giovedì 30 agosto 2007

Ducazzate


Non è mia abitudine leggere le riviste di motorette. Fondamentalmente per senso di compassione verso i tapini giornalisti del settore che imprecano a scoppio mentre zigzagano tra ciò che il mercato li obbliga a dire e ciò che la competenza di cui sono portatori, suggerirebbe loro. Comprendo il loro macerarsi mentre scrivono che la supersportiva di turno regala soddisfazioni adrenaliniche a qualunque regime, ricordandosi i sudori freddi patiti durante la prova in pista. Ad ogni curva il pensiero ricorrente “moriremo tutti” si accompagnava alla voglia di scrivere che a quella due ruote mancano solo le maniglie per somigliare ad una cassa da morto.
Per destino miope ho però acquistato una copia di “dueruote” di Agosto invece di “duevuote”, noto prodotto tipografico di suggerimenti topografici sulla localizzazione delle veline (cioè quali locali frequentano frequentemente). Considerato l'esborso inopinato di “solo 2 euro”, come strilla la copertina, ho deciso di onorare ste sole 3872,54 lire e leggere sto dueruote.
Mi sono così compiaciuto di scoprire che non serve essere esperti di motorette per scrivere su una rivista di motorette. Prova ne è che ho scorto tra le pagine gommate, un articolo di Guido Meda, infronzolito da una di lui fotografia che lo ritrae seduto al contrario su uno scooter, in una posa sprizzante simpatia e dubbi sull'adeguatezza del nome di battesimo del buon Meda.
L'articolo, titolato “Ducatismi”, vomita astio compresso ad ogni fonema, un po' come un qualsiasi mio pezzo, anzichenò. All'inizio l'autore mantiene il suo solito stile: quello di creare parole a caso nel tentativo di ottenere lo stesso risultato di un Benni in stato di grazia, finendo però per somigliare in modo imbarazzante al mio meccanico Giggi il visagista delle carburazioni, che le parole le inventa perché quelle buone non le sa. Per esempio, da quando Reggiani gli spiegò (a Meda non a Giggi) che cosa fosse un motore a distribuzione desmodronica, Meda cominciò ad usare il prefisso “desmo”, trovandolo particolarmente sexy, per qualsiasi locuzione verbale ed anche in questo pezzo si lascia sfuggire la possibilità di esibirsi in un dignitoso “velocità desmodata” per il più fine, ma non finissimo, “desmofigate”. A esibizione esaurita il “giornalista” riassume in due larghe colonne infami l'elaborato concetto secondo cui “il fatto che Rossi perda contro sto ragazzino australiano mi fa svalvolare le desmoballe”. Dapprima fa una disamina della tifoseria ducatista come se stesse parlando di una razza di volatili infestatori con la vermilaria, dopodiché getta il suo occhio clinico sul pilota Stoner, arrivando, per l'ennesima volta, a definire il leader del mondiale “carino”, un po' perché riuscire a definirlo “bravo” per lui è come per Fonzie dire “ho sbagliato” e un po' perché, secondo me, lo trova davvero carino con estremo disappunto della moglie (di Stoner, non di Meda).
Non si nega nemmeno il piacere di disegnarlo come un odioso arrogante “così bizzoso che se non fosse un vincente lo manderesti a quel paese in una settimana” (la frase è persino virgolettata in corpo 12 a centro pagina, come un aforisma di Fromm o di Brumm). Meda non fa nomi, ma siccome nessun telespettatore ha mai visto Stoner fare “bizze” e “buttare lì rispostacce” (sembra invero sempre così compassato da far pensare che di anni ne abbia sì 21, ma per arto), appare chiaro che l'autore abbia avuto informazioni dirette dal box Ducati, in cui i tecnici “accettano (il comportamento di Stoner ndb), perché sono brave persone e intelligenti, anche se a volte è dura da mandar giù il cazziatone di un ventunenne lunatico”. In pratica semina zizzania, all'interno della squadra rivale. Divide et impera (.com).
Per finire torna sui tifosi. Sostiene che il popolo ducatista sia ormai ammorbato da “frustrati tifosi perdenti dell'era moderna” che pensano solo a parlare male di Rossi. Un po' come un tifoso di Rossi che, scornato dalle recenti sconfitte, descrive il suo rivale come un ragazzino arrogante. Ah sì, Meda ha ragione da vendere, anzi, si direbbe che l'abbia venduta tutta. La ragione.
Decisamente poco efficace il tentativo di edulcorare la sua bile con un mal riuscito complimento al mondo delle rosse definendolo un “approdo culturale e non uno slogan curvaiolo” e detto da uno che ha fatto degli slogan curvaioli i suoi cavalli (motore) di battaglia, deve avere un certo significato... da qualche parte.
Nella chiusa Meda rivendica il diritto di essere un tifoso e svolgere il suo ruolo di giornalista esprimendo la sua passione viscerale. Sostiene che la sua parzialità si possa evincere solo da un salto di ottava acustica di cui si rende autore quando Valentino passa per primo sotto la bandiera a scacchi e non certo dal fatto che ripete fino alla nausea che Stoner vince grazie ai rettilinei e se ci sono le curve vince grazie alle gomme e se non ci sono le gomme vince perché lo Stato ingrato vuole dei soldi da questo “miracolo sportivo contemporaneo” senza tener conto che a Rossi “dobbiamo tutti molto più di quanto non si intenda”. Spero di non dovergli i soldi che il fisco reclama perché ho finito il carnet degli assegni.
Questo Emilio Fede delle due ruote dovrebbe capire che il giornalismo sportivo è un'altra cosa. Non pretendo certo di avere un Pizzul, un Bragagna o un Carosio, ma almeno, come succede su mediaset premium, sarebbe carino se si potesse scegliere tra il commento di un giornalista e quello di un tifoso.
Forse è vero che Stoner come pilota è solo “carino” e come uomo è un ragazzino arrogante, forse è vero, mi spiace Meda fattene una ragione, che al mondo possa esistere qualcuno a cui non piaccia Valentino, ma come diceva sempre mio nonno, e allora? A che scopo enfatizzare la prima notizia e considerare la seconda un reato di lesa maestà? Dobbiamo rassegnarci al fatto che l'informazione di massa (quindi non quella degli addetti ai lavori) sia ridotta a una scazzotata verbale tra tifosi? Allora chiamiamo anche Biscardi e Mughini e in poco tempo avremo i celerini negli autodromi. Non dimentichiamo che qualche vittoria fa il “collega” Cereghini ipotizzò con una certa dose di spocchia che la Ducati stesse imbrogliando. Moggi si aggira in fondo al cavatappi di Laguna Seca.
Chissà come sarebbe stato un pezzo di Meda su Ducati e Stoner con Rossi saldamente in testa al mondiale.


È indubbio che sarebbe cosa buona se tutti sapessero perdere e soprattutto se tutti sapessero vincere, ma un giornalista non vince e non perde, un giornalista racconta la sfida. Se proprio non ti riesce di farlo, caro Meda, fai come tutti gli altri: scavalca le recinzioni e goditi la gara dal prato.

