martedì 20 febbraio 2007

Una fetta di popolo bue, tagliata vicino all'osso


Ho seguito con attenzione i fatti di Vicenza. Non pensate male, non come quelli che guardano la partenza della Formula1 perché il telecronista ripete da due giorni che la prima curva è stretta e sarà difficile passare indenni. No, io avevo i miei motivi per interessarmi alla manifestazione contro fatta da quelli a favore (o il contrario non ho ben capito): c'è un mio amico macellaio a Vicenza e mi ha chiesto di seguire le cose e spiegargliele per bene perché lui deve affettare quarti di bue e non ha tempo per fare politica, ma gli pareva brutto non saperne nulla. Poi voleva anche sapere se in televisione si vedeva l'insegna della sua norcineria. È un amico, non potevo dirgli di no, anche perché serve un filetto così morbido che si taglia con un tonno.
Indi per cui mi sono svegliato a un'ora in cui non ci si sveglia se non si è mormone o turnista. Ho acceso la televisione (no, non sono andato lì: le manifestazioni di massa mi creano problemi e manifesto una massa di effetti collaterali). Tanto c'era un minicorteo di giornalisti con molti più occhi di me. Ascoltavo. Alle sette di mattina era già arrivato qualcuno e tutto era tranquillo, ma il grosso doveva ancora giungere. Alle undici c'è già un bel mucchio di gente e nessun disordine, ma mi suggeriscono di mantenere alta la tensione perché “quelli dei centri sociali” devono ancora arrivare. Nel primo pomeriggio ci sono tutti, tanti, saranno 50 mila, il mio amico macellaio dice “sono 75 mila che faccio, lascio?”. Tutto tranquillo, i cameraman si annoiano, gli inviati controllano se magari qualche treno di malintenzionati è in ritardo, se dei facinorosi si sono fermati al punto informazioni a chiedere il rimborso del supplemento rapido, prima di dar fuoco alla stazione. Niente, è proprio tutto tranquillo. Mo che dico al mio amico macellaio? Nemmeno un piano americano (e scusate il calambour) su un abbozzo di devastazione urbana con sullo sfondo i suoi culatelli.
Una cosa interessante però la vedo. Un gruppetto, tranquillo nella sua grupposità, manifesta vicinanza letteraria (cioè tramite striscione) con le BR tratte in arresto nei giorni scorsi. La cosa mi incuriosisce e provo a capirne di più. Pare che qualcuno consideri questi arresti come un atto repressivo nei confronti di una specie di eroi che tentano di creare le condizioni per un mondo migliore per tutti. Dove tutti siano liberi e i diritti umani vengano rispettati. A costo di ammazzare qualcuno. In un certo senso potrei anche capirlo. Io a quello che parcheggia il SUV quattromilaquattro benzina metà sul marciapiede e metà in mezzo ai coglioni per andare in edicola a comprare un giornale che non leggerà, gli sgonfierei le gomme della bici se ce l'avesse. E un mondo dove uno compra un SUV 4400 appositamente per salire sul marciapiede dell'edicolante è sicuramente migliorabile. Però ancora non ho seppellito un bazooka in giardino. Forse perché sono un vigliacco o perché non ho un giardino. Quindi anche le mie condizioni abitative sono migliorabili.
C'è poi il fatto che questi brigatisti (molti di loro) erano iscritti alla Cgil e a qualcuno è sembrata una brutta cosa. Epifani però non accetta discorsetti. Dice che il sindacato non ha niente da imparare. Io lo spero proprio, spero che dalla morte di Guido Rossa qualcosa sia cambiato. Ma penso anche a tangentopoli, alla situazione negli ospedali, dell'amministrazione pubblica e via discorrendo e penso che sia strano che un'organizzazione come la triade abbia sempre fatto spallucce come chi non sa o non può.
Ma forse così sto dalla parte degli eversori. Renzo Gemmi, funzionario dei Carc di Reggio Emilia, cacciato dalla FIOM nel 2002 dice che nel sindacato alla fine ha vinto chi la lotta non la vuole e ora in prigione c'è chi “rappresenta un punto di riferimento per le masse”. Anche queste masse mi incuriosiscono. Sicuramente a qualcuno piaceranno queste BR, ma a me non ha chiesto niente nessuno. Non mi hanno chiesto se voglio cambiare questo mondo. Ok diamolo per scontato perché in effetti due cosette da dire ce l'avrei. Ma nessuno mi ha chiesto se mi va bene cambiarlo ammazzando persone. Al di là delle spiacevoli conseguenze dell'essere sparato (tipo non poter vedere l'inter che vince uno scudetto), instaurare un sistema con la forza, ma soprattutto con il terrorismo (quindi non con un sollevamento popolare) rende indistinguibile il regime sovvertito da quello sovvertente. E Woody Allen non era così visionario quando immaginava i vincitori della rivoluzione mentre applicavano leggi speciali tipo indossare le mutande sui pantaloni per controllare che siano sempre pulite. Insomma ho avuto la sensazione che Gemmi e compagni ritengano tutti quelli “inerti” (come me) o dei vigliacchi o gente che non capisce ciò che per loro invece è chiarissimo. Oppure, nel caso peggiore, dei bersagli. È questo che è fastidioso (anche gli UZI 9 millimetri, ma soprattutto questo) non tanto gli ideali o le lotte sociali. Il fatto che loro si sentano in qualche modo “unti” un po' come il loro nemico giurato (non Luca, Silvio). E sinceramente di amore e eroi si scrive e si parla troppo, considerato che tutte queste storie finiscono sempre in epitaffi e fascicoli di avvocati divorzisti. Anche perché se fosse vero che il popolo è bue è completamente inutile imporre con la forza un sistema sociale evoluto, sarebbe come obbligare la gente bassa ad essere più di un metro e ottanta (riferimenti a politici non voluti).
Se ci pensate è tutto un buffo paradosso. Le religioni, che conosciamo a stento e gestite da persone altrettanto stentate, ci dicono che cosa fare; il governo, guidato da gente che non abbiamo votato, ci dice come farlo e misteriosi terroristi cercano di smontare tutto per il nostro bene, senza che ci abbiano mai fatto nemmeno gli auguri di Natale. A ben vedere pare proprio che ognuno faccia semplicemente gli stracazzi propri (come diciamo noi a Liverpool).
Ne ho parlato con il mio amico macellaio. Anche lui, che segue pedissequamente la filosofia der Magnotta (senza sapere di essere pedissequo) ha spesso sentenziato “mi iscrivo ai terroristi” approcciando discorsi tipo mucca pazza e gallina costipata. Però nemmeno lui ha dei “kala” in giardino, lo so di certo perché lui in giardino ha tutte piante di punta di vitello.
Alla fine non sono stato molto utile al mio amico macellaio vicentino, ma per farmi perdonare vi riferisco un suo messaggio. Ci tiene a sfatare un mito: lui gatti non ne tratta.
Forse non è stagione.

