia e assurdo (cioè sta fermo). E’ già abbastanza acrobatico definire guerra, l’attacco armato e violento contro il sistema democratico in cui si vive, per la personale intenzione di farlo diventare qualcosa di più consono ai propri desideri. Ma questa guerra è davvero finita? Senza scomodare i delitti Biagi e D’Antona, senza soffermarsi troppo su Lioce e compagnia, nel sottobosco eversivo italiano prolificano e “agiscono” ancora estremismi di destra o sinistra (spesso anche ben organizzati e sostenuti), che mietono vittime e calpestano diritti senza alcun ritegno. Quindi non può essere nemmeno questo.
Allora ti viene da guardare indietro. L’omicidio Calabresi è avvenuto in un contesto storico e sociale impossibile da descrivere in uno stupido blog come questo. Comunque gli esponenti di lotta continua si sono sempre professati innocenti, anche se hanno ammesso di aver attuato nei confronti del commissario una vera e propria campagna di linciaggio in relazione alla morte dell’anarchico Pinelli. Un linciaggio, che a detta dello stesso Bompressi avrebbe potuto spingere qualcuno ad uccidere Calabresi. I processi iniziano molti anni dopo, basandosi essenzialmente sulla testimonianza del pentito Marino (poi messo in libertà) che accusa se stesso e lotta continua. Da questo momento comincia un can can processuale (comunque abbastanza tipico in Italia) fatto di assoluzioni, condanne, vizi di forma, sparizioni misteriose di cose e persone, pressioni politiche, ricchi premi e cotillon. Vengono alla luce anche piste alternative che sbandano paurosamente a destra, ma la conclusione è che gli imputati vengono riconosciuti colpevoli e condannati a circa 22 anni di carcere in un contesto che sbalordì molte persone e comunque in assenza di prove inconfutabili.
Non entro, per ovvi motivi, nel merito delle sentenze e nemmeno delle brutture che tutti i movimenti estremistici politici extraparlamentari hanno generato (con tutte le collusioni che vogliamo considerare) negli anni di piombo e continuano a generare anche oggi. Quello che è certo è che il caso lotta continua (8 processi) è stato un pasticciaccio brutto brutto che come spesso accade in Italia, aggiunge vittime a vittime e non lascia trapelare chi ne trae davvero giovamento. Ecco perché questa grazia è un altro pasticcio. Perché se Bompressi è davvero colpevole non si capisce perché un omicidio politico debba essere trattato diversamente da qualsiasi altro (è pur sempre un uomo che è stato vigliaccamente ucciso) e comunque diverso dagli altri omicidi politici. Quindi l’ingiustizia colpisce altri colpevoli e colpisce di nuovo la vittima e i suoi familiari, anche se più nei modi che nel gesto. La moglie e il figlio, che all’epoca aveva due anni, solo due anni, hanno già vissuto 34 anni di dolore e tristi giochi di prestigio, penso che il perdono dovrebbe venire anche da loro, ma non solo il perdono per i colpevoli.
Se invece Bompressi è innocente o comunque se è stato giudicato in modo approssimativo o politico (che spesso coincidono) allora questo ha il sapore di un colpo di spugna, crea l’immagine di uno stato che dice “va be’ forse avemo fatto ‘n casino, facciamo tutto a monte?”.
In questo caso le vittime siamo tutti noi.
Appare troppo facile mascherare questo gesto come atto di grande civiltà politica. Perché non si riprende piuttosto in mano tutta la questione in modo più chiaro? E se non si può perché non viene spiegato il motivo? I motivi della distruzione della macchina usata per l’omicidio (mandata allo sfasciacarrozze perché priva di bollo), delle sparizioni di reperti (perché non c’era posto dove metterli), di improvvisati circhi giudiziari….
Così non ci liberiamo dei problemi, li nascondiamo, forse Bompressi è davvero colpevole, ma una grazia non significa altro che “sei stato tu, ma ho motivi per perdonarti”. Questo non rende giustizia a nessuno, nemmeno a Bompressi. Non è un gesto umano e nemmeno politico, solo il vecchio intramontabile tarallucci e vino, dell’italian style.