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martedì 28 agosto 2007

Fecondazione avvilita


Non ci vuole un antropologo per capire che l'anello mancante tra l'homo abilis e l'homo erectus sia l'uomo vacanziero. Quindi io, che non sono un antropologo, l'ho capito. Potenza dei sillogismi.
Mentre mi godevo quel quarto d'ora che intercorre tra il momento in cui ho smesso di pensare con stupore al fatto che non stessi lavorando e il momento in cui ho cominciato a pensare con orrore a quel golgota coltivato a scartoffie che mi avrebbe accolto al ritorno, ho avuto modo di osservare con piglio da discovery channel i meccanismi alla base di una diffusissima tipologia di nucleo familiare. Trattasi di giovane coppia attempata di fresca proliferazione. Questi due esemplari formano un legame sentimentale nonostante abbiano profonde ed incolmabili divergenze congenite: uno è maschio e l'altra è femmina. Questa faglia attiva, prima o dopo, provoca lo sbigottimento in tutta la tettonica a zolle che compone la coppia e, nonostante la tettonica, i sentimenti virano dapprima verso presentimenti (in barba alla consecutio) poi verso i pentimenti ed infine sfociano nei patimenti. A questo punto, il dinamico duo sfrutta tutti i principi della termodinamica (pur sapendo a stento come funzioni un termosifone) e si riproduce, generando un veicolatore di negatività che dissipa in inutile calore il reciproco astio.
Il cucciolo provvede sin dai primi vagiti ad una serie di esigenze dei suoi genitori e lo fa principalmente divenendo un superconduttore di odio. Convenendo sul fatto che, per una giovane coppia con prole, insultarsi in pubblico e di fronte al pargolo sia poco consono, i due soggetti, divenuti tre moltiplicandosi e gettando qualche dubbio sull'algebra, utilizzano il prodotto del loro patrimonio genetico per soddisfare il loro bisogno di rivalsa sul consorte e sul destino baro che glielo consegnò. Classica scena: il ristorante.
Il maschio si guarda intorno come un tricheco inseguito. È talmente avvilito che trova sexy persino me. La femmina ha l'espressione incarognita di chi, costretta a sopportare un uomo piccolo che vomita e uno grosso che fa vomitare, pensa di meritare lo stipendio di Ronaldo (anche perché probabilmente gioca meglio a pallone) e invece è lì ad ordinare una pizza acciughe e pomodorini da zi' Antonio l'egiziano. Il bambino guarda con insistenza verso di me costringendo i genitori a pronunciare frasi tipo “hai visto che bambino grande” come se avessero una patata in bocca e con l'espressione di un cartone animato giapponese. In realtà io so che mi sta offrendo il suo latte in polvere d'oro pur di portarlo via da quella faida. Io, che ho paura dei bambini come quel pelosone di Monster & co., ma soprattutto per evitare di essere coinvolto in questo psicodramma, fingo di parlare con una capasanta che vaga nel mio piatto, talmente fresca che un buon veterinario potrebbe ancora salvarla. È l'ora della tenzone.
Il maschio, per denigrare il delirio nutrizionista della femmina, cerca di far mangiare al piccolo delle cozze chiuse col lambrusco, sostenendo che tutte quelle costosissime pappette non servono a nulla. Lei, simulando in malo modo divertimento, gliele leva dal piattino insultando il marito conto terzi:

F: (verso il pupo) “Ma è scemo il paparino a darti le cozze? Eh? Digli papà sei scemo?”
P: “ghghghghgnè”

Poi si alza e va in bagno. Da quando ha partorito non si accoppia più (col marito) e va in bagno ogni volta che il maschio le rivolge la parola. A questo punto interviene lui, più codardo ma più incisivo.

M: (verso il pupo) “Dai un goccetto di lambrusco adesso che non c'è la mammina che la dà via come se non fosse sua”
P: “ghghghghggnègnè”

Un'altra esigenza primaria che il bimbo soddisfa è quella dell'apprezzamento pubblico non più cercato all'interno della famiglia. Il piccolo viene così sovraesposto ed ogni suo gesto enfatizzato all'inverosimile nella speranza di ottenere gridolini di stupore da parte degli astanti. L'intento dei genitori è quello di potersi beare del successo della loro propaggine umana. All'uopo assemblata.
La coppia dimostra quindi disappunto perché, nonostante i rumorosi richiami, io non dispenso sbalordimento per il fatto che il loro figlioletto riesca a infilarsi tutto il pollice in una singola narice (almeno l'avesse infilato in due). Il mio disinteresse è considerato sintomo di un'anima insensibile e probabilmente criminale. C'è da dire che il loro livore è amplificato dalla mia esibizione atta a dimostrare che posso esprimermi nelle medesime evoluzioni del bambino.
L'acme della serata si raggiunge quando il pupo viene sguinzagliato per il locale senza controllo. Il piccolo, ormai caricato a bile oltre qualsiasi livello di sopportazione umana, si scarica infastidendo qualsiasi forma vivente che incontra. Osserva con cura una formichina laboriosa prima di spiaccicarla col pollice di cui sopra per poi rinfilarlo nell'apposita rinocustodia, sfodera acuti fuori scala alle spalle di anziani cardiopatici e soprattutto continua a fissarmi con quegli occhietti consapevoli di scuotermi fin nel midollo. I genitori persistono nella loro indifferenza corroborata da un distorto utilizzo della democrazia: siccome hanno fatto un figlio pensano che sia loro diritto lasciare che frantumi gli ammennicoli a chicchessia, tanto è solo un bambino e in più loro se lo sorbiscono tutti i giorni, per una sera è giusto che tocchi a qualcun altro. Fosse anche una maestra d'asilo sotto psicofarmaci.

Se vostro figlio continua ad affrontare le persone con “ghghghghggnè” è normale. Se ha trent'anni però, forse è il caso che vi poniate delle domande.
In definitiva non c'è da allarmarsi. Il bambino, con l'aiuto di un buon esorcista, può anche crescere sano ed equilibrato se non capirà mai di essere stato, prima che un essere umano, uno strumento in mano a persone convinte che la loro capacità biologica di riprodursi dimostri in qualche modo l'esistenza dei valori necessari per occuparsi di una persona.

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giovedì 16 agosto 2007

Ferragosto: traffico intenso, anche di macchine


Io ho passato un buon ferragosto. Era il 1979 se non ricordo male. A voi come è andata? Dignitosamente? Se non ha piovuto così forte che vi è sembrato di scorgere un vecchio barbuto che radunava animali a coppie e non avete fatto code talmente lunghe da dimenticarvi dove stavate andando, direi che non potete lamentarvi.
Il ferragosto è una festa antica. I romani celebravano la fine dei lavori nei campi e il meritato riposo (dal latino feriae augusti: riposo di agosto) e, anche loro, si sfrangevano gli zebedei tra mille festeggiamenti al punto da preferire un turno in catena alla Breda. Tra le caratteristiche manifestazioni in onore del riposino santo, i romani concedevano tregua agli animali da tiro che, per l'occasione, venivano agghindati a festa (talmente tanto che preferivano un turno al vomere). Questa tradizione è giunta fino ai nostri giorni: grazie agli usi e costumi tramandati nei secoli, possiamo godere anche noi di animali da tiro che si agghindano a festa, con la moderna variante del tiro festivo... stakanovisti indefessi.
Il ferragosto è anche associato ad una festività cristiana: l'Assunzione della Vergine Maria. Purtroppo in questo caso la tradizione ha perso significato adagiandosi sul tempo che scorre: i valori di assunzione e di verginità hanno ormai una connotazione precaria. Per essere assunti ci vuole un miracolo e le speranze di rimanere vergine si annidano nella fortuna di nascere tra agosto e settembre. In compenso “maria” è un po' sulla bocca di tutti.
In Italia il ferragosto è vissuto all'insegna del divertimento a tutti i costi e noi siamo dei professionisti in questo: ci divertiamo a costo di restarci secchi. Che non si dica che siamo morti tristi. Per esempio i telegiornali si divertono come matti a dare i numeri. Ieri, secondo l'esperto di riferimento, c'erano trenta milioni di italiani in viaggio (cioè più di uno su due) che, sommati ai quindici milioni partiti la settimana prima, i dieci milioni rimasti a casa, i diciotto milioni in viaggio all'estero, i ventiquattro milioni in villeggiatura sulle isole e i cinquantasette milioni sulla Salerno Reggio ci portano a pensare che gli italiani sono davvero tanti oppure fanno avanti e indietro per non sprecare il canone del telepass. E che giubilo quando qualche cadavere sulla strada si può ricondurre a bevute o pippate. Sono gli stessi morti che venivano snobbati gli anni scorsi, ma questa emergenza nazionale del fatto al volante ha creato un interesse tutto nuovo e soprattutto ha sopperito alla carenza di bulli e pedofili, in ferie fino alla riapertura delle scuole.
Ma quelli che si divertono come se piovesse sono i bagnanti. I vacanzieri che si prendono a secchiate d'acqua asservendo il sacro dovere della regressione infantile istituzionalizzata. Che non si parli di immaturità però: giunta sera i gavettonari interrompono i lanci reciproci salvaguardandosi dall'insorgere di reumi disdicevoli, vista l'età apparente. Così vanno in discoteca e invece di palloncini d'acqua si tirano dei pugni, nella “rinomata” rissa di ferragosto.
Il ferragosto è anche ostentazione di corpi e di potere. Ne è fulgido esempio la multa appioppata ad una cinquantottenne inglese che, sorpresa a dorare la propria epidermide in bikini in pieno centro a Verona, è stata fatta oggetto di verbale municipale per il reato di bivacco. I due urbani si sono avvicinati alla gaia desnuda con lo scopo di accertare l'infrazione:

U: “Scusi, lei bivacca?”
D: “That bicow of your sister” (quella bivacca de soreta)
U: “Guardi dobbiamo elevarle contravvenzione”
D: “Elevate what you want, but elevate from the balls” (elevate ciò che più vi aggrada, basta che vi elevate dalle balle)

Come non citare, tra le amenità ferragostane, i segretissimi e alternativissimi rave. Pare che durante questi party la gente si diverta davvero in maniera sbalorditiva, sebbene nessuno dei partecipanti sia mai stato in grado di raccontare una sola cosa che abbia fatto durante un rave. Quindi questa tradizione si ripete ed attira decine di migliaia di giovani solo perché un giorno un pinzoliano ebbe a dire passando nei pressi di uno di questi party: “vacca se si divertono questi”. Nessuno seppe mai che il tizio si riferiva a due vigili e un'inglese in bikini.
È ferragosto, fa caldo, siete probabilmente in un posto che avete desiderato per tutto l'anno e non vedete l'ora di lasciarlo, c'è così tanta gente che il sistema più diffuso di relazione sociale è la gomitata... non cercate di divertirvi per forza, rischiate di riuscirci davvero.

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venerdì 10 agosto 2007

La rassegna scampa


L'estate non esiste. Esiste il pensiero dell'estate e un vago ricordo reso confuso dal fatto di essere il ricordo di qualcosa che non è mai avvenuta. Nella mia vita ho sempre sentito parlare di “l'estate è alle porte” e, immediatamente dopo “ormai l'estate è finita”. Ci deve essere stato, da qualche parte nel tempo, un breve, intenso e affollatissimo istante in cui è stata estate (che esteta), ma io ero sempre altrove e soprattutto altroquando.
Questa stagione immaginaria ci offre regolarmente e senza soluzioni di continuità (ma soprattutto senza soluzioni) un catalogo di problemi a portar via. Le disfunzioni migratorie, il clima impazzito (come se noi fossimo normali), i settantadue milioni di italiani in coda tra Barberino del Mugello e Lastra a Signa e l'emergenza emergenze. A corredo di ciò, i politici sparano le cartucce più grosse nella speranza che dalla spiaggia non si sentano e la carenza di calcio sposta l'attenzione verso sport assurdi come l'atletica e la pallacanestro. Quindi venghino signori che più gente entra, più bestie si vedono.


Roma – Dopo un'attenta analisi di macroeconomia applicata in merito al costo della benzina più alto del 15% rispetto agli altri paesi europei, il Presidente del Consiglio si è espresso con la profondità a cui è avvezzo, dichiarando: “C'è un problema di prezzi”. Questa affermazione, solo all'apparenza superficiale e scontata (riguardando i prezzi), è in realtà un nobile gesto di democrazia sociale, avendo fatto sentire milioni di automobilisti degni di ricoprire il ruolo di premier, in quanto anch'essi giunti alla stessa conclusione con un discreto numero di mesi di anticipo. Le compagnie petrolifere, convocate d'urgenza (cioè in ritardo) hanno dichiarato che l'aumento è sì legato all'esodo estivo, ma solo perché il caldo, come voi ben sapete, provoca l'espansione del volume della benzina e quindi un vantaggio per il consumatore. Dopo circa cinque minuti di silenzio ed espressioni di mucche che guardano treni, i petrolieri non sono riusciti a trattenere le risate e hanno chiuso l'incontro con “va be' c'avemo provato”. Ora i prezzi sono di nuovo a livelli europei, dimostrando che l'elaborata strategia economica delle compagnie era riassumibile in “finché la ggente non se ne accorgheno...”.


Roma – Nonostante una carriera di tutto rispetto che parte dall'IRI e arriva all'IRAP, passando attreverso CIRIO, SME e altri detriti fumanti, dopo aver preteso una tassa una tantum sulle moto, una sull'euro, una sul medico di famiglia e dopo aver affrontato tutti i problemi sociali italiani aumentando le sanzioni e i balzelli (ah vi avverto, 1000 euro di multa a chi usa l'asciugamano per tenere il posto a qualcuno in spiaggia, e vi avverto anche che è vero), con tutto questo curriculum, al quale aggiungerei un noiosissimo semestre alla presidenza europea durante il quale ha redatto una simpatica legge che gli garantisce una pensione di soli 13mila euro, il nostro prode Presidente continua a dimostrare una spiccata tendenza a risolvere i problemi economici chiedendo dei soldi a qualcuno. Dopo la caccia al tesoretto e le occhiate bramose lanciate a BOT e CCT, Prodi si è presentato in Parlamento con un'antica mappa in pergamena che riportava una grossa X rossa proprio in corrispondenza delle riserve auree dello Stato. Dissuaso in extremis dai suoi intenti picareschi, il Presidente ha posato la pala ed è stato visto dirigersi verso la Zecca dello Stato.


Tavullia – È proprio vero che quando gli dei cadono, gli uomini li prendono a calci. Valentino Rossi ormai non è più irraggiungibile come una volta, tant'è che è stato raggiunto anche da un appuntato della Guardia di Finanza in scooter che gli ha contestato la mancata richiesta dello scontrino a un barista di Laguna Seca. La Fiamma Gialla ha poi aggiunto “ah già che sono qui, ci sarebbero anche questi sessanta milioncini di euro di tasse da saldare. Le preparo un bollettino o ha una postepay?”.
Per ragioni che sfuggono al buon senso, i campioni si ritrovano sempre in rogne giudiziarie nel momento peggiore della loro carriera. Fortunatamente Guido Meda sta già organizzando una colletta per sostenere lo sfortunato atleta a cui, tra motorette e bagni con la Canalis nuda, non si sa proprio come non dare tutto l'apporto morale e materiale.
Un giovane giornalista d'assalto ha posto agli italiani la seguente domanda provocatoria “se qualcuno vi desse 60 milioni di euro in 4 anni per fare quello che vi piace fare, ne dareste 25 in tasse?”. Il reporter d'assalto è stato percosso con degli utensili meccanici da un gruppo di operai dell'Ansaldo.