Technorati Tags: ,

mercoledì 14 febbraio 2007

Pacco generazionale


Seguo sempre con estrema attenzione i servizi e gli articoli dedicati ai grandi imprenditori. Da sognatore quale sono, infatti, amo pensare che in queste storie di successo si celi qualche spunto che un comune mortale possa sfruttare per cogliere un’illuminazione, un’idea o anche solo una botta di coraggio per provare a tuffarsi in qualcosa di più stimolante dell’indossare una cravatta regimental invece di quella a tinta unita. Purtroppo il mio rapporto con questo genere di articoli non è tutto rose e fiori, e che ci crediate o no ci son cose che mi fanno incupire anche di più del compenso giornaliero di Cimoli o dell’ultimo vaneggiamento di Matarrese. Stando all’autorevole parere di ben pagati analisti ex-bocconiani, il problema principale dell’industria italiana è lo scarso dinamismo. Non mi spiego come sia possibile: qualsiasi neolaureato che vagli le proposte di lavoro divulgate dai media non ha che da accomodarsi e riempirsi la bocca: si cercano persone dinamiche, dotate di attitudine al cambiamento, adatte al lavoro in team e disposte a mettersi in gioco. Che sia così difficile trovarle? Non credo il problema sia quello, ma piuttosto sapere che farsene di persone simili una volta assunte. Perché la verità è che annunci di questo tipo sono utili solo per compiacere gli azionisti se questo turbinio di dinamismo resta fermo ai piani bassi dell’azienda. Parlo con miei coetanei e assorbo con un pizzico di sgomento aneddoti che parlano di IT manager che non sanno usare un cellulare, o di amministratori delegati restii a comprare un biglietto aereo su internet. Ciò che è scritto in molte mission aziendali è più vero di quanto non si creda, specialmente il vecchio adagio “l’azienda è a immagine delle persone che ci lavorano”. Senza disquisire sul fatto che purtroppo son poche le realtà in cui una poltrona si conquista per meritocrazia, di certo c’è che nei ruoli strategici si è indotto un meccanismo perverso che vuole senatori a vita quale unica garanzia della continuità aziendale. Che la politica abbia fatto scuola?
Ma che se ne fanno le aziende di giovani con spiccate attitudini al lavoro in team se a capo di questi mettono un dispotico accentratore preoccupato solo di rimanere abbastanza indispensabile per non perdere la poltrona anche dopo l’età pensionabile? A che servono dinamismo e flessibilità se le innovazioni vengono valutate da chi considera la nuova versione di Office un problema insormontabile?
Continuando a sognare, perdipiù, mi piacerebbe che il discorso di cui sopra non venisse snaturato estremizzandolo dall’altro verso. No, non ritengo che un’azienda con decenni di storia alle spalle debba essere data in mano a un neolaureato (nemmeno per nepotismo, guarda un po’), e non penso nemmeno che la chiave del successo sia seguire come una banderuola al vento ogni cambiamento delle best practise tanto cara agli aziendalisti americani. Semplicemente mi piacerebbe che concetti come quello espresso da Luca Josi e provocatoriamente formalizzato nel suo “patto generazionale” diventassero una sorte di policy aziendale non scritta, un gentlemen agreement tra l’azienda e i suoi dipendenti. So che non è facile, sarebbe come chiedere alle istituzioni di farsi carico dei problemi dei cittadini anziché delegarli a Capitan Ventosa. Ma non è una richiesta così strampalata. Non son certo di condividere appieno quanto scritto nel patto in questione, ma di sicuro alcuni passi vorrei averli scritti io. E benché le petizioni via internet godano di poca credibilità (presumibilmente per la difficoltà di controllare l’effettiva esistenza dei sottoscrittori) e siano a mio parere perfette per lanciare l’abolizione dei costi di ricarica delle sim prepagate ma non certo per un tema come questo, mi piace constatare – ammesso che ciò sia veritiero, purtroppo non ho i mezzi ne le conoscenze per controllarne la veridicità – che l’iniziativa in questione sia stata sottoscritta da persone che da questo gesto non traggono alcun tangibile vantaggio se non in termini di onestà intellettuale. Un certo signor Profumo, per dire, non ha bisogno di far le scarpe ad alcuna cariatide per arrivare al vertice di un'azienda. Ci si trova già. Ma sottoscrivendo questo patto ha in qualche modo sancito la propria volontà a non invecchiare sulla stessa poltrona vita natural durante (un vero peccato, viste le buonuscite che si aggiudicano certi top manager esonerati dai cda), a favore del rinnovamento e della dinamicità che tanto manca alle imprese italiane (e all’azienda Italia in primis) per colmare il gap con il resto del mondo. Ma c’è di più: se un patto del genere l’avesse sottoscritto ai tempi del suo debutto un famoso Giulio della politica italiana (non Cesare, uno più recente anche se di poco), state pur certi che sarebbe ben difficile riuscire a rinfacciarglielo oggi. Lo stesso non si può dire per l’iniziativa di cui sopra: la memoria di Google, infatti, sarà di supporto a qualsiasi Capitan Ventosa del futuro prossimo. Chissà che davvero anche nel belpaese non capiti di avere a che fare con qualche leader quarantenne con un bagaglio di vent’anni di ruoli di responsabilità alle spalle.