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sabato 27 maggio 2006

Gli angeli della santa croce


L’altra sera ho saltato la cena e sono andato al Festival Letterature, Roma, serate in serie alla Basilica di Massenzio, incastrate fra Fori Imperiali e Colosseo, cielo striato di nubi all’ora del tramonto, piccioni in volo resi rilucenti e sintetici dalle fotovoltaiche, né caldo né fresco come in queste sere di prima dell’estate, era all’aperto e così alcuni fumavano, un modo come un altro per tirarsela da intellettuali aggràtis, noi eravamo seduti sulle sedie di plastica però c’era pure un mucchio di esseri umani in piedi, e questo creava una certa atmosfera su quelle sedie di plastica messe in mezzo a un pezzo di monumento di città, che strano. Poi, dopo, quand’è finito tutto, siccome avevo saltato la cena sono andato in cerca di un kebab ma Al Basha, che lo fa molto buono, era chiuso per ferie (ottima scelta, come periodo) e allora alla fine ho cenato con un gelato, pensa te.
Vabbè, torniamo al Festival, il cui programma di ieri annoverava una lettura (reading, se vuoi parlare cool) di Santacroce Isabella, di professione principalmente scrittrice, e poi una cantata (singing, se vuoi parlare cool) di Nannini Gianna, di professione principalmente cantante. Quest’ultima, ogni volta che la vedo, mi fa pensare a suo fratello che era pilota di Formula 1 e allora dico: che famiglia.
Il reading di Isabella titolavasi Requiem ed era musicato da un signore che si chiama DJ Evol (rovesciato Amor, viene Roma), e aprivasi con Isabella vestita di nero coi calzettoni bianchi e le scarpe coi tacchi e la maschera black-latex (lei fa spesso così) e alcuni performer con cartelli e alucce da angelo appiccicate sulle scapole e qualcuno pure con l’aureola messa su col fildiferro. I cartelli recitavano: “Cacciare un angelo? Mai”.
Lo spettacolo proseguiva con la cacciata di questi angeli a opera di certi signori in giacca e cravatta che sembravano tipo i buttafuori delle discoteche. Molto realistico. Isabella, che ha avuto un’infanzia difficile (lo ha detto lei nel reading, mica io) s’è un po’ incazzata e ha reagito con virginale ritrosia. Intanto però s’era capito che gli angeli non erano angeli-attori-performer ma attivisti-manifestanti dell’Angelo Mai Occupato (www.angelomai.org), un centro sociale che rischia la temporanea chiusura e il trasferimento coatto in una nuova sede che però sarà pronta (si dice) fra due anni, e che è fuori città invece che in centro. L’Angelo Mai è noto, fra l’altro, per il “Laboratorio aperto di arti e culture”, che rischia di interrompere l’attività e per i prossimi mesi ha preparato una programmazione che si chiama “l’estate precaria di Angelo Mai”. Chiusa parentesi.
Insomma, con questa storia il pubblico s’è insolentito e c’erano alcuni che urlavano lasciateli parlare, altri che urlavano mandateli via che vogliamo sentire la Santacroce, e non s’è rischiata la rissa secondo me solo perché se uno fa l’intellettuale non può menare le mani, se no si confonde coi politici.
Alla fine è nato il compromesso di mettere da parte gli angeli per un po’, dunque Isabella ha potuto svolgere un sacco di attività: leggere le sue cose con la s moscia, cantare un po’ come le veniva, accennare una curiosa danza sciamanica sul finale e così via. È stata talmente sopra le righe da inchiodare il pubblico. Ammirevole nel suo funzionare nonostante tutto, nonostante sé stessa. Il trionfo dell’individuo.
Intanto gli angeli se n’erano stati sistemati di lato rispetto alle sedie di plastica. Custodi.
Poi quando Isabella ha finito è arrivata sul palco Gianna e suonando il pianoforte ha cantato con una voce impossibile per una così mingherlina, e alla fine s’è scoperto che le due (lei e Isa) sono amiche e hanno girato insieme un video in Giappone. Nella vita non si finisce mai di imparare.
Però Gianna è stata più buona con gli angeli, perché non ha fatto la ritrosa e alla fine dello spettacolo ha ceduto loro il palco, e così una signorina molto educata con le alucce sulle scapole, che usava correttamente i congiuntivi e che perciò col cazzo che andrà mai in televisione, ha spiegato in otto righe le ragioni degli angeli con un’educazione e una chiarezza fantascientifiche. Come se non bastasse s’è scusata più volte con Isabella per averla turbata con l’apparizione prima dello spettacolo, e sarebbe stato bello se le scuse fossero state reciproche. Mentre sul palco si svolgeva tutto ciò, metà del pubblico abbandonava le sedie di plastica credendo che angelo mai fosse diavolo sempre, e i display dei telefonini di nuovo finalmente vivi segnavano inspiegabili traiettorie culturali sotto lo sguardo smarrito degli angeli. Un’ora prima Isabella aveva fatto sapere che solo quando sarebbe stata perfettamente immobile, solo allora, non avrebbe più potuto fermarla nessuno.