USA – Barry Bonds, campione di baseball quarantatreenne (età in cui la quasi totalità di noi è un miracolo se riesce ad essere campione di rubamazzetto), ha stabilito il nuovo record assoluto di fuoricampo, spedendo per ben 756 volte la palla al di fuori del diamante di gioco. Solo vaghi sospetti ha suscitato il fatto che Bonds fosse coinvolto con lo scandalo Balco: l'industria farmaceutica che creava sostanze dopanti per atleti di altissimo livello. Lo sportivo, ha glissato sull'argomento e ha, piuttosto e anzichenò, mosso vibrata protesta sull'esatto conteggio dei fuoricampo. Pare infatti che in almeno dieci occasioni la palla si sia smaterializzata a seguito della battuta e, infine, durante un match svoltosi a New York, Bonds spedì la palla nell'oceano Pacifico, dove un surfer la prese al volo, decretando così la sua eliminazione.
“Una cosa che vola così in alto dovrebbe avere delle hostess a bordo”


Kenya – Alcuni antropologi hanno rinvenuto, durante degli scavi archeologici, due teschi appartenuti rispettivamente ad un homo erectus e uno abilis. La cosa sorprendente, oltre al fatto di non essere stati usati da qualche attorucolo per dire essere o non essere, è che i due teschi sono coevi. Questo confuterebbe (voce del verbo confu) la tesi ormai consolidata che l'homo erectus sia discendente dell'homo abilis, dimostrando che si trattava di due famiglie distinte. L'associazione ricercatrici studiose e ginecologhe di tutto il mondo ha così commentato la notizia: “se è vero, come sembra, che erectus significa eretto e abilis abile, ci deve essere da qualche parte traccia di una terza famiglia da cui l'uomo discende”.

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martedì 7 agosto 2007

Un dì vano


È una giornata pigra, lenta e pigra. Per onestà e senso del dovere mi preme dire che la giornata si fa il suo bravo mazzo come sempre, alla velocità che gli è consona: circa trenta km al secondo, sparata nello spazio come una sparata qualsiasi. Sono piuttosto io che mi trovo statico (relativamente) nello spazio limitato del mio salotto. Questo lo dico per senso del dov'ero.
Il mio salotto è davvero esteso quando sono pigro. Talmente esteso che mi viene voglia di fare un salto all'ikea. Grazie all'accidia, però, non me ne curo. La televisione è accesa: lo si capisce dalla luce cangiante che riverbera sulla parete, senza la quale sarebbe difficile distinguerla da una televisione spenta. Del resto, in questo momento sarebbe difficile anche distinguere me dalla parete. Visti da qui, mi parete tutti strani.
La forma della televisione si è adeguata ai suoi contenuti: è piatta e si plasma perfettamente nello spazio tra il mio cervello e un muro bianco (elementi intercambiabili). Questa riduzione di volume è stata compensata dal volume delle utili informazioni che comunica: l'audio delle pubblicità è insopportabile, almeno quanto le immagini.
Il telecomando è fuori dal raggio di azione dei miei arti e delle mie arti medianiche. L'inventore del telecomando dimostrò che Edison aveva ragione: la pigrizia è l'intelligente e fantasiosa madre di molte invenzioni. Qualcuno però dovrebbe inventare un telecomando che azioni il telecomando quando è lontano e uno per quest'ultimo e via discorrendo, finché procedendo all'infinito, verrà confutata l'esistenza del moto. Se Zenone invece di perdere tempo con tartarughe dopate e pelidi Achilli, avesse buttato un occhio verso il mio essere metà uomo metà divano, non solo avrebbe confutato il moto, ma avrebbe postulato qualche dubbio sull'esistenza della vita stessa. Sarà colpa del divano che, di per sé, trasmette un senso di vano.
Fortunatamente il telefono è nei paraggi. Chiamo un mio amico introdotto (certi verbi fanno a meno del complemento) e mi faccio dare il numero dell'emittente televisiva che mi sta infastidendo con i suoi valori volumetrici.

C: “Buongiorno, gentilmente, il volume audiofonico a cui state trasmettendo mi procura un fastidio di cui farei volentieri a meno. Potreste abbassare un po'?
E: “Non ce l'ha il telecomando?”
C: “Sì è sul tavolo... non ci arrivo”
E: “Qualcosa le impedisce di alzarsi e impossessarsene?”
C: “Sì, se mi alzo e produco moto vanifico tutto il lavoro d'ingegno alla base del concetto stesso di telecomando”
E: “Non può chiamare qualcuno?”
C: “Sì, infatti ho chiamato lei”
E: “Mi spiace io non posso aiutarla”
C: “E se le dico che sono amico di Berlusconi?”
E: “Guardi che questa è la RAI”
C: “Appunto”
E: “clik”

Chiamo un mio vicino di casa, forse a lui fa più effetto che io sia amico di Berlusconi e poi il buon vicinato è uno stile di vita che mi sono imposto da anni:

C: “Ciao sono Cruman”
V: “Chi?”
C: “Il tuo vicino di casa”
V: “Ne ho uno?”
C: “Da dieci anni, sì. Senti mi faresti un favore? Sono partito e ho dimenticato di togliere la corrente, andresti giù a staccare il mio interruttore generale?”
V: “Secondo me hai anche lasciato la televisione accesa”
C: “Ehmm sì, lo faccio sempre, sai per l'indice”
V: “L'indice di ascolto?”
C: “No l'indice della mano: è un po' indolenzito e faccio fatica a pigiare i tasti”
V: “click”

Ha un fascino traverso il numero di cose che si fanno per evitare di fare qualcosa. Lo stesso Edison per non aver voglia di far niente, brevettò millenovantatre invenzioni. Certa gente proprio nasce sfaticata.
A portata di allungo ho anche un libro: Oblomov. Solo che adesso non è proprio il momento di leggere. Anche il libro non sembra aver molta voglia di stare a raccontare, a farsi sfogliare: dà l'impressione di star bene qui, sul divano... mica possono essere tutti Cime tempestose.
Fortunatamente sta cominciando un film da giornata pigra. Un bianco e nero che graziaddio nessuno ha colorato. I vecchi film sono belli. Primo perché sono vecchi, poi perché gli attori non fanno le facce come quelli di oggi, i dialoghi sono avvincenti senza prevedere nemmeno un vaffanculo e le storie ti coinvolgono senza essere lagne apocalittiche o festival di inseguimenti, sangue e copule (spesso contemporaneamente), ma soprattutto perché sono vecchi. Allora queste cose non si potevano fare e il cinema era affare di artisti geniali. Ora che tutto è lecito e anche oltre, la fantasia ne muore.
Buio... il mio vicino ha staccato la corrente. Mi è toccato in sorte l'unico vicino di casa zelante in tutta la storia del condominiato. Fortunello. Meglio così: in certi momenti privi di azione bisogna pensare. È la situazione ideale per ponderare sulla necessità di rassettare casa e sulle ingenti ragioni che mi spingono a considerare un altro giorno, quello più adatto per farlo. Devo anche lavarmi i capelli, senza contare che c'è la mia vita da riorganizzare completamente. Cosa che, in questo momento, mi pare meno gravosa del detergere il mio cuoio capelluto.
Cosa ancora più importante: devo assolutamente trovare una conclusione sensata a questo...