Technorati Tags: ,

lunedì 12 febbraio 2007

Non ho 4 Euro, figuriamoci 500


La mia motoretta è del secolo scorso. Questo modo sexy di identificare il 1999 spinge l'immaginario collettivo a credere che si stia parlando di un pezzo di antiquariato perché fino a 8 anni fa “il secolo scorso” significava cavalli (equini, non hp) motori a vapore e velocipedi bohemienne. Invece la mia motoretta non ha nemmeno 10 anni, è stata costruita con la tecnologia affacciata al 2000: un sistema di ripartizione della frenata che permette di sentire un po' meno spesso frasi del tipo “scusa non ti avevo visto”, mentre ti estraggono un guard rail dal naso; quattro cilindri con doppio contralbero che fanno sì che io possa dire di avere quattro cilindri con doppio contralbero provocando un meccanico rispetto e un timore nel chiedere spiegazioni che fa il gioco del mio non saperne dare. Insomma la mia motoretta è un attrezzo assemblato con tutti i crismi, prova ne è che il concessionario ha voluto in cambio un mucchietto di milioni senza farmi alcuna concessione, snaturando così la sua natura. Si tratta di un investimento dilaniato nel tempo che ho fatto volentieri. Un oggettino che mi godrò per un bel pezzo, pensai. Non avevo fatto i conti con i paladini dell'ambiente. Non quelli che si fanno prendere a bidonate di scorie radioattive in testa a bordo di canotti, non loro. Parlo di politici e legislatori con i loro macchinoni di rappresentanza, senza assicurazione, senza pedaggi, senza tasse, senza zone a traffico limitato e multesenti. Questi gestori della cosa pubblica dotati di autista, hanno deciso che la mia motoretta e tutte le altre non eurocatalogate non potranno più circolare per le città appestate dal trasporto su gomma, dal riscaldamento domestico e dalle macchine di rappresentanza. Visto che non potrò andare più da nessuna parte la mia tassa di circolazione sarà ridimensionata in maniera commisurata alla limitata circolabilità, ho ingenuamente congetturato. No. Me l'hanno raddoppiata. Così imparo a non guadagnare 10.000 euro al mese come loro e non cambiare veicolo ogni due anni adeguandomi alle fantasie pseudoecologiste e riempiendo il pianeta di materiale inquinante da smaltire.
Io non penso che questi politicanti siano tutti scemi, ma il fatto che loro lo pensino di me un po' mi insolentisce. Io per apprezzare il loro impegno sociale sventolato come una tessera di partito, dovrei credere che la mia motoretta eurozero inquini più di un'automobile euro4 (che tra due anni sarà una vecchia ciminiera in confronto all'euro5 senza che ancora nessuno abbia capito che stramaledizione sia un euro1), che contribuisca all'incremento di PM10 e che la sua eliminazione dal traffico risolva i problemi dello smog in Italia. Tutte queste cose sono evidentemente false. In un qualsiasi percorso medio cittadino una moto euro0 brucia meno della metà di carburante di una modernissima auto euro4 (e inquina di conseguenza), rimane in strada la metà del tempo e decongestiona il traffico senza creare problemi di parcheggio. Il 60% di PM10 è prodotto dal riscaldamento e dagli impianti industriali, il 30% dal trasporto pesante su gomma e dalle centrali termoelettriche, il 2% dai veicoli privati, di questo 2% solo una piccola parte è generata dai motoveicoli.
La situazione che si viene a creare è di facile lettura, persino per un politico. Le tantissime moto eurofree diventano un peso per i loro proprietari: pieni di limiti di circolazione, con tasse esorbitanti, assicurazioni vampire e invendibilità a causa del crollo del valore dovuto a queste norme (a meno di venderle in Germania, dove l'ecologia è presa sul serio). Che cosa fa il buon centauro impossibilitato dalla nuova finanziaria a comprare un mezzo nuovo? Rottama, pagando, la sua amata due ruote o la lascia nel box e va a piedi. No, no furbissimi legislatori, non va a piedi. Prende la macchina. Che inquina di più anche se è euro4, ingorga tangenziali, crea costosissimi problemi di parcheggio e fa nascere creature infernali come gli ausiliari del traffico. Voi direte, sono pazzi! Magari dico io (dico verbo, non nel senso di pacs).
Loro hanno il macchinone pagato da noi che consuma come il boeing con cui vanno a fare i fenomeni alle Maldive, limiti di circolazione non pervenuti, la moto non ce l'hanno perché la moto è per gente con le palle (ma se ce l'avessero sarebbe l'ultimo modello), in casa hanno un bel calduccio perché la colf filippina pulisce meglio svestita e intanto autorizzano la costruzione di inutili rigassificatori che producono PM0,5 da far venire un tumore a un carcinoma. E ci fanno pure la figura di quelli che si preoccupano dell'ambiente. Di quelli che usano solo fogli protocollo di Kyoto.
La cosa più triste però è che è colpa nostra. Di tutti quelli che sentono parlare questa gente di salvaguardia dell'ambiente e non capiscono che si stanno riferendo al loro ambiente di lavoro. Di quelli che si bevono che una motoretta del '99 è un'arma biologica e senza fiatare pagano 500 euro di tassa di circolazione (di una moto che ne vale 300) per poi non poter circolare. Forse è arrivato il momento di accorgersi che i nostri rappresentanti ci trattano come pecoroni rumorosi ma mansueti. Di accorgersi che mentre ce ne stiamo seduti sul divano a ridere dei politici messi alla berlina (euro4) perché non sanno chi è Nelson Mandela, ci facciamo ciurlare nel manico da chi ci vantiamo di deridere.
Tra tutto ciò che è movimento frutto di combustione a partire da un shuttle per guardare l'infinito da qualche chilometro più vicino, agli aerei che portano gentiluomini ad occuparsi di adolescenti indigenti thailandesi, la motocicletta è ciò che più si avvicina a un rapporto sano con la natura, con l'ottimizzazione delle risorse e dello spazio e nulla cambia al nostro pianeta che si tratti di una Guzzi Nuovo Falcone 500 del 1971 o un scooter euroqualchecosa.
Fermare le moto euro0 per salvaguardare l'ambiente è come andare dal dentista con dodici carie e farsi un bello sbiancamento dei denti così che si possa sorridere mentre si marcisce da dentro.

Technorati Tags: ,

giovedì 8 febbraio 2007

Il miracolo di S.Remo


Io non sono molto religioso, perciò di Sanremo so poche cose. Quelle che bisogna saperle per forza però le so. Per esempio so che è il santo patrono dei cantanti, i quali gli hanno dedicato un festival dove si trovano tutti insieme, solo che cantano uno per volta, cioè, uno per volta se sono cantanti single, in due se sono paola&chiara, in gruppo se sono un gruppo eccetera. Però mi pare che certe volte al festival di Sanremo c’è pure un’orchestra che suona e quindi, volendo, uno può andare lì a cantare e basta, senza portarsi dietro i musicanti. Se si fida, ovvio. Una volta Sanremo invece cantava in playback. Trattandosi di un santo, non oso immaginare chi fosse il doppiatore.
Uno di questi giorni discettavo con la mia amica, quella con cui devo andare in vacanza, esplorando il margine delle nostre specchiate intelligenze nel tentativo di valutare l’ordine di grandezza della misura in cui Sanremo ha in qualche modo scalfito il derma delle nostre rispettive esistenze. Lei ha sostenuto che Sanremo si pronuncia S. Remo, ma io le ho detto che no, che quella è una città della Liguria e non c’entra niente col festival. Lei ha insistito e allora ho capito che la mia amica è ancora meno religiosa di me. Comunque entrambi ci siamo confessati abbastanza confusi.
Lei, per esempio, di Sanremo ricordava di quando, ai tempi della scuola dell’obbligo, era a casa a studiare (lei, non S. Remo) e le canzoni dei cantanti uscivano dal televisore (le canzoni, non i cantanti) coprendo le distanze. Questo perché, dice lei, i suoi genitori seguivano il festival in TV, e quand’è così davvero non ti puoi salvare, le canzoni ti inseguono ovunque. Una cosa per me inspiegabile è come mai, visto che tutte le strofette di Sanremo fanno rima, alcune facciano più rima di altre e ti si mettano in testa a rompere le palle, visto che neanche sono belle. Boh. Però questo non vuol dire che le canzoni di Sanremo siano tutte brutte o i partecipanti tutti cani latranti. Per dire, tantissimi anni fa a Sanremo ci andò Vasco Rossi, uno che a vederlo adesso non te lo saresti mai aspettato: a quell’epoca aveva un sacco di capelli anche sopra la testa, non solo ai lati e dietro.
Sanremo, a modo suo, è ovunque. Come il Budda, ha detto la mia amica. Per esempio se giri nei serpentoni della casbah che c’è dentro qualsiasi autogrill dell’autostrada, di sicuro ti imbatti in un ciddì con qualche Sanremo di qualche anno qualsiasi. Somewhere in time.
Tra un po’ arriverà il festival di Sanremo 2007, quello nuovo, con su tutte canzoni inedite compresa qualcuna che però ricorda una vecchia canzone e allora dàje al plagiatore, e gli ambulanti che vendono i ciddì pirata di Sanremo avranno come al solito il ciddì di Sanremo 2007 in anteprima rispetto agli autogrill e rispetto alla conclusione del festival, anche.
Almeno credo, perché se così non sarà, allora vorrà dire che Sanremo è stato vietato come le partite di pallone e questo farebbe precipitare l’italica nazione nella dissolutezza derivante dalla mancanza di un qualsiasi punto di riferimento.
Quando Sanremo nuovo sta per arrivare, tutti i media si concentrano sull’argomento e sui presentatori, sulle vallette, sugli ospiti stranieri. Cose fondamentali, che rimangono. Io e la mia amica, per esempio, pur non avendo mai seguito il festival di Sanremo in maniera cosciente (lei, quella volta che le capitò, stava studiando nell’altra stanza) ci siamo messi lì a ricordarci i presentatori e abbiamo elencato Pippo Baudo, Pippo Baudo, Pippo Baudo eccetera. Poi ci siamo ricordati pure di quel comico toscano, come si chiama… Quello lì che lo hanno fatto incazzare e alla fine non s’è capito se aveva fatto bene a fare il presentatore invece di limitarsi all’imitazione di Renato Zero. Quanto alle vallette, io mi sono ricordato di quando c’erano Sabrina Ferilli ed Eva Herzigova, però questa cosa mi è stata contestata dalla mia amica: non era la Herzigova, era un’altra, tipo la Henger, che pure Eva si chiama. O era un altro anno. Non ci siamo saltati fuori. Anche perché in effetti scegliere una valletta bruna (Sabri) e una bionda (Eva, quale che fosse delle due) sarebbe stata veramente una trovata becera. Impossibile che sia successo davvero. Sugli ospiti stranieri, infine, abbiamo lasciato stare, perché si ha sempre l’impressione che siano gli unici pagati, tra tutti quanti lì.
Un’altra cosa che io so di Sanremo, e che forse dovevo scrivere all’inizio (ma ero confuso) è che è un concorso, cioè alla conclusione c’è un cantante (o un essere bino come paola&chiara, o una banda) che arriva primo, uno che arriva secondo eccetera, e certe volte per far vincere più gente includono categorie protette tipo cantanti esordienti o cantanti pensionati e diventa come la tombola, con ambo, terno, quaterna e tombolino. La mia amica di vacanza invece ha detto che è noto che Sanremo è truccato e chi vince si sa sempre prima che il festival incominci, insomma che è tutto un magna magna e che presto o tardi qualcuno andrà in galera, a meno che non li facciano chiudere anzitempo per scarsità di òdienz o di scèr. Quasi stremati, ci siamo interrogati a lungo sul perché chi vince Sanremo vende pochi dischi e chi perde ne vende tanti, e di ciò abbiamo provato condivisa meraviglia (strano, la meraviglia è figlia dell’ignoranza). A seguito di tutto ciò, oltre a meditare sulla digeribilità dei cannelloni di Angie, abbiamo dovuto inesorabilmente concludere che per essere gente che non caga Sanremo, ne sappiamo veramente troppo. Sicuramente molto di più di quel che sappiamo del concerto di capodanno, che pure seguiamo con regolarità.
Proprio quando stavamo per lasciar perdere abbiamo capito perché: il festival di Sanremo è una tappa molto importante e la si aspetta come un rito di passaggio. Il suo segreto è di durare un numero imprecisato di giorni durante i quali l’uomo, e a volte anche la donna (come nel caso della mia amica) si rende conto che l’inverno e finito, che i pomeriggi sono un po’ più luminosi e che in certi momenti ti sembra di scorgere il profumo verde della primavera. Ecco, questo è il miracolo di Sanremo. È da novembre che lo aspetto, quasi non ne posso più.