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venerdì 26 maggio 2006

Datemi un martello (e vi restituirò un dito)


Oggi mi sono imbattuto in un sito abbastanza curioso: http://www.fuh2.com/ . Sconsiglio chiunque volesse dilettarsi nello sviluppare l’acronimo che compone l’indirizzo a cimentarsi nell’impresa, dato che è piuttosto ardua. La soluzione all’enigma trova la sua manifestazione nella frase “Fuck you and your H2”, che mi accingo ad articolare per chi non è pratico di motori e di lingua anglofona. La traduzione letterale recita un signorile “vaffanculo te e al tuo H2”, dove la sigla identifica un modello di auto particolarmente apprezzato da milionari di variegato lignaggio nonché particolarmente odiato da una sempre crescente comunità di normali utilizzatori della strada.
Le motivazioni che hanno fatto nascere questo sito sono a dire il vero abbastanza comprensibili: per l’utente medio, infatti, quest’auto rappresenta abbastanza bene il “demonio” della strada. È infatti un fuoristrada costosissimo, ingombrante, altamente inquinante e chi più ne ha più ne metta. L’autore del sito snocciola una serie molto assortita di motivazioni per le quali bisognerebbe, in effetti, odiarla. Ne cito alcune:

  • esteticamente è una via di mezzo tra un furgone, una station wagon e un mezzo militare, senza avere alcun pregio di ciascuna delle categorie sopra citate
  • vista la notevole massa a pieno carico, questo veicolo non rientra nella categoria delle automobili “comuni” e in ragione di ciò non deve sottostare ai limiti di efficienza energetica che la legislazione americana prevede (l’autore cita un consumo medio, che peraltro la Casa non è obbligata a dichiarare, di circa 10 miglia per gallone, che calcolatrice alla mano fa 2,35 km/litro). Seguono considerazioni sul fatto che mentre i “fratelli americani” stanno in medio oriente per salvare il futuro delle riserve di combustibile fossile, pochi fortunati e spreconi guidatori dilapidano il pregiato derivato dell’oro nero
  • la H2 è una macchina della morte, dato che in caso di collisione con una normale utilitaria – vista la massa e la carrozzeria da “blindato” – “You can kiss your ass goodbye” ovvero puoi salutare questo mondo