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giovedì 2 agosto 2007

La piatta forma dell'amore


Marino. Il mio nome è Marino. Se a qualcuno fu dato un nome e simultaneamente un destino, quello fu'io. A scuola lo coniugai con discreti risultati e una volta adulto, gli resi una dignità di aggettivo divenendo un amante del mare, delle onde, delle battigie, delle risacche, dei frangiflutti e del bagnasciuga (unico luogo ricorsivo). Per me amare significa a mare. Infatti sono addetto alla trivella su una piattaforma petrolifera.
La vita qui è dura: passo molti mesi lontano dalla mia famiglia. Ah non vi ho detto che sono sposato. Io e Elba abbiamo fatto le cose molto in fretta: ci siamo sposati per non correre il rischio di non farlo. Forse avrei dovuto pensarci meglio e il fatto che i suoi genitori accolsero la notizia delle nostre intenzioni coniugali con ventuno salve di cannone avrebbe dovuto rendermi garbatamente circospetto. Comunque le cose proseguono senza intoppi di rilievo, perché non è vero è che il matrimonio è la tomba dell'amore, è solo che il confine tra tre metri sopra il cielo e tre metri sotto terra è meno netto di quanto si pensi.
Sta di fatto che in un momento di grande riflessione introspettiva e, per essere precisi, quando Elba manifestò il proposito di farmi a pezzi e gettarne alcuni nel Po e altri nel Ticino nella speranza che si ricomponessero a Comacchio, ecco in quel profondo momento di simbiosi spirituale decisi di partire per la piattaforma.
Elba però mi manca perché le voglio davvero bene e lei mi completa come essere umano. Un po' anche perché qui siamo tutti uomini, ma non pensate che io sia un gretto insensibile, sarò orso, forse misantropo, sicuramente narcisista con le emozioni distorte, ma di certo non sono... non sono... che cosa avevo detto di non essere? Non importa, perché ora sono felice e tutto grazie all'onorevole Lorenzo Cesa. Costui si è erto in difesa di noi forzati della solitudine, di noi seguaci di Onan il miope. Cesa ha proposto di finanziare i deputati per consentire il ricongiungimento dei familiari e quindi impedire che gli stessi deputati sublimino la promessa d'amore suggellata con lo scambio anulare, sul raccordo omonimo. Ebbene io ho chiesto e ottenuto di godere dello stesso privilegio (non quello sul raccordo, il riavvicinamento). Perché anche io vivo lontano dalla mia compagna e perché anche il mio lavoro è importante: io faccio sì che le vostre auto siano mobili (tranne in prossimità dei lampioni), alimento le centrali elettriche (che accendono i lampioni) e un barile di altre cose. Così come i politici (anche loro pieni di piatteforme, da cui però non ho mai visto tirar fuori niente) ci consentono di... cioè loro fanno in modo che... i politici producono... servono per... insomma loro sono sicuramente più bravi di me, ma qui, in caso di estrema emergenza o crampi alle mani, non è che sia semplicissimo trovare una donna, nemmeno a pagamento. E pensare che mi chiamano er trivella.
L'idea è di quelle rivoluzionarie, tanto che ai concerti già vendono le magliette con la faccia di Cesa. D'accordo non lo conosce nessuno, ma tanto quelli che conoscono Che Guevara ai concerti non ci vanno più. Il concetto può trovare applicazioni inaspettate, per risolvere le questioni sociali più disparate e disperate. Si potrebbero dare dei soldi ai ladri per evitare che rubino, dare degli scudetti a Moggi per evitare che rinchiuda arbitri nei cessi, dare dell'intelligente a Cesa per evitare che cerchi di dimostrarlo. Secondo me le potenzialità sono enormi, ma io sono solo un trivellatore e, vi parrà strano, non sono un tipo molto profondo. Spesso faccio buchi nell'acqua, ma stavolta sono sicuro di non sbagliare: Cesa ce sa fa', non ci sono dubbi.
Ora sono felice. Elba è qui con me. Mi hanno dato una chiatta (chi ha detto un'altra?) e ora mia moglie vive ormeggiata a due miglia marine dalla mia piattaforma. Perché va bene il riavvicinamento, ma preferisco sia una cosa graduale. Il problema è che lei ora è depressa: le manca il suo circolo di maglia e cucito. Non le basta più tenersi in contatto attraverso il sito wwwpuntocroce. Quindi, per evitare che mi pianti in un occhio un ferro da calza, sto cercando di ottenere il riavvicinamento del suo circolo. La presidentessa del circolo però ha dichiarato che senza il suo terapista non può stare e lo stesso terapista si è detto contrariato di vederla partire prima di aver terminato il suo girocollo in gabardine.
Il nostro ingegnere ha calcolato che, continuando questo processo di avvicinamenti esponenziali, nel giro di pochi anni la piattaforma petrolifera potrà dichiararsi stato autonomo indipendente e dovrà importare petrolio per il suo fabbisogno energetico. A quel punto dovremmo mandare qualcuno sulla terraferma (ormai spopolata) per reperire materie prime. Questo qualcuno però si sentirà solo e chiederà il riavvicinamento dei suoi cari. Questa traslocazione ondivaga sarà la nascita di una nuova cultura sociale, che si affermerà nei secoli a venire, almeno finché, nel bel mezzo della transumanza, qualche uomo di buonsenso si fermerà un attimo e si accorgerà, come su un treno in partenza, di non essere fermo ma di muoversi insieme a tutti gli altri e, con un sintomatico ritardo esclamerà “ma che fuffolo stiamo facendo?”.

Confesso che queste sono tutte fantasie, perché la proposta di Cesa è stata respinta al termine di un confronto serio e pregno di senso civico e responsabilità. Purtroppo i sostenitori della tesi “se fate venire qui mia moglie me ne vado io” erano molto più numerosi dei “o fate venire qui mia moglie o vado a puttane... in ambulanza (sono per il sesso sicuro io)”. Sarà che si finisce sempre ad impegnarsi per ottenere qualcosa e poi a pentirsi di averla raggiunta, rimpiangendo i bei momenti in cui il desiderio di ciò che non si aveva era molto più avvincente del poterlo avere. Per questo sono qui in mezzo all'oceano: perché amo il mare e perché amo mia moglie.