Technorati Tags: ,

martedì 6 febbraio 2007

Ce lo dice da un anno


Mi si dice che non sono tipo da anniversari. Forse è vero o forse semplicemente non ho nulla di cui festeggiare la ricorrenza. Ma un piccolo tributo a codesto inconsueto blogo lo voglio fare. Esattamente un anno fa pubblicavo l'apertura di Ce lo dice Hillman e lo facevo con quell'entusiasmo tipico delle cose di cui si sa bene ci si stuferà nel giro di un mese. Da quel giorno, sotto i ponti, sono passati 175 post, qualche vignetta, un libro, ma soprattutto 55 mila persone. Quelle che starebbero in uno stadio per intenderci e non si sono neppure menate.
All'inizio era tutto strano, anche i commenti di quei dieci disperati che incappavano nel sito o ci finivano spinti da qualche mio ricatto morale, ma più spesso immorale. Commenti non proprio stimolanti, ma mi hanno aiutato ad andare avanti. Chi non verrebbe spronato da frasi tipo "non c'hai niente da fare eh" o "ma come ti vengono in mente ste cose" o ancora "il testo bianco su nero mi fa andare insieme i sentimenti" (non è nero è grigio scuro). Così ho continuato a scrivere stupendomi (stupendo me) di me stesso e dei due eterei ma determinanti collaboratori, ma soprattutto stupendomi di un crescente interesse e di un tutto sommato esiguo numero di insulti registrati.
Sono diverse e bizzarre le tappe fondamentali di questo viaggio sciagurato: il tentativo di chiusura coatta da parte dell'AFASIA, il sorpasso iconografico di lo Postatore Sano ai danni il Spaggio, i primi pezzi scelti da Tocqueville e Liberoblog, lo strabiliante mese di Novembre con 13 mila accessi in 30 giorni e infine il libro, quel Post Scriptum voluto, stampato e esposto al pubblico ludibrio senza ritegno e senza rispetto alcuno per la letteratura contemporanea.
Forti di questi dignitosi risultati, noi hillmaniani stiamo mettendo in cantiere progetti ambiziosi. Dopo il libro abbiamo deciso di incidere un disco (magari con un cacciavite), girare un film qualunquista per le masse (tipo tre metri sopra il celo dice hillman) e un quiz a premi con un personaggio misterioso da riconoscere, che chiameremo “chi vuol esser Postatore Sano” (non nel senso di chi vuole identificarsi in lui ma chi è il vero idolo di Postatore Sano). Che poi magari domani mi stufo e chiudo la baracca, ma si sa, sognare costa solo il prezzo di una scatola di barbiturici.
Ora dovrei ringraziare qualcuno, ma siccome non sto ritirando nessun premio faccio senza. Tanto chi ha la mia gratitudine lo sa bene visto che ne approfitta per rinfacciarmelo.
Quindi invece di rendere merito a chi in qualche modo ha avuto a che fare con questa bislacca avventura anche solo sorbendosi qualche mio scritto pur di non lavorare, chiedo una cortesia giusto per soddisfare un ragionevole interesse. In pratica ho una curiosità che ha appena finito di consumarmi il fegato e chiede altro da mangiare. Mi riferisco alla curiosità verso di voi, verso chi volontariamente utilizza la propria connessione internet (più facilmente quella del posto di lavoro, l'università e via discorrendo) per vedere che ci dice Hillman. Che tipi siete? Che pensate? Perché lo fate? Disperati ragazzi miei.
Fatemi dunque questo presente di compleanno: appalesatevi, lasciate una traccia di voi, una frase, una parola, un segno di interpunzione, qualcosa che mi possa far immaginare come siete fatti, se e quanto siete fatti, che dopobarba usate e perché lo usate visto che siete donne, quale tara familiare vi affligge, se siete la zia pazza di qualcuno o il cuggino che una volta è morto di qualcun altro. Ma soprattutto se per caso avete duemila euri da prestarmi a tasso agevole.
Mentre attendo fiducioso che battiate un colpo, prendo congedo perché io comincio a perderne qualcuno. Mi preparo la mia sana tisana al finocchio addolcita con miele di ape maia (che è tanto gaia) e mi butto sul letto a quattro di spade, perché s'è fatta 'na certa e va bene il blogo, va bene l'anniversario, va bene tutto, ma c'ho 'na pezza de sonno 'n faccia! Buonanotte nì!