Senza voler stare a disquisire sulla leicità morale di queste motivazioni (che per quanto esagerate si basano su principi assolutamente condivisibili), quello che veramente è impressionante è la quantità di persone che si trovano d’accordo in questa crociata contro uno dei veicoli (non dimentichiamoci che l’america è da sempre abituata a vetture “extralarge” e gli americani non sono mai stati particolarmente attenti agli sprechi) che sta rapidamente diventando il più odiato dei tempi moderni. E non solo per i motivi sopra citati: anche in Italia, per esempio, la fazione anti-SUV (gipponi, fuoristrada o Sport Utilità Vehicle che dir si voglia) è sempre più nutrita, costantemente fomentata dalla maleducazione dei guidatori (che si esibiscono sempre più spesso in parcheggi molto “creativi”), dalla incapacità degli stessi di guidare mezzi che sfiorano tranquillamente le due tonnellate e soprattutto dall’invadenza che pachidermi di questo tipo hanno sui centri urbani come quelli italiani. Mischiata, inutile negarlo, ad una punta di invidia che gli status symbol sono sempre e comunque in grado di generare. fuh2.com, quindi, fondamentalmente non ha inventato niente di nuovo no? Non esattamente: anziché fomentare la violenza privata, lo sfregio della fiancata o l’accoppiamento coatto con il conducente, l’ideatore del sito ha adottato una forma di protesta piuttosto curiosa: ogni volta che incrociate un H2, fatevi scattare una foto in cui mostrate il dito più lungo di una mano a vostra scelta e inviatela al sito per la pubblicazione. Trattasi questo di delitto perfetto, in quanto è un gesto sufficientemente denigrante per far sfogare il già plurifrustrato automobilista medio e soprattutto è raramente capace di innescare la “sindrome di Montecristo” (vedasi Sputare contro il destino dell’umanità), apparentemente inapplicabile vista l’evidente insussistenza del requisito fondamentale (“Colui che invece signoreggia una vettura di scarso valore” … (omissis) ). Per amor di verità occorre precisare che pur stante l’insussistenza della condizione di cui sopra la sindrome può ugualmente manifestarsi a causa dall’elevato livello di testosterone del conducente (celodurismo compensativo recidivo).
Detto ciò, e avvisati delle possibili conseguenze, se sposate la causa non vi resta che partecipare all’iniziativa. Prima di voi lo hanno già fatto in tanti, tantissimi, ed è forse questo l’aspetto che più impressiona. Basti pensare che in tre anni il sito ha raccolto oltre 3400 foto (circa 3 al giorno, se vi pare poco…) e il fenomeno non accenna a ridursi…