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martedì 31 luglio 2007

La memoria che sanguina


Tu guardi l'opera di Tarantino, premuto su uno sfondo borghese di politicamente corretto e pensi “questo pugliese è un genio”. Come se lacrime e sangue l'avesse inventato lui. Come se non fossero mai esistiti i ditirambi cari a Dionisio, poi l'Atene del teatro messo in scena tra filosofia, morti ammazzati, sesso rubato, promiscuo e voluttuoso (come se pulp e transgender definissero cose nuove con il pretesto di essere parole nuove). Passando per il Bardo di Stratford upon Avon (infelice modo per semplificare la computazione di Shakespeare) e giù giù fino a Mario Merola, a cui mai riuscì di terminare un pranzo, una comunione o un matrimonio, senza essere sparato.
Gli italiani sono lacrime e sangue. Da sempre. Sicuramente da prima di Tarantino. Lacrime e sangue vendono, appassionano e spesso danno un tono senza bisogno di darsi troppo da fare.
Il sangue è fruibile, accessibile. È una risorsa inesauribile: è l'oro rosso. Se si riuscisse a immagazzinare tutto il plasma che sgorga da televisioni e giornali, l'AVIS noleggerebbe macchine. E se per caso si esaurisse quello fresco, si può sempre accedere a quello del passato, perché il sangue non scade mai. Eparina storica, emotrasfusione coatta: siamo tutti dopati senza essere ciclisti.
È pronta per noi una flebo di qualità. Un filmato inedito degli istanti immediatamente successivi all'esplosione della bomba alla stazione di Bologna, 27 anni fa. Ottantacinque morti, duecento feriti. Tarantino ha avuto una crisi mistica. Sangue lacrime e commemorazioni. Frattanto gli esecutori sono liberi, i mandanti non sono mai stati trovati e le collusioni con servizi segreti deviati e massoneria si sono perse in un florilegio di giochi di prestigio. Ma tutto questo interessa poco, perché non è pulp. È passata sotto silenzio la riorganizzazione dei Servizi perché non adornata da scazzottate parlamentari e soprattutto perché non ha coinvolto trans, peripatetiche o fotografi con obiettivi discutibili. Comunque qualche cosa che non sembri proprio una schifezza, questa riforma ce l'ha, ma siccome non si parla di sangue la faccio breve. La vera notizia è che sarà più facile revocare il segreto di stato, flebile appiglio che ha tenuto a galla un numero sbalorditivo di personaggi che avrebbero meritato di finire a fondo. Per fortuna l'italiano è distratto e non si dovrà spiegare perché nessuno metta mano in certe carte. È un segreto distratto.
Trattato con la medesima distrazione l'appello di Salvatore Borsellino che recitava proprio “basta lacrime, vendichiamo Paolo”. Il fratello del giudice ucciso dalla mafia ha parlato di chi ha voluto la morte di Paolo Borsellino (anche questo omicidio è rimasto senza mandanti), ma soprattutto di chi ha lasciato che accadesse. È la storia infame che si ripete. Dove sono ora quelli che hanno abbandonato quei pochi Uomini che hanno combattuto per la giustizia? Quelli che stavano attorno a loro, nei palazzi di giustizia, nelle camere del potere. Che non si sono sporcati le mani di sangue e nemmeno l'anima, essendone privi.
Luglio porta la memoria di altri Uomini lasciati ammazzare. Il giudice Vittorio Occorsio, sentendosi isolato e braccato, rinunciò alla scorta per evitare altri morti e fu ucciso, due volte. Il giudice Mario Amato fu invece trucidato mentre aspettava l'autobus per andare a lavorare. Lo riscrivo: aspettava l'autobus. L'ultimo avamposto della giustizia, lasciato solo ad una fermata di autobus. Gode di maggiore considerazione Costantino e non parlo dell'imperatore. Chi ha voluto e permesso la morte di questi Uomini è rimasto impunito e nella possibilità di godersi i frutti della propria infamia. Mentre noi creiamo giornate della memoria che servono ad evidenziare come tutto sia dimenticato durante il resto dell'anno, mascheriamo morbosità con interesse storico, per dettagli truculenti, versiamo lacrime se serve, riabilitiamo assassini e ci dimentichiamo di tutto il resto.
In occasione dell'anniversario della strage di via D'Amelio ho rivisto il film “Paolo Borsellino”. Un film su un Uomo. Poco sangue, pochi particolari sulle indagini e sui fatti criminosi. Un Uomo, la sua famiglia e suoi valori. La vita di una persona vera, che continua a combattere sapendo di non avere un futuro, ma sperando di costruirlo per i suoi cari e per tutti gli altri. Lo stesso intreccio che accomuna altri Uomini vittime dell'indifferenza e della brama di potere di non uomini, piccoli napoleoni da strapazzo, troppo bassi per non aver bisogno di imporsi.
Salvatore Borsellino ripete “è ora di smettere di piangere per Paolo, è ora di finirla con le commemorazioni, fatte spesso da chi ha contribuito a farlo morire”. E non è solo vendetta, parola ingoiata a forza dai parenti delle vittime perché troppo impegnati a difendersi da soli dalla paura e dalla follia. Parola cancellata dalle pagine politicamente corrette e umanamente no. Dagli intellettuali del perdono che fanno del perdono un anello da portare al dito che dà lustro e nobiltà. Da quelli che si sostituiscono alla memoria, fingendo di essere interessati e interessanti. Non è solo questo.
Allora scopriamo un'altra targa che servirà a un branco di pecore sanguinarie per infangare memorie che nessuno ha. Colmo dell'indifferenza: la memoria è riportata a galla solo da chi la infanga. Come se servisse più a loro, perché l'oblio sulle vittime danneggia anche gli assassini che non uccidono mai per ideali, ma per imporsi, per lasciare qualcosa che qualche altro pazzo possa usare per essere ancora più pazzo.
Entriamo invece nelle scuole, insegniamo ai ragazzi la vita di questi Uomini, anche solo mostrando un film come quello su Paolo Borsellino (invece della solita pellicola sconsigliata ai più piccoli che io, in quanto più piccolo di mio zio, mi rifiuto di guardare), che non sarà la panacea di tutti i mali, ma ti fa sentire un po' idiota quando gridi all'ingiustizia perché sabato piove. Parliamo di questi Uomini quando sono vivi. Lasciamo i Woodcock a Corona e tutta la corte dei giullari, proviamo anche noi a fare piccole battaglie, anche solo interessandoci ad una cosa, davvero.
Un'amica mi ha ricordato che non si può piangere per tutti, che è al di là delle capacità umane. Peccato che sia invece così semplice fregarsene di tutto.

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martedì 24 luglio 2007

Rassegna stanca


A qualcuno dovrò rendere conto per l'uso di questo titolo, ma non mi si accusi di plagio perché una volta, nel '76, facendo la doccia dissi “rassegna stanca” a mia madre, invece di “è finito lo shampoo”. Lei non si preoccupò più del necessario e affrontò questi primi sintomi di afasia sensoriale con una approccio razionale: da allora, qualsiasi cosa io le dica, per non saper né leggere né scrivere, mi tira una boccetta di clear.
Mi accingo quindi a proseguire la mia opera di informazione anche in considerazione del fatto che il caldo e la consunzione neuronale dovuta all'impegnativa opera di programmazione delle ferie, non consentono di affrontare temi ad alto impatto cerebrale.

Roma – A seguito delle affermazioni del Financial Times in merito al mercimonio che si svolge in Italia nei confronti della figura della donna, una ragazza ha scritto una lettera a Repubblica per contestare quanti si sono indignati per le illazioni d'oltremanica. La giovane ha sostenuto le ragioni d'Albione esprimendo un concetto molto articolato: “due lauree? Conta di più il mio culo”. La missiva ha creato molto scalpore e gli ambienti dell'imprenditoria italiana si sono affrettati a rassicurare la donna sulla maturità della cultura del lavoro nel nostro Paese. In questo momento, la ragazza sta valutando centinaia di offerte di lavoro da parte di altrettante aziende convinte che, oltre alle lauree, ella abbia importanti qualità umane da mettere a disposizione di chi sa apprezzarle e, all'occorrenza, valorizzarle.

Perugia – Dodici persone, tra medici e infermieri del Santa Maria della Misericordia, sono stati incastrati dai NAS, i quali hanno documentato le ripetute e continuate assenze dei dipendenti statali, pagati per curare le persone, coperte da timbrature truffaldine ad opera di amici all'interno della struttura. I Carabinieri, giunti a casa di una dottoressa assenteista si sono trovati di fronte il marito. L'uomo ha dichiarato di non vedere la moglie da un pezzo e che, a ritorno da lavoro, trovava sempre bigliettini scritti con la calligrafia di un amico: sullo specchio “ciao caro, spero tu abbia avuto una buona giornata”, sul frigorifero “la cena è pronta mettila due minuti nel microonde che, raramente, ha decorso fatale”, sul lavandino “ricordati di prendere le pillole, ma non in concomitanza con la cena”, sul cuscino a letto “ah sì sì aah bravo così sì”. L'assenteismo è un'arte. Mica cazzi.

Roma – L'onorevole Selva, dopo aver steso una lettera di dimissioni, la ha logicamente ritirata. La nobile finta fu scatenata dallo scandalo seguito all'ingenuo e poco onorevole bullarsi con gli amici di aver usato un'ambulanza per arrivare in tempo ad un'ospitata in tv. Il buon Selva ha dichiarato che la sua scelta di ritirare le dimissioni è scaturita da un diffuso volere popolare. Mentre il popolo si guardava l'un l'altro con aria interrogativa, Selva, dando maggior risalto al suo nome, è stato visto allontanarsi su una gip della Forestale a sirene spiegate. Le motivazioni che hanno spinto l'onorevole ad utilizzare il mezzo statale, questa volta non sono state spiegate, a differenza delle sirene.

Città del Vaticano – Non saranno i giardini dell'Eden, ma gli stupendi parchi che adornano Città del Vaticano sono ora visitabili virtualmente, grazie a diverse webcam installate in punti strategici e consultabili attraverso un portale (mai portale fu più portale) accessibile a tutti. Per le webcam installate in molte sacrestie invece, ci sarà bisogno dell'autenticazione della maggiore età. Per accedere alle stanze segrete della Biblioteca Vaticana, colma di misteri e risposte, bisognerà altresì comprare eBay. Non comprare su eBay, proprio la società eBay, che detiene un'importante quota del Sismi, compartecipe nella Ior che, come sapete è una società copertura della Nestlè.