Technorati Tags: ,

lunedì 5 febbraio 2007

Quello che non voglio più sentire


Si tratta di pochi teppisti che rovinano tutto l'ambiente. Saranno pochi teppisti, ma se è così mi manca di capire come si sia passato dagli stadi pieni di gente in giacca e cravatta, senza settori e gruppi organizzati, di cinquanta anni fa, allo stadio fatto di tifosi scortati, perquisizioni, telecamere a circuito chiuso, nemici dichiarati, elicotteri, biglietti nominali, recinzioni e cavalli di frisa. Una serie di atteggiamenti violenti è da anni considerata normale e accettabile. Gli insulti continui tra diverse fazioni o verso gli atleti, lancio di oggetti, petardi e compagnia bella. Talmente normali da accogliere con gaudio e con accenni alla candidatura al nobel per la pace, l'accordo tra due tifoserie di non insultarsi per ben 90 minuti. Ho sentito qualche opinionista strappato a una miniera nel Klondike, armarsi di questi onorevoli gesti per dimostrare la civiltà del mondo del calcio. Se la normalità è la violenza verbale e psicologica, l'arroganza e la brutalità bisogna capire che fare del male o addirittura uccidere è solo un passo più in là. Non si può considerare routine tutto ciò che è meno di un omicidio e poi sostenere che se avviene un omicidio è colpa di una scheggia impazzita che ha sconfinato di qualche metro dalla feroce normalità.
Adesso basta. Ghigno indignato regalato ai telespettatori in crisi d'astinenza da calcio da chi del calcio ha fatto uno spettacolo di burattini fitto di personaggi improbabili aizzati uno contro l'altro. Da chi si insolentiva se gli ospiti caricati a molla finivano per trovarsi d'accordo, rovinando il mediatico panem et circenses.
Usiamo il modello inglese. Suggerito con boriosa esterofilia da chi dimentica che in Inghilterra è pieno di inglesi, elemento che qui deficita. Oltre a non considerare che in terra di Albione mancano gruppi ultrà organizzati e capeggiati da loschi figuri che si sentono dei Che Guevara de noartri e si vantano di poter ricattare le società di calcio e la società civile.
I tifosi servono al calcio. Perché queste cose, in Italia, succedono solo nel calcio? Solo perché è l'evento mediatico più seguito e l'escalation della violenza è andata di pari passo con l'assurdo divenire onnipresente di questo spettacolo sportivo, ma soprattutto non. Tutto questo ha dato sempre più potere alle curve fatte di chi gode a sentire la sera che il suo passaggio è stato foriero di paura e disordine. E l'Italia sopporta l'espressione troglodita dell'affermazione di sé, di persone che vanno allo stadio e a fine partita devono chiedere chi ha vinto.
Il calcio dà da vivere a tutti gli altri sport. Se si calcolano tutti i soldi scivolati in tasche sospette, l'impiego poderoso di forze dell'ordine i danni a cose e persone... ho forti dubbi che la bilancia sia in attivo.
Quello che invece vorrei cominciare a sentire è un po' di onestà intellettuale. Questo calcio è un gran brutto affare, ma un brutto affare di miliardi. Dietro le quinte lavorano poteri occulti, in campo si vede sempre meno sportività e tra gli spalti gente pronta ad uccidere. Non mi interessa se si tratta di veri criminali o ribelli da telefilm, che hanno finito di insultare i propri genitori e cominciano ad insultare la polizia, perché fa molto fico, fa maledetto, con l'eccezione di quando serve mangiare e quando si ha paura. In quei casi la mamma e la polizia non fanno poi così schifo. Quello che qualcuno deve avere il coraggio di dire è che questo calcio costa caro da tutti i punti di vista e risanarlo ora costerà ancora di più. Ma soprattutto che lo sport non c'entra nulla. Lo sport è tutto il resto. È il rugby, che porta negli stadi 60 mila persone, senza un poliziotto, senza dover dire per chi tifi per poterti sedere da qualche parte e goderti uno spettacolo vero. E nel campo non si scambiano certo margheritine di prato. Ma con tutto il sangue e le ossa rotte, la lealtà, la correttezza e il rispetto reciproco sono sempre protagonisti. Non vedrete mai un giocatore di rugby rantolare a terra per un'illusione di contatto. Non li vedrete rantolare a terra nemmeno con una spalla rotta o tre tacchetti in fronte. Mai una protesta con gli arbitri (cosa considerata normale nel calcio) e se proprio si finisce a scambiarsi qualche opinione decisa, a fine partita si appiana tutto con bella birra ignorante. Ma di rugby si parla pochissimo e i repressi trogloditi non troverebbero la realizzazione di sé. E soprattutto non pagherebbero mai per andare a vedere uomini molto più duri di loro, anzi per vedere ciò che loro non sono. Uomini che si confrontano alla pari e non in branco.
E vorrei anche non vedere queste inutili sospensioni dei campionati (anni fa furono sospesi quelli di tutti gli sport!) perché i criminali sono criminali anche fuori da uno stadio. Non credo che in assenza di un match, andrebbero in comunità a svolgere lavori socialmente utili.
Una soluzione ce l'ha suggerita involontariamente Calvino. In un suo racconto una città era popolata da bambini pestiferi e turbolenti. Decisero allora di costruire un grattacielo, arredarlo e metterci dentro tutti gli infanti distruttori, dicendo loro che potevano fare qualsiasi cosa, senza punizioni, ramanzine o chiacchiere varie. I bambini si fiondarono come cavallette e distrussero mobile per mobile, piano per piano. A metà grattacielo erano belli che stufi e non più stimolati alla turbolenza. Alla stessa stregua si potrebbe dire una volta per tutte che lo stadio è un posto pericoloso e che ci si va a proprio rischio e pericolo. Ci sono cose che non si possono fare con tranquillità. Non si può girare per le strade di una grande città con delle banconote da 100 euro in mano, o in minigonna di notte in un parco. È pericoloso c'è poco da fare, perché la gente è una brutta bestia, è inutile indignarsi, sarebbe come indignarsi per dover chiudere la porta con dodici mandate blindate ogni volta che si esce di casa o dover attivare mille antifurti. Allora recintiamo i campi con altissime protezioni e lasciamo liberi i tifosi. Senza settori separati, senza poliziotti, senza controlli e senza racconti postumi di ciò che succede. Prima o poi si stuferanno di prendersi a legnate senza nemmeno sentirlo raccontare alla domenica sportiva. Si stuferanno di non avere delle divise da insultare e se possibile ammazzare, di non avere arredamento urbano da distruggere e barriere da abbattere. Si stuferanno o piano piano si “selezioneranno”. In ogni caso, a rimetterci sarà solo chi ha deciso di fare di 11 uomini in calzoncini una ragione di vita e di morte e non un uomo che avrebbe voluto passare la domenica a fare qualcosa di molto più utile per la società o al limite, godersi la propria famiglia.