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mercoledì 24 maggio 2006

Holden, Barney, Fedro eccetera eccetera


Lost (arguta commentatrice) mi ha fatto venire in mente l’acchiappatore nella segale, noto tra i controintellettuali da salotto, come Il giovane Holden, di Salinger. De Il giovane Holden non bisognerebbe parlare: è un po’ come lo zen, se ne parli, non è zen. Purtroppo l’ormai mitico libercolo è diventato, come spesso accade a tutto ciò che è innovativo e “funziona”, la bandiera di tutti quelli che vogliono far vedere di essere innovativi e funzionali. Così bisogna sorbirsi tutti questi surfisti delle onde della controcultura (leggasi: non mi va di farmi una cultura ma ti faccio credere che è una scelta culturale) che ti sputacchiano in faccia mezze citazioni o codici holdeniani come semini di anguria sulla spiaggia. In televisione imperversano questi personaggi che infamano la televisione e i suoi personaggi, cercando di far vedere che loro sono diversi ma vogliono gli stessi vantaggi derivanti dall’essere personaggi della televisione (tipo conoscere Nina Moric ed entrare al billionaire, ma con l’espressione schifata). O panettieri che ti sbattono in faccia il loro orgoglio di essere panettieri (che fa molto umilefigo, stile espressione profonda appoggiato a una colonna della discoteca), salvo poi farti notare che il loro bagaglio culturale da salotto va ben oltre quello di un impastatore medio. E te lo dimostrano, per esempio, dicendo di adorare Bob Marley, ma non No woman no cry, adorano una budleg registrato con un mangianastri mentre Marley vomitava su un’amaca dopo un marjuana party. Avuto tramite il loro amico rastafari (che ha capito tutto della vita, mica voi ottusi e fagocitati dai modelli occidentali). Per non parlare dei finti trasandati che epitaffiano qualsiasi cosa, anche un neo col pelo, rendendo aggettivo l’ultimo nome che hanno letto sull’aletta di un libro sfogliato, malcelando profonda comprensione, nel bookcaffè più in voga del momento: è molto mucciniano o ha un retrogusto pasoliniano o si intravede un non so che di vattelapeschiano. Se sapessero che il buon JD si rifugiò in un bosco disabitato sparando a qualsiasi cosa si muovesse a meno di un chilometro da casa sua, proprio perché schifato da questa gente, forse si sentirebbero meno cool di quello che pensano. Va bene, in realtà era schifato da tutti, ma mi piace pensare che questi gli procurassero proprio delle ulcere perforanti.
Bisognerebbe avvertire questi intellettualoidi da palcoscenico che Salinger nei salotti non tira più. Ora se non conosci Mordecai Richler, non tieni buttata sulla tua le corbusiere, con un disordine studiato, una copia de La versione di Barney e non distribuisci cinismo di alto profilo come se piovesse, non sei nessuno. Ma Barney non è uno scherzo: il gusto autoerotico di essere ebreo e antisemita, la questione francofoni in canada, il politically uncorrect (very much uncorrect)…..e poi è lungo….altro che giovane Holden. Con Pirsig è andata meglio, c’era lo zen, la motocicletta, sì c’era un po’ di filosofia ma potevi saltare le pagine e la storia manteneva un filo…..però anche quello è lungo: a tenerlo sotto braccio insieme ai giornali arrotolati, il tuo profilo austero da saggio in incognito veniva trasfigurato in quello da facchino sudato.
A me l’acchiappatore nella segale è piaciuto molto, ma non mi ha cambiato la vita, nemmeno ha segnato una qualche svolta. Per dirla tutta a me di Salinger ha fatto impazzire Un giorno ideale per i pesci banana (dei Nove racconti), ma l’ultima volta, al lunedì bene, mi hanno riso in faccia. Penso invece a mia sorella, che giunta all’ultima pagina del libro, si è imbarcata su un cargo battente bandiera panamense e, sbarcata negli stati uniti, ha setacciato i boschi d’oltreoceano, combattendo contro grizzly e formiche assassine, per trovare Salinger e vivere accovacciata in un angolo dei suoi pensieri. Ecco lei deve davvero detestare chi riveste la propria immagine sociale con la copertina bianca de Il giovane Holden. Lei non parlerebbe mai di quel libro, perché è convinta che non si possa spiegare, perché quello che sente è solo suo. Che poi sono buoni tutti a fare i colti con un libro pieno di “eccetera eccetera” e compagnia bella….fai il colto con L’essere e il nulla, saggio di ontologia di 800 pagine o con la dimostrazione del teorema di Fermat!
Io, come molti altri scribacchini come me, devo qualcosa al vecchio JD, perché è entrato a comporre una parte del mio inchiostro, insieme ad altri miei maestri che rinnego in nome di una rivendicazione di stile personale. Come molto devo a Woody Allen (chi non gli deve qualcosa?). E probabilmente proprio per questo li tengo nascosti, per non farmi contagiare troppo.
Preso da euforia tardo adolescenziale sono andato a ripescare il libro e l’ho sfogliato distrattamente, sapendo benissimo dove volevo andare a parare. Mi sono riletto la scena della discussione col tassista sulle anitre del laghetto in central park. Ma non perché la trovi particolarmente significativa o profonda, solo perché ogni volta che la leggo (giuro, ogni volta) mi devo fermare perché le lacrime mi appannano la vista…..penso che non ci sia niente che mi faccia ridere così tanto e il peggio è che non ho la minima idea del perché. Voglio dire, lo stralcio è sicuramente colmo all’inverosimile di archetipi del disagio giovanile, di risvolti patogeni dell’integrazione sociale, di realtà opprimenti sullo sfondo di individualismi repressi…….ma a me fa sbudellare dal ridere. Mi toglieranno 5 punti sulla tessera della biblioteca, ma preferisco mantenere la mia onestà intellettuale.

Se non ve lo ricordate….capitolo XII (hehehe mi viene da ridere solo a dire capitolo XII)