Baltimora (la città non il cantante) – Alcuni ricercatori di una società che si occupa di tecnologia avanzata (che quindi deve avere qualcosa a che fare con i frigoriferi), hanno dichiarato di aver penetrato le sicurezze del nuovissimo e fantomatico iPhone, oggetto del desiderio di milioni di tecnovittime di una società che è passata in 30 anni dal fare i conti sulla carta della mortadella all'ordinare la mortadella su www.chefacciolascio.com Secondo indiscrezioni, dopo migliaia di tentativi di forzare il software del telefono dalle mille risorse e talmente bello che se lo appoggiate vicino a un quadro di Magritte si insolentisce, i ricercatori sarebbero riusciti a fare una telefonata. L'azienda americana avrebbe infatti effettuato una chiamata, breve, disturbata, ma una vera chiamata che ha consentito di conversare con un interlocutore. Non quello che cercavano ma pur sempre un interlocutore. Al termine dell'incredibile operazione l'iPhone non era però più in grado di svolgere le funzioni di rendering di immagini tridimensionali e la sintetizzazione polifonica di un'orchestra composta da 24 archi, 30 fiati, 12 legni e un putipù. Venendo meno queste peculiarità, i tecnici di Cupertino stanno riconsiderando l'idea di mettere sul mercato l'innovativo ammasso di tecnologia, venendo a mancare le maggiori attrattive che spingono un cliente a spendere 800 euri per sbuffare quando la mamma lo chiama. Intanto, la Canistracci Oil ha registrato un'impennata in borsa, grazie alla truffaldina vendita di milioni di iPhon, un asciugacapelli USB il cui successo si può facilmente ricondurre alla confusione mediatica e all'effettivo livello di utilità che i due strumenti hanno in comune.

Parigi – Il Tour de France continua tra polemiche e insinuazioni. Desta scalpore la decisione della televisione di stato tedesca di oscurare la corsa ciclistica a causa delle inconfutabili evidenze di doping. I dirigenti della grande boucle minimizzano, nonostante alcuni testimoni, lungo il tracciato, giurino di aver udito dei corridori nitrire. Altri atleti sono stati trovati talmente pieni di medicinali che correvano col bugiardino. Radio Corsa riporta anche la non confermata vicenda secondo cui una zanzara, dopo aver punto un ciclista emotrasfuso, sia esplosa provocando 12 feriti. L'organizzazione sta ora deliberando sulla proposta, circa la manifestazione del prossimo anno, di far correre direttamente i farmacisti.

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giovedì 19 luglio 2007

Quando il ratto non c'è gli uomini ballano


Il presentatore di riferimento si aggiusta il trucco, lui può permetterselo perché fa la televisione, altrimenti la sua notorietà sarebbe dovuta al ripetersi di “guarda quella checca col fard”. Il sipario sta per alzarsi sul più famoso talk show del Paese e un fragoroso applauso riempie il teatro, sgorgando dai cuori e da un cartello con scritto “applausi”. Cinquant'anni fa la gente andava a teatro con le verdure e i fiori, oggi la possibilità di esprimere il proprio punto di vista ha lasciato spazio alla più elettrizzante eventualità di essere inquadrati per un secondo, durante il quale si fingerà a fatica di non accorgersene. Oggi c'è un solo ospite che è già sistemato su una sedia design, termine moderno per dire scomoda. Dopo un breve silenzio arredato da un sorriso in fine ceramica del presentatore, comincia il dibattito:
Presentatore: “Benvenuto al nostro ospite di oggi che pare abbia cose molto interessanti da dirci. Ma prego, non faccia caso alle nostre paroline, dica pure, lei è?”
Ospite: “Un topo”
P: “Benissimo, questo per dimostrare che qui da noi non si fa discriminazione di razze”
O: “Che cosa fa in piedi sulla sedia?”
P: “Come? No, no, non sono in piedi è che queste sedie design vanno usate in un certo modo, sa gli sponsor, la produzione, l'anticiclone delle Azzorre, ma lei continui pure, qual è il messaggio che ci porta?”
O: “Sono qui per avvertirvi. Per avvertire il genere umano. Voi ora mi vedete così, mi usate per gli esperimenti o mi date in pasto ai vostri serpenti da appartamento che vi siete comprati perché non trovate sufficiente chiamare vostro figlio Brad, per darvi un tono esotico. Voi avete fatto crescere i bambini con Topolino ma se mi vedete dal vivo mi inseguite con una scopa di saggina. Però un tempo io, anzi la mia razza non era così: era molto simile alla vostra.”
P: “Avete sentito amici? Un abitatore delle fogne, mangiamerda, è qui a farci delle lezioni di morale e a ridisegnare le teorie evoluzionistiche. Ma continui pure, noi siamo abituati ad ascoltare con imparzialità e comprensione. – rivolto all'assistente di studio – non è che questa palla di pelo stopposo mi attacca la leptospirosi?”
O: “Vede, secondo alcune teorie cognitive elaborate da suoi simili (sperando che non si offendano), l'intelligenza corrisponderebbe alla capacità di adattamento. Noi in questo siamo indubbiamente i più evoluti. Possiamo in breve tempo far diventare nostro habitat qualsiasi ecosistema: dal deserto, alle zone artiche, dalle fogne di Calcutta, al suo bilocale che usa per fare i provini alle vallette. Possiamo regolare la temperatura del nostro corpo a piacimento. Ci abituiamo a mangiare qualsiasi cosa: carne, pesce, verdura, pasticche di veleno, altri topi, anche se quelle scatolette di cibo cinese take away che ci sono nel frigo del suo bilocale dalla fuga del re in Italia, ci danno qualche problema di reflusso gastroesofageo.”
P: “Quindi voi sareste più intelligenti di noi? Se hai toccato la mia collezione di tofu sperimento su di te la tossicità del mio nuovo ombretto
O: “No, non lo siamo per quanto sembri paradossale. Noi un tempo comunicavamo, ci vestivamo, vivevamo secondo politiche sociali e le nostre idee riempivano pagine di filosofia. Avevamo un presidente: il prof. Tore, Prodi Tore. Maltrattavamo le donne (celebre fu il ratto delle sabine) e nei nostri impeti di libertà cantavamo “oh parmigiano portami via”. L'unica differenza: non giocavamo a calcio, lo trovavamo troppo poco dignitoso per noi come specie, quindi ci dedicavamo ad appallottolare muco nasale. Sfruttavamo le risorse del pianeta e miglioravamo esponenzialmente le nostre condizioni di vita.”
P: “E poi che è successo? Un guerra santa contro i gatti persiani?”
O: “Se fa un'altra battuta così le cago nel camerino. È successo che le risorse sono finite. Acqua, energia, formaggio. Ne abbiamo abusato, le abbiamo mal distribuite ed è finita la pacchia. Certo, come voi, ce ne siamo accorti per tempo, ma nonostante le mille soluzioni escogitate, finché c'era trippa per gatti (brutta metafora) nessuno ha fatto niente per risolvere il problema. Lei deve capire (cioè non proprio lei, non pretendo tanto) che l'evoluzione ha due possibili sviluppi: uno indirizzato alle pure risorse umane (topiche nel nostro caso), alla consapevolezza e all'espansione intellettiva e spirituale, l'altro esclusivamente mirato alla sopravvivenza, privo di inutilità, morale, leggi, pensieri, religioni e torte al cioccolato. L'uno, come può capire persino lei, esclude l'altro perché ti mette su un binario che diverge senza possibilità di ritorno, esattamente come un regionale delle ferrovie. Ora noi siamo l'espressione più alta della sopravvivenza, ma non abbiamo più cultura, obiettivi o una fetta di anima. Mangiamo i nostri stessi figli, viviamo in posti che voi nascondente per ribrezzo, le nostre femmine sono sempre in calore e ci accoppiamo in continuazione per garantire il perpetuarsi della specie”
P: “Mangiate i vostri figli? È una cosa mostruosa! Com'è questa faccenda delle femmine sempre in calore?”
O: “Poi siamo noi gli animali! Invece di produrre feromoni cerchi di pensare. Voi ora siete al bivio evolutivo e è meglio che seguiate il consiglio di chi, come noi, è esperto di toponomastica: quando ti trovi di fronte a un bivio, imboccalo. Non fate il nostro stesso errore, le capacità le avete. Un mio cugino che vive a Lipari mi ha raccontato come vivono gli umani senza acqua corrente. Raccolgono acqua piovana, si fanno la doccia in un catino e l'acqua poi la usano per innaffiare gli orti, cuociono la pasta e non buttano via l'acqua ma la riusano per lavarsi i denti o correggere il martini. Combattono il caldo proteggendo le piante e il freddo condividendo il calore corporeo Ma non potete aspettare che sia la necessità a imporvi questo stile di vita, dovete sceglierlo, per poter poi seguire l'altra via evolutiva, o finirete come noi e la sua unica fetta di notorietà l'avrà con una comparsata in un film dell'orrore, trasposizione de I topi nel muro di H.P.Lovecraft
P: “Bene, questo saccente portatore di germi ci fa anche lezioni di letteratura. Com'è quella faccenda del condividere il calore corporeo?”
O: “Sa che mi piacerebbe averla per cena, giù da noi in discarica? Mi dia retta, non sottovaluti quello che le ho detto. All'inizio eravamo quasi contenti: niente più politici, burocrazia, guerre di religione, pranzi di nozze, ma poi ci si scontra con la realtà: i rapporti sociali sono ostacolati dalla perdita del linguaggio e anche da un afrore non proprio fragrante, l'eccesso di testosterone ci annebbia il cervello rendendoci aggressivi e, dia retta, sta storia della bella topa è una sbalorditiva fesseria”
P: “E mi scusi, lei come mai riesce ancora a parlare? E soprattutto, com'è questa faccenda dell'alto tasso di testosterone?”
O: “Oh io prima non parlavo. Durante un visita a una centrale nucleare un uomo mi ha morso e da allora ho dei superpoteri. Tra cui il linguaggio”
P: “Impressionante! E quali altre qualità umane ha grazie a questi superpoteri?”
O: “Scoreggio”