Technorati Tags: ,

venerdì 2 febbraio 2007

Rock‘n’roll will never jail


C’è stato un tempo in cui il rock underground sognava il suo futuro in una costellazione di indies, etichette discografiche indipendenti che producevano onorevoli ellepì suonati da band di molto migliorabile notorietà.
In quell’epoca di vinile cellophanata sul finire degli Ottanta, qua e là per l’Italia erano nati locali dove vedevi pettinature che avresti potuto incontrare a Londra, a Glasgow o a Edimburgo, anche se per qualche strana fatalità eri ubicato nella Bassa Emiliana o a San Benedetto del Tronto. Non ho mai capito se tutto ciò fosse bene, anche perché molte indie-band si sono dissolte in vite qualunque o in cucchiaini scaldati con l’accendino, ma resta il fatto che ancora oggi continuo a preferire sfumature e zazzere senza futuro ai panettoni cotonati dei cantanti che s’esibiscono nelle ville sarde: credo che in ciò si estrinsechi la mia esterofilia di barbiere.
Lo zeitgeist, allora, viveva nell’atmosfera dei concerti, un po’ snob, un po’ feroce, un po’ aggregante, coi gruppi che vendevano i propri dischi alla fine della serata. Un clima che poi s’è perso, o perlomeno l’ho perduto io. Non del tutto, però: cercando con attenzione ogni tanto lo ritrovo. Come qualche sera fa al Jailbreak, un localone che sta a Roma sulla via Tiburtina (si pronuncia Tibburtina, con due bbi, altrimenti non starebbe a Roma ma in un luogo abitato da genti meno accanite con le labiali).
Al Jailbreak l’ingresso fa tre euri, un prezzo equo, nel senso che entrare costa meno che rinunciare a scroccare le sigarette. Poi è chiaro che i soliti cinque bloodymary te li finanzi a parte. Oggi i prezzi equi sono snob, dal momento che per entrare in qualsiasi ricettacolo massivo di fighetti normalizzati spendi almeno quindici euri. Quindi il Jailbreak è un locale snob.
Sul palco del JB, l’altra sera, se la pluggavano i Presi per caso, una banda nella quale suonano e cantano persone che per un verso o per l’altro si sono incontrate nel carcere capitolino di Rebibbia: chi censurato, chi incensurato, comunque sia tutti ar gabbio per motivi professionali, veri o presunti, e nell’accezione omnicomprensiva dell’aggettivo. Come sono omnicomprensivi i testi che raccontano di malavita e bellavita con la criminale ironia dolceamara di chi ha vissuto due volte almeno.
I componenti sono cinque, sei, sette, otto… Boh, non si capisce esattamente perché trattasi di banda elastica e durante i concerti ci sono alcuni che restano sempre sul palco e altri che entrano ed escono di scena facendo come cazzo gli pare, manco fosse la casa delle libertà. Senza contare eventuali guest star con precedenti (penali) romanzeschi. Non potete pretendere che uno che va a un concerto rock si ricordi tutto tutto, quindi per ingredienti e dosaggi esatti rimando a http://www.presipercaso.it/
Qui parliamo di effetti collaterali, perché mentre questi ineffabili rockettari per caso suonano e cantano, sanno farti venire in mente un sacco di cose, fra le quali: che la musica è forse la sola forma di democrazia attuabile dopo l’antico modello ateniese; che si può passare dalla blues ballade al riff acido senza andare necessariamente in galera (anche perché magari in galera ci si è già); che non si capisce per quale motivo un individuo come Solange vada sempre in TV mentre i Presi per caso mi sa che è difficile; che, censurati o meno, questi qua fanno rock per bene e per davvero, e in ciò sta la loro gloria; che trascorsi e presenti giudiziari non costituiscono una trovata commerciale, alla faccia di Marilyn Manson che una fedina penale così se la sogna; che la loro presenza scenica è tale da poter indurre cristina da vena a cambiare pusher; che si può passare da uno stato euforico alla disperazione in pochi istanti, dipende dalla canzone; che in tutto questo la cocaina non c’entra, ma può essere un’opportunità; che vedere gli scacchi nel cielo non è la stessa cosa che vederci Lucy coi diamanti, a meno che non si ragioni soltanto sul risvolto artistico; che il concetto di pericolosità sociale è socialmente pericolosissimo.
Mentre i Presi per caso suonano e cantano puoi anche imbambolarti su un giro di basso e su un assolo di chitarra elettrica, guardare attraverso il sudore del pubblico, accorgerti di qualcuno che ha gli occhi lucidi e non l’avresti detto mai. Puoi ridere da solo o distenderti sul pavimento sonico come se avessi per sempre i tuoi lontani sedici anni o ancora sedici anni di condanna da scontare.
L’unica cosa che non puoi è fare finta, perché certe canzoni non fingono metafore. Il mondo è fatto di buoni e cattivi, ma quelli che suonano meglio fanno un mondo a parte.

Technorati Tags: ,

giovedì 1 febbraio 2007

Un quadro (della situazione) a interessi zero


Chissenefrega. Se fossi uno conciso concluderei qui avendo detto ciò che urgeva dire. Certo, da un punto di vista di risvolti psicologici nei rapporti tra giovani donne e ringiovaniti uomini, le scaramucce coniugali tra il cavaliere nero e la principessa del lago, hanno il loro peso sociale... ma a chi voglio darla a bere, faccio fatica a pensare a qualcosa che mi interessi di meno. Mi correggo: provo un poderoso disinteresse per gli opinionisti che hanno valutato le scuse di Berlusconi, non consone all'insolentimento della moglie. Persone che magari sono sposate da vent'anni e ancora intercalano il contraddittorio con le rispettive consorti con frasi tipo “ma che cazzo dici?”, delineando così il loro livello di comprensione. E magari quei tre, quattro minuti ce li sprecano a cercare di assimilare le spiegazioni della consorte, tanto per pareggiare i conti con i tempi del diletto che le concede tra le lenzuola. Però le esigenze di una donna di cui sanno poco più che essere moglie di uno famoso, le capiscono alla grande, manco fossero istruzioni del cellulare. E le capiscono tanto bene da sentirsi in dovere di andare in televisione a farlo capire anche a noi. Non interesserà a nessuno, penso. Penso male, qualche migliaio di persone ha risposto a un sondaggio sulla stabilità matrimoniale dei bisticcianti. Il 71% è convinto che finiranno male, gli altri invece non sono invidiosi.
Cerco a fatica di capire che succede nel mondo, vagando imbarazzato tra parallelismi con i coniugi Clinton, confronti con la moglie di Blair e dualismi con il marito di Maurizio Costanzo. Di politica si parla un po': veterofemministi di sinistra che riabilitano la moglie del demonio e nostalgici fallocrati che rivendicano, se non due sonori ceffoni, almeno un taci donna come si usava una volta. Di chissenefrega bipartisan, nemmeno un governo ombra.
E porca paletta, per colpa di berlusconifull sono finito su Telemarket. Poco ci è mancato che prenotassi un Tano Festa a 160 mila euro, godendo però di un buono acquisto di 80 mila, con cui avrei potuto portarmi a casa anche un Cascella strepitoso e una frantumazione di Arman più unica che rara, facendo così entrare il mio salotto nella storia dell'arte. Il tutto per un irresistibile condizionamento ipnotico, non perché distingua un Raffaello da una crosta di pane e nemmeno perché il televenditore faceva incidentali cenni alle precarie condizioni di salute del pittore, la cui malaugurata dipartita avrebbe avuto strabilianti effetti sul valore del mio salotto. Non ci si può fare niente, si comincia con una panca antigravitazione per far venire gli addominali come quelli di Isacco Newton, si passa ai Miracle Blade che tornano utilissimi nella frequente necessità di incidere una lastra di marmo o fare a fette delle lattine e si finisce col farsi convincere che quel vaso di fiori di De Pisis a 60 mila euro è davvero da sconsiderati lasciarlo lì appeso. Anche se De Pisis secondo me se lo sono inventato. A quel punto vale la pena investire su uno Staccolanana.
E tutto questo perché un maschio italiano si è fatto beccare a fare il provolone dalla moglie? E se scoppia una guerra che succede? Finisce che ordino i 10 cd della canzone italiana, i sacchetti essicavestiti e il ribucciabanane.
Non me la sento di attaccare ancora i giornalisti. E credetemi, non lo faccio per la bizzarra coincidenza che tra qualche giorno mi porterà alla ribalta della cronaca nazionale insieme al mio libro. Assolutamente no, non è per quello (colgo l'occasione di ringraziare l'eccellente giornalista che se n'è occupata e per esprimere il mio disappunto nel non aver visto il suo nome nelle liste dei candidati al Pulitzer). In fondo se il popolo bue è più interessato a capire la psicologia di coppia di due tizi con cui non avrà mai a che fare, piuttosto di capire quella dei propri figli, che devono fare sti giornalisti? Magari mentre scrivono quegli articoli guardano commossi e colpevoli la propria laurea, ma se il quotidiano di quello là sbatte in prima pagina le proposte lussuriose di Berlusconi e vende come un bibitaro nel deserto, non è che possono stare lì a vedere il proprio venduto precipitare perché hanno messo in prima pagina una corbelleria di nessuno interesse come, per esempio, dove fuffolo sono finiti i nostri militari partiti per il Libano.
È una sorta di corsa agli armamenti. A nessuno piace avere arsenali atomici in cantina, ma poi quello lì ha il raggio fotonico, quell'altro c'ha l'alabarda spaziale e allora io che sono il figlio della serva di Goldrake che non mi munisco di magli perforanti?
Così l'unica soluzione è sedersi attorno a un tavolo e debellare tutto, contemporaneamente. Guardandosi in faccia e contando fino a tre e buttare via tutto insieme con la paura che se uno fa il furbo rimane armato fino ai denti di fronte a uno che ha appena gettato tutte le sue difese.
Ci sono i giornali di gossip, sono fatti apposta. Almeno lasciatemi la soddisfazione di vedere l'imbarazzo della gente nel comprare Novella qualchemila, come se stesse acquistando un porno. E più che altro lasciatemi uno spazio dove reperire informazioni leggendo le quali non si rimanga con la domanda “e allora?” nella testa e l'espressione inebetita sulla faccia.
Altrimenti, se devo subire un bombardamento mediatico di aria fritta, se devo sopportare una frantumazione scrotale che potrei esporre tra le opere di Arman, voglio uno spazio pubblico in cui poter affermare il mio dignitoso, ponderato, profondo...CHISSENEFREGA!!!!