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lunedì 22 maggio 2006

Sputare contro il destino dell'umanità


Un aspetto poco gradevole del destino dell’Umanità si evince osservando l’Umanità che si muove nel traffico di un insediamento umano densamente popolato di umani. In tale habitat è possibile osservare come gli umani esercitano il loro diritto alla mobilità, taluni secondo natura, ovverosia deambulando sui loro arti inferiori, talaltri secondo tecnologia, ovverosia conducendo veicoli motorizzati (nel caso degli umani in grado di farlo, che sono pochi) oppure arginandone alla meno peggio i movimenti (nel caso degli umani con abilità cinestetica di livello medio).
Gli umani amano autoriferirsi a una dicotomia che vede contrapposte le figure del pedone e dell’automobilista, dimenticando che per passare da una categoria all’altra basta salire e scendere da una vettura. In realtà esiterebbero anche i conducenti di velocipedi a motore, ma sono un genere terzo al di fuori da certi giuochi di potere. Sempre a proposito di giuochi, negli scacchi i “pezzi” più sfigati si chiamano anch’essi pedoni, e questo la dice lunga sulle dinamiche della grande scacchiera della vita.
È chiaro che il perno della questione non è sociale ma comportamentale: gli umani racchiusi all’interno di autovetture manifestano un irrefrenabile istinto alla sopraffazione di loro simili che si muovono a piedi (salvo rivedere la loro posizione a parti invertite).
Conscio di questa curiosa distorsione, l’umano consesso ha predisposto convenzioni atte a riparare i pedoni dall’essere regolarmente sopraffatti, non già allestendo barriere fisiche a loro protezione, bensì predisponendo segnalazioni luminose oppure grafiche d’indirizzo cognitivo. Esempio: l’automobilista il quale si trova davanti una luce rossa deve arrestare la sua autovettura e permettere al pedone il quale si trova davanti una luce verde di attraversare la strada. Altro esempio: ove un tratto di strada sia ornato di larghe strisce bianche trasversali, il pedone gode della precedenza d’attraversamento. Questo in teoria. In pratica il pedone – luci verdi o luci rosse, strisce bianche o meno – attraversa solo quando non ci sono auto che sopraggiungono. Questo perché il pedone ha il comprensibile obiettivo di riportare il sedere a casa, anziché lasciarlo sul cofano d’un’autovettura. Sempre in teoria, l’automobilista prepotente sa che giammai incorrerà in (teoricamente previste) sanzioni amministrative: sarebbe troppo faticoso, per gli impiegati della strada, multare gente che pettina le vecchiette usando lo specchio retrovisore della sua Cayenne, dal momento che prima o poi la stessa Cayenne sarà fotografata da un autovelox senza fatica e con maggior utile economico.
Orbene, anche in una situazione di vacanza dell’esecutivo, il pedone può rimediare a tutto questo in modo semplicissimo: trovandosi sulle strisce pedonali, ovvero dinanzi a una luce semaforica di colore verde, può sputare contro le vetture di coloro che gli negano la precedenza. È quanto consiglia l’APRI (Associazione Pedoni Reazionari e Ignoranti) in un recente comunicato che è pure una sorta di “manifesto” comportamentale. Preziosi i consigli raccolti nel documento, che raccomanda, per esempio, di non sputare mai sul parabrezza: gli effetti del gesto sarebbero neutralizzati dal pronto azionamento dello spruzzino lavavetri e del tergicristallo.
Indirizzando lo sputo, invece, contro il finestrino laterale, si possono cogliere risultati di maggior interesse: se il cristallo è sollevato, si è sicuri che la patacca di saliva (o catarro, se si è tabagisti oppure si soffre di patologie dell’apparato respiratorio) resterà a lungo ben visibile sulla sua superficie, procurando sgomento nel conducente del veicolo; se invece il cristallo è abbassato, si può addirittura sperare di colpire il guidatore in faccia oppure sui vestiti, o quanto meno di lordare l’interno della vettura.
Naturalmente un atteggiamento del genere può essere mal gradito dall’automobilista di turno, il quale, congetturando d’esser passato dal torto alla ragione solo per un po’ di saliva, potrebbe assalire il pedone a mani nude come con armi da fuoco (a seconda dell’indole, dell’orientamento politico, della dotazione personale eccetera).
Per tale ragione l’APRI ha predisposto un prontuario che aiuta il pedone a riconoscere il potenziale reattivo degli sputandi prima di sputare contro di loro, e in tal modo modulare il rischio in base all’esito sociale che vuole ottenere. La categoria meno pericolosa sono le signorine e le signore in generale, tanto pronte ad asfaltare chi attraversa sulle strisce quanto remissive nei confronti dei pedoni sputanti (“Inibizione da raccapriccio”).
Più complessa la natura dell’Uomo. Di solito chi conduce una vettura elegante e costosa tende a togliersi dalle palle tenendosi lo sputo ricevuto, poiché teme che a quello possano seguire – da parte del riottoso pedone – anche calci sulla carrozzeria (“Strategia della limitazione del danno”).
Colui che invece signoreggia una vettura di scarso valore, sozza e mal tenuta, potrebbe già avere i coglioni che gli frullano per motivi pregressi, rivelandosi disposto ad addivenire a singolar tenzone accoppando lo sputatore (“Sindrome di Montecristo”): un’eventualità da non sottovalutare.
Tuttavia l’APRI suggerisce pure una tecnica per rimediare a eventuali errori valutativi: dal momento che lo sputato deve scendere dall’auto per vendicarsi sul pedone-lama, quest’ultimo può opportunamente prendere a calci la portiera semiaperta acciaccando la regione tibiale dello sputato e poi dandosi signorilmente alla fuga (ritirata strategica).
Il fine ultimo dell’APRI è di procurare negli automobilisti l’insorgere di una paura diffusa nei confronti dei pedoni con diritto di precedenza, e questo lodevole scopo sarà raggiunto quando chi è al volante percepirà la probabilità di essere preso a sputi come estremamente alta. Solo così, nel tempo, il rispetto nei confronti del pedone con diritto di precedenza potrà divenire ancestrale, e violare il diritto di chi va a piedi sarà come battere le mani di fronte a uno stormo di piccioni: nel trepido ammirare il prodigio del volo, come niente ci si becca una cagata sulla testa.

