venerdì 15 settembre 2006

I monologhi della valigina


Sono una valigina. Sono piccola ma ne capisco, capisco in quanto capiente, sebbene piccola. Sono elegante, pratica e, assolutamente svuotata da ogni presunzione, piuttosto di classe. Niente di esoso, sia chiaro, non sono la valigia dell’attore e nemmeno quella di un lungo viaggio, buttata lì sul letto. Però sono una valigina di tutto rispetto, non una di quelle borsone in cui si spinge tutto dentro a forza o, peggio ancora, a salti di culo (mi si passi il termine esotico, ho viaggiato molto). Io sono munita di scomparti, tasche e, non ditelo a nessuno, un geniale doppiofondo acconcio ad ogni evenienza. Una volta ci si mettevano calze di nilon per le avvenenti ragazze dell’est, per cercare un po’ di affettuosa gratitudine. Ultimamente mi ci ritrovo delle sigarette che piacciono molto ai cani all’aeroporto o, al limite, cilindri tremolanti amici delle donne. Ormai, ad essere sincera, non me lo usano da tempo (il doppiofondo non il cilindro): è il primo posto dove vanno a guardare, mi aprono e cercano il mio doppiofondo. Maniaci.
E poi, diciamola tutta, io rappresento il bene e il male della mobilità umana. Sono complice dell’omicidio che si commette partendo e un po’ morendo. Sono la gioia o la tristezza di lasciare un posto e quella di raggiungerne un altro, prima di essere svuotata e riposta senza troppo rispetto. Contengo sogni, speranze, illusioni e tristezze. Certo, contengo anche mutande, calzini e canottiere di flanella, ma è la nobiltà d’animo che conta. Nobile e mobile. C’è modo e modo di traghettare un paio di mutandoni.
Io viaggio molto. E’ il mio mestiere. Grazie alle linee aeree, viaggio molto di più di chi mi usa. Mi usa e mi ama. Lo so perché quando non lo raggiungo immediatamente, si dispera, smuove mezzo mondo pur di riavermi con sé. Ogni volta che ci separiamo, usa mille precauzioni per tutelare il mio benessere: mi chiude con lucchetti, mi adagia con tenerezza su un tappeto scorrevole e mi osserva allontanarmi con lo sguardo incerto di chi spera di riabbracciarmi presto.
A volte esagerano, mi avvolgono con strati protettivi, ma soffocanti, di pellicola trasparente e pagano perché la mia incolumità sia assicurata. Io mi sono informata e le cose stanno più o meno così (me l’ha detto una luis vitton di un certo livello): succede spesso che nel tragitto verso il mio posto prenotato in aereo, qualche avido e invidioso, profani la mia interiorità, per appropriarsi dei miei valori più cari. Così l’aeroporto propone a chi mi usa e mi vuole bene, di pagare un obolo, per garantire i valori di cui sopra. In pratica, questa struttura chiede soldi per tutelarmi dai reati che può commettere….un pizzo insomma, vengo taglieggiata per non essere tagliuzzata. Destino infame, una vita a sopportare pesi e a combattere, con trasporto, la criminalità organizzata.
Preferisco viaggiare in treno. Almeno controllo tutto dall’alto, da quell’amaca su cui qualche gentile giovanotto mi ha deposto, per farmi cullare dall’alta velocità, che, prodigi della tecnica, fa molto prima ad arrivare in ritardo. Negli ultimi anni però tutti mi guardano sospettosi. Una volta, nella peggiore delle ipotesi, potevo contenere un sarchiapone, ma oggi ci contano e se siamo più delle persone scompartimentate, ci osservano con terrore. E’ offensivo: ti pare che un terrorista usi un oggettino di classe come me per i suoi intenti bombaroli? Io do nell’occhio, piaccio.
La macchina la detesto. Chiusa in un cofano, quando va bene o legata come un salame sul tettuccio e coperta da un telo che svolazza schiaffeggiandomi senza sosta. Qualche genio dello stoccaggio ottimizzato poi, mi sbatte in testa una di quelle sansonite rigide da 90 litri piene di scarpe malfetenti. Io per dispetto gli frantumo la bottiglietta di profumo per non chiedere mai informazioni e gli restituisco i vestiti talmente impregnati da far invidia a un bordello di Las Vegas. Ci sono stata una volta (a Las Vegas non in un bordello), un casino. Veramente quella volta dovevamo andare a Lugano a guardare il lago dal portico di una banca, sorseggiando latte e cioccolato, ma per un impercettibile disguido della compagnia aerea, io mi sono ritrovata su un F-117 Nighthawk stealth fighter, diretto in una base segreta nel Nevada. Avete presente? L’aereo invisibile. Infatti nelle registrazioni degli uomini radar di Fiumicino si sente uno che dice “spazio aereo libero, però c’è una valigina che sfreccia nel vuoto a 12.000 metri di quota”.
Vita avventurosa la mia. Certo non difficile come quella di mio nonno cartone, tenuto insieme con un po’ di spago, in giro per gli oceani sbattuto in stive di terza classe, con la puzza di sudore dal boccaporto e odore di mare morto. Lui conteneva molte più speranze di me. Aveva proprio la forma adatta al trasporto delle speranze. Io vado bene per qualche pigiama, il cambio perché non si sa mai, il rinoepilatore da viaggio e altri oggetti che ormai vivono dentro di me, perché nessuno li tira mai nemmeno fuori. Si chiamano da viaggio per questo, perché viaggiano e basta.
Ho voluto parlarvi di me perché durante l’ultima trasferta mi hanno infilato in una tasca questo libercolo (da viaggio): i monologhi della vagina. Per non farlo sentire inutile, l’ho letto io, giusto per non fargli fare un giro a vuoto. Così mi è venuta l’idea di fare il mio monologo. Non mi metto certo in competizione con lei. Lei è più importante di me (anche se meno capiente), pare addirittura che il mondo intero le orbiti attorno. Però anche io sono compagna inseparabile di uomini e donne e mi amano (da cui il termine bagaglio a mano), anche io nascondo dei segreti e anche il mio aprirsi o chiudersi è sempre foriero di gioie e dolori.
Pensateci, durante l’erotico gesto di far scorrere la mia zip.

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4 commenti:

Anonimo ha detto...

Non soprassiedo,non sulla valigia, quello lo fanno tutti per riuscire a chiuderla, ma apro uno scomparto sulla cannottiera di flanella, e chiedo ma che cannottiera è? Serve a far flanella o serve solo a riempire scomparti? E chi indossa oggi una flanella in forma di cannottiera?
Un flanellante? Versione moderata del flagellante?
Un vetero-comunista nostalgico in cerca di calore?
Tante le inquietanti domande che viaggiano, non in aereo altrimenti non arrivano in orario, che turbinano tubolente, tanti gli interrogativi che apre l'inquietante affemazione e allora chiedo la prova fotografica, che non mente, del curioso indumento.

Con ossequi.

Anonimo ha detto...

Ogni valigia contiene una vita, pensieri, emozioni, esperienze nascoste fra pile di magliette e biancheria.
Tu hai reso molto bene tutto questo. Sei molto brava. complimenti

cruman ha detto...

la mia parte femminea ti ringrazia ;)

cruman

beatrice ha detto...

ma chi è l'autore di questo meraviglioso testo?
Ti lascio la mia mail
bea_90@yahoo.it

a presto
bea