Technorati Tags: ,

mercoledì 31 gennaio 2007

Godzilla nella nebbia


A forza di addormentarsi la sera e svegliarsi la mattina, capita che tra l'una e l'altra manovra si avverta una spinta a cambiare. E non mi riferisco ad alcuna attività che preveda l'impugnare un telecomando. Parlo piuttosto di reagire a una vecchiaia che si insinua nelle nostre vite. Non quella facilmente calcolabile conoscendo l'anno di nascita, ma quella che si nutre della nostra staticità. Non conta quanti anni hai, conta da quanto tempo sei fermo. Ultimamente mi sento vecchio e mi sembra che tutto ciò che mi riguarda sia vecchio. Come la mia segretaria, che è talmente vecchia che ha un diploma di pterodattilografa. In realtà non ho una segretaria, però è vecchia.
Per non parlare del mio vecchio cane. L'hanno abbandonato talmente tante volte in autostrada che gli hanno installato un telepass. Ok, non ho nemmeno un cane, ma se ce l'avessi sarebbe vecchio. Ecco magari mi piacerebbe avere una segretaria e un cane, magari che fossero due entità distinte e magari nemmeno vecchi, almeno la segretaria. Così potrei toglierle gli occhiali, sfilarle la matita che le tiene raccolti i capelli e potrei portarla fuori. Certo, andare in giro con una ipovedente spettinata non è il massimo, ma sempre meglio di un vecchio cane, almeno non devo raccogliere le sue feci. Ma per cambiare, per smettere di essere fermi, non basta fare altre cose o installare vista (per quanto la mia segretaria ne avrebbe bisogno). Serve un progetto, un'idea chiara, anche nebbiosa, ma mai confusa. Perché la confusione, parrà sbalorditivo, confonde, invece la nebbia aguzza la vista, come la settimana enigmistica. E se sei fortunato capiti pure in un tratto sperimentale dove ci sono dei pallini bianchi per terra e dei cartelli nascosti dalla nebbia che recitano “se vedi tre pallini vai a 90 all'ora, se ne vedi due vai a 50 se ne vedi uno era meglio che stavi a casa (o forse sei la segretaria di cruman)”. Poi la nebbia si dirada e trovi una grande insegna luminosa e minacciosa: due morti su tre per conteggio pallini.
Avere un progetto è importante, perché il cambiamento, il movimento, non deve essere una fuga dalla situazione in cui siamo, ma una rincorsa verso qualcosa di definito, nei contorni quantomeno.
Non sono una persona frenetica. Sono stato immobile, paziente (casa, malato) e ho atteso il successo. Non è successo. Ho anche atteso sulla sponda del fiume di veder passare il cadavere dei miei nemici. Ma i miei nemici vivono a valle e a meno di non essermi inimicato dei salmoni, sarà dura vederli passare. Questo per dire che ho saputo apprezzare il rimanere, perché senza consapevolezza non si può divenire e nel divenire, di consapevolezza se ne perde un po'. Però il rimanere è malmostoso. Ti porta a dire “ok rimango un altro po'” e quando ti accorgi che sei rimasto troppo hai solo due alternative: strapparti di dosso quella vegetazione che ha preso possesso di te (donandoti peraltro un aspetto rustico niente male) o essere talmente forte da muoverti portandoti dietro tutto ciò che riesce a rimanere attaccato. In realtà esiste una terza ipotesi: rimanere un altro po'.
Ci sono dei segni ben precisi, per accorgersi dell'incanutimento dell'animo. E l'animo canuto non somiglia per niente a George Clooney. Per esempio quando le parole che hai intorno ricordano le risate finte nei telefilm americani. Quelle cose che ti aspetti, che sono familiari, ma se ti fermi a pensarci capisci che era meglio non pensarci. O quando si identifica la sofferenza con il mancato realizzarsi dei propri desideri. Quando ti sembra che nella tua prossimità hai fatto tutto ciò che le tue risorse ti consentivano di fare e non sei ancora abbastanza stanco.
Allo scopo di intenderci meglio, chiarisco che qui non si tratta di cambiare se stessi o migliorare quelle cose di noi che non piacciono a Crepet. Per quello ci sono migliaia di riviste e libri che vi spiegano come diventare personcine a modo in 10 esercizi. Io ci ho provato, ho attaccato dei postit al frigorifero con scritto “sono una bella persona”, ma non ha funzionato. In compenso il mio frigorifero ha l'aria più tronfia del solito. Questi esercizi poi comprendono sempre una serie di gesti benevoli indirizzati agli altri, tipo sorridere a uno sconosciuto. All'inizio funge, poi sorridi a uno che ti guarda e dice “hai un cavolfiore tra i denti” e finisci sotto xanax. Il concetto stesso di benessere legato al rapporto con gli altri è una trappola mortale, perché gli altri sono una brutta bestia e il meccanismo dovrebbe essere invertito, cioè evolvere se stessi fino a rendere il rapporto con gli altri una realtà accettabile, ma anche non necessaria. In fondo per poche persone lo stare bene con gli altri non è perfettamente sovrapponibile con l'essere semplicemente abituati a loro.
Premesso questo, il muoversi di cui parlo potrebbe anche portarci verso lidi invisi al popolo bue. Tipo l'isolamento o la politica. L'importante è avere un confronto sano con la propria evoluzione, il che significa capire i tempi e le opportunità. Il tutto, possibilmente, prima di sterminare la famiglia o finire nel tunnel del bingo. Perché, come si diceva in qualche commento, non puoi salvare il mondo, ma puoi salvare te stesso e se sei bravo bravo, anche un paio di persone intorno a te.
Intanto ho comprato una tintura per l'animo e vado a dormire più tranquillo, con i miei mostri sotto il letto. Tanto non ci si può nascondere godzilla, ho un futon, male che vada ci sarà l'uomo sottiletta.