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venerdì 19 maggio 2006

Equilibri, ovvero letture per cavalli


Facciamo due conti: in una importante libreria di una qualsiasi grande città italiana, possiamo tranquillamente trovare più di 100.000 titoli. Ora, consideriamo che un uomo medio (con un lavoro, una famiglia e i suoi bravi problemini quotidiani) riesca a leggere tre libri al mese (impresa già di per sé notevole) e che riesca a mantenere questa media per cinquant’anni: se ne deduce che in questo considerevole lasso di tempo arriverebbe ad un totale di 1.800 libri, esattamente l’1,8% di quelli contenuti nella suddetta libreria (che non può essere certo considerata il deposito dello scibile umano). Per completare il quadro si può aggiungere che per compiere la titanica opera di leggere i famosi 100.000 libri (diciamo per esempio in 60 anni) bisognerebbe “divorarne” circa 4 al giorno, attività per la quale la pazienza di un santo e la resistenza di un cavallo non sarebbero sufficienti.
Ma che bisogno c’è di leggere tanto?
Nessuno. Infatti questo non vuole essere uno dei soliti inviti alla lettura stile “andate in libreria che fa bene e previene la carie”, oppure “regalate un libro” che mi fa sempre pensare che in realtà la frase continui con “a quegli zucconi dei vostri amici così imparano qualcosa invece di stare sempre seduti in quel bar!”. Niente di tutto questo, anzi: spesso la mia passione morbosa per determinati libri mi spinge a provare “fastidio” nel vedere altri leggerli. Ricordate il libraio de L’ultima lacrima di Benni che vendeva libri solo se questi volevano essere letti dal cliente che li desiderava? Ecco, penso ci siano libri che non sono stati scritti per essere letti da tutti o, più in generale, che la lettura non sia uno sport per tutti, ma non in senso elitario, non credo che una persona sia migliore di un’altra solo perchè legge più libri. E’ un po’ come la musica: non è ben chiaro perché si avverta la tacita convinzione che chi apprezza la musica classica sia migliore (più “intelligente”?) di quanti non riescono a rimanere svegli sentendola.
Forse, qualcosa di elitario c’è (come in ogni altro aspetto della vita): un fanatico dell’operetta non considererà mai un patito dell’hip-hop un vero musicista, ma è un elitarismo circoscritto, contestualizzato. Non va male interpretato Emanuele Trevi quando dice “Non viene mai il sospetto che di libri se ne leggano troppi? [..] che vi sia troppa gente che va ai musei”, bisogna considerare il punto di vista di chi ritiene inutile costringere pessimi lettori a sorbirsi controvoglia uno Svevo piuttosto che un Ulisse di Joyce (giuro che un giorno riuscirò a finirlo), creando così una cultura (“libresca”) di secondo livello o comunque costruita, non genuina, oserei dire transgenica! Ciò che è bello pensare (sempre secondo Trevi) è che “Ci sarà sempre un ragazzo solitario capace di procurarsi un romanzo di Stevenson”.
Argomento interessante è invece quello della “selezione”. Avete mai pensato al modo in cui scegliete i libri che leggerete (o meglio che comprerete)? Io ho cominciato a rifletterci seriamente da quando mi sono reso conto, entrando in una libreria, che avrei acquisito in tutta la mia vita, solo il 2% del sapere contenuto in quel misero negozietto. Così ho inquadrato alcune tecniche di selezione inconsce (o stupide, è uguale) che utilizzo regolarmente convinto in realtà di effettuare una scelta ragionata e competente. Tecniche che ho scoperto essere molto diffuse tra i frequentatori di librerie, anche se con qualche variante tematica. La più immediata è senz’altro la selezione estetica: io per esempio mi accorgo di scartare a priori tutte quelle copertine coloratissime piene di disegni e