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martedì 17 luglio 2007

Che cos'è un bacio? Un apostolo roso tra le parole "m'impicco"


Non sono mai stato un patito del contatto fisico, infatti una volta una persona mi ha toccato e ne ho patito. Questa volta però un sacrificio mi tocca (aridaje). Sbirciando il contatore di accessi non ho potuto fare a meno di notare che il suo incedere, basato sulla serie matematica che somma uno a ciò che già c'è, ha sfondato il tetto delle 100.000 pagine sfogliate di codesto blog. Centomila è un bel numero. È molto più trecentoventicinque, per fare un esempio. Centomila persone riempiono uno stadio con l'avanzo di un qualche migliaio che rimane fuori a scambiare battute con i celerini. Motivo per cui sarebbe il caso di passare al secondo stadio.
Sto tergiversando, ma ormai non posso più sottrarmi (altrimenti la serie matematica cessa di incedere). Vi meritate un bacio. Tutti quanti ne siete. Anche il mio personalissimo stalker toscano che mi insulta da un anno con metodo e dedizione. In fondo anche lui è un affezionato. Ve lo meritate perché se continuate a leggere ci deve essere una buona ragione, persino migliore di non avere niente di meglio da fare. Perché serve motivazione e volontà per superare gli ostacoli hillmaniani:
  • La lunghezza dei pezzi. In internet come nella vita le dimensioni contano. Io i soldi per comprarmi un Cayenne non ce li ho, quindi affermo la mia virilità repressa spargendo inchiostro per delimitare il territorio. Me lo diceva sempre mia madre “metti giù quella barbie”.
  • La latitanza di lo Spaggio. So per certo che molti di voi passano di qui esclusivamente per il corpo del nostro autore immagine (nel senso che immagino sia un autore). Purtroppo però il nostro si nega divenendo così un nonspaggio o !spaggio per gli avvertiti di logica.
  • L'annosa questione del fondo nero (è grigio scuro). Dopo alcuni ricoveri al reparto oftalmico del fate i bravi fratelli, alcuni smaliziati navigatori hanno escogitato tecniche di riabilitazione oculare. Ho persino scoperto che qualcuno ha trovato il modo di ridisegnare il formato grafico del blog (peraltro con colori talmente incompatibili che il mio gatto ha la coda gonfia da 3 mesi).

Insomma si può senza fallo affermare che siete un pubblico selezionato. Non certo un gregge inconsapevole che segue la massa, chessò, da Beppe Grillo o su incontriamocimasoloperamiciziafiguratisemiinteressafaresesso.it.
Eccovi quindi il vostro meritato segno d'affetto. Ma devo mettervi in guardia, almeno un po' (in guardina). Dietro ogni bacio si nasconde un tradimento. Potrei abbandonarvi per una intima volizione. Potrei vendervi tutti per un paio di calze trenta denari (in questo caso sarebbe una intima biancheria). Certo, il rimorso mi ucciderebbe, come un pitbull recidivo. Ma questo blog è solo uno specchio che moltiplica la personalità, espande la vita, come in un incubo di Borges. E gli specchi sono destinati ad andare in frantumi annullando la capacità di riflettere portando alla follia, come in un'altra serie stavolta pirandelliana, che porta da uno a niente e infine a centomila. Centomila come voi, come i centomila me, cloni ribelli che non vogliono somigliare a nessuno, come un gemello figlio unico.
Uno specchio non rimanda mai ciò che siamo davvero. Almeno non finché pensiamo di essere qualcosa. Come quando ci si osserva riflessi e non ci si riconosce. Non ci si somiglia. In quel momento surreale in cui non si capisce che cosa sia capitato alla propria faccia, ci si chiede se gli altri ci vedono così, con quella sconosciuta fisionomia. Ebbene no. Normalmente gli altri non ci vedono proprio, ma se capita, somigliamo a un loro lontano cugino, che ora fa il debeccapolli a Pinarella di Cervia.
Altre volte siamo lo specchio. Come quando scorgiamo attraverso il vetro che, per motivi riconducibili alla dinamica dei fluidi, siamo talmente ben pettinati che ci vestiamo e usciamo, anche senza una meta, come un triste giocatore di rugby. Ma non si può andare a letto con i capelli che stanno così bene. Immagine speculare. Speculazione dell'immagine.
Molti creano qualcosa per attirare l'attenzione. Forse io ho creato il blog per spostarla da me. Per sfuggire l'identità, creandone una dinamica. Uno specchio d'acqua su cui mi affaccio. Poi qualcuno ci tira un sasso in mezzo e l'immagine si perde in cerchi concentrici. Tu ti concentri e cerchi di fissarla, ma quando l'acqua si cheta, la figura è diversa e avevi appena finito di accettare quella di prima. Perché se sei bello di tirano le pietre, ma se sei brutto te le tirano più forte.
Insomma io il bacio ve lo mando volentieri, ma sappiate che non sono punto tranquillo, perché centomila è una massa e come insegna Canetti, la massa è potere. A me il potere non piace e con una schifezza di sillogismo dovrei dire che non mi piace nemmeno la massa. Ma questo sarebbe il minore dei mali. Se fossi io a non piacere alla massa, sarei in presenza di una massa critica, con conseguenze imprevedibili. Sarebbe un massacro. Fortunatamente però, per distruggere uno specchio bisogna in qualche modo mettercisi davanti.
In fondo guardare in uno specchio è come guardare dentro sé stessi: ognuno ci vede quello che gli pare. E questa è la partita che si gioca tra il blog, l'autore e i lettori. Uno, nessuno e centomila.
Smack.


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