con i titoli scritti a caratteri cubitali (stile molto diffuso tra gli “scrittori-fiume” americani). A seguire, troviamo la scelta da impatto sociale: molti comprano i libri più venduti al momento o di cui si parla di più (Costanzo docet), io di solito ho la reazione contraria. Diffido istintivamente (probabilmente a torto) dei libri d’esordio che vendono milioni di copie, soprattutto se si sente puzza di manovre editoriali: il vendutissimo La profezia di Celestino aveva sin dall’inizio suscitato il mio disinteresse, poi uscirono in poco tempo (sempre di Redfield) Guida alla profezia di Celestino, La decima illuminazione, Guida alla decima illuminazione e alla comparsa del Diario della profezia di Celestino, si sommò al disinteesse qualche pallido sospetto. Sì perché, io non nego che uno sconosciuto (al mondo letterario) possa scrivere un libro stupendo (come ha fatto per esempio Paolo Maurensig), ma questa insistenza mi è parsa un po’ un battere il ferro finché è caldo. E’ come se Umberto Eco avesse fatto seguire a Il nome della rosa un “Il cognome della margherita” (stat margherita pristina nomine….). Però La profezia di Celestino alla fine l’ho comprato, ma ho anche La prozia di Celestino (seguito del Fagiano Jonathan Livingston, manifesto contro la New Age), perché un’altra regola che sono spinto a seguire è quella secondo la quale, tra gli scaffali delle mie librerie, debba regnare una sorta di par condicio. Così tengo vicini De Felice e Hobsbawn, Hofstadter e Gurdjieff, Freud e Jung, la Bibbia e il Corano, l’Uomo Ragno e Capitan America. Tra l’altro questa tecnica è molto utile per difendersi dai “radiologi della cultura”, quelli che invitate a casa e per prima cosa vi scrutano la libreria come il medico scruta i vostri esami del sangue e cominciano ad inquadrarvi mentalmente: “dunque .… positivista …. junghiano …. erotomane”; andateglielo a spiegare poi che Il delta di Venere ve l’ha regalato un vostro amico pensando si trattasse di un testo di astronomia. Dopodiché vi guardano con aria inquisitoria e formulano la fatidica domanda “ma li hai letti tutti?”. Appena i vostri neuroni avranno rinunciato a tentare invano la strada della telecinesi per far piombare sulla testa del vostro amico il trofeo che tanto sudore vi è costato all’ultimo torneo di curling, un sorriso colpevole tenterà di nascondere la vostra risposta negativa. Questa è forse una delle cose che i “non lettori” capiscono con più difficoltà: non è stupido comprare libri che rimarranno intonsi nelle librerie di casa per anni (io ho libri che non ho mai letto in edizioni diverse, perché non avendoli letti mi dimenticavo di averli), perché spesso leggere un libro è tanto affascinante quanto l’idea di farlo.
Ci sono, infine altre tecniche di selezione meno raffinate ma molto pratiche: scegliere in base allo spessore, nel caso si debba chiudere un buco nella libreria; oppure in base a quello che il libro stesso promette (diventare ricchi, belli, magri, in pace con sé stessi, con gli altri, vincere lo stress, vincere a scacchi, rendere inoffensiva la suocera ecc.) o più semplicemente in base al rapporto prezzo - numero di pagine. Ma la tecnica più in voga tra i topi di libreria è senza dubbio il “sesto senso libresco”: “ha letto il mio libro?”, chiese uno scrittore a Emilio Cecchi “Non l’ho letto, ma non mi piace”, fu la risposta. Questo sesto senso difensivo, in un mondo che ci sommerge di informazioni, è secondo La Capria, “cultura”. E, sempre secondo La Capria, a volte può capitare anche di difendersi da capolavori, dal loro “contagio”: Ungaretti, a chi gli chiese un parere sulle poesie di Montale rispose “Non posso leggerle, se no mi sciupo”.

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