Technorati Tags: ,

lunedì 29 gennaio 2007

Inchieste shocke


Sono venuto in possesso di un fascicolo che scotta. Un coraggioso giornalista, uno di quelli che rispettano il proprio mestiere, di cui si parla solo componendo un epitaffio di fronte alla sua salma - e si sa, la salma è la virtù dei morti – e che conosce di persona i congiuntivi (ragion per cui in televisione proprio non ce lo vogliono), mi ha fatto avere un plico contenente un dossier da far impallidire Mitrokhin, Pelican e gola profonda (quella di Nixon non quella di Clinton). Allegato alla sbalorditiva documentazione c'era una lettera che riporto integralmente:
“Vecchia spugna (il giornalista è bravo ma un tantino colloquiale, ndr), ho pensato a lungo a chi potesse essere il degno destinatario di questa mia, ma anni di lavoro indefesso, coerente e non assoggettato ai poteri forti, mi hanno lasciato ben pochi amici e tra questi, tu sei l'unico rimasto che possa guardare i fiori dal lato profumato. Non voglio mancarti di rispetto, ma è una consapevolezza di cui risento un po'. Comunque non posso che riporre nelle tue mani il frutto della mia ultima inchiesta da infiltrato. Sarà poi tua discrezione, l'utilizzo che ne farai, solo non rendere pubblica questa lettera (così impara a chiamarmi vecchia spugna tiè, ndr).
Il reportage testimonia, con prove inconfutabili, quello che avviene all'interno di una struttura di servizi pubblici di una grande città italiana. In questi uffici ho incontrato persone umili, efficienti e gentili. Sì, ho detto gentili, credimi Cruman, te lo giuro sul canguro. Ho finto di essere un utente qualsiasi, nipote di nessuno e amico di nessun altro. Ebbene, amico mio, non voglio spingerti a riattaccarti alla bottiglia (insiste eh, ndr), ma sono stato ascoltato e ho le prove che un dipendente, senza annusare alcun tornaconto personale, è andato oltre i suoi doveri per venire incontro alle mie necessità, per il semplice motivo che aveva modo di farlo. Gli uffici erano puliti, nonostante gli inservienti fossero esseri umani (ne ho inciso uno con un taglierino per accertarmene) per il semplice fatto che le persone avevano cura degli ambienti e delle risorse di cui disponevano. E garantisco che nessuna di queste risorse apparteneva loro. Nel dossier c'è tutto, nomi e cognomi, foto, registrazioni e testimonianze firmate. Tieniti forte Cru (cru??? ndr), c'è anche un video ripreso di nascosto nel bar della struttura, in cui si distingue chiaramente l'addetto alle libagioni ringraziarmi solo perché gli avevo pagato il caffè, da me consumato senza l'espressione di chi avverte tutto il tormento interiore dei baristi. Lo so, sono rivelazioni forti e non ti ho detto tutto. Ho visto uomini che di fronte a un problema si sono adoperati per trovare una soluzione dimenticandosi completamente di lamentarsi. Ho visto donne prendersi la colpa di un errore sebbene disponessero di un intero gregge di capri espiatori. E pensare che dopo le navi in fiamme al largo dei bastioni di Orione, pensavo di avere visto tutto. Ora ti lascio, ho la seduta dallo psicanalista da cui sono in cura. Lui pensa che tu non esisti, che sei un frutto della mia immaginazione. L'ho quasi convinto che si sbaglia, ora però ha dei dubbi sul fatto che esista realmente io. Credo che al saldo della fattura avrà le idee più chiare. Ciao ciccio, abbi cura di te e del frutto del mio lavoro, anche se le due cose non hanno molte speranze di coesistere.”
Questa toccante lettera (dopo il finale sono toccante un po' anche io, participio non aggettivo) mi ha messo in una condizione difficile e un giorno deciderò se indicare nel mio testamento biologico il luogo dove ho inumato la documentazione del mio caro amico. Frattanto vedo scorrere a rotazione una serie impressionante di inchieste shock che in qualche modo pongono l'accento sulla grave lacuna della lingua italiana, priva di un corrispettivo di “shock”. Ciò che più gli si avvicina pare essere “sciocco”, ma è probabilmente un caso di sfortuna incidentale. Grazie a queste inchieste sappiamo in che condizioni sono molti ospedali italiani. Sappiamo che nei palazzi di giustizia vige un disordine costituito, che esistono uffici postali con consegne posticce, che nei centri di prima accoglienza vagano anime dannate raramente confortate da arti angelici, e via discorrendo. E spesso, gli organi competenti arrivano ad occuparsene per un mese intero.
Il lavoro di chi ha realizzato questi reportage è senz'altro meritevole e il quarto d'ora di celebrità conseguente ne è la prova. Ma a questa stregua io, povero bloggatore dalle emozioni distorte, potrei farne mille senza spostarmi dai confini del mio paesello e senza bisogno di infiltrarmi. Potrei affastellare dossier sulle mie esperienze (che sono esperienze di molti) con i vigili urbani, il catasto, il commerciante sotto casa e persino con le organizzazioni umanitarie. Le inchieste shock purtroppo non shockano nessuno. Perché in un ospedale almeno una volta ci siamo stati tutti, così come in un ufficio postale. Chi non ci si è trovato e ha a cuore lo stato di salute della propria società, ne è informato, a tutti gli altri non interessa comunque e sono più shockati dal fatto che Lapo preferisca l'anziana ambiguità a Martina Stella. Tutte queste inchieste che sono di moda, ma nuove non sono, hanno in comune la conclusione secondo la quale sussisterebbe una carenza di controllo e/o un'insufficienza delle risorse. La questione controllo è capziosa, qualsiasi cosa significhi. Perché il controllo deve riguardare l'ottimizzazione della gestione del lavoro, non la negligenza o, peggio ancora, la criminalità. Perché altrimenti non è più un problema di controllo ma di cultura sociale. E questa è la vera notizia shock: siamo generalmente incivili. Nei comportamenti di ogni giorno, ci sentiamo giustificati nel trasgredire o nell'agire egoisticamente, dalla concezione che il costume è comune o dal fatto che conosciamo uno che fa cose ben peggiori.
La questione risorse è verosimile (anche se spesso le risorse mancano perché qualcuno se l'è fregate), ma a quanto pare queste risorse non sono mai insufficienti per mettere in piedi sistemi paralleli di clientelismo e accaparramento di tornaconti personali o per l'affermazione di sé e delle proprie repressioni da collezione. Sarebbe anche da dire che esistono civiltà che se la cavano con risorse più esigue, civiltà che, ahimè, sono evidentemente più evolute.
Se ci si orienta solo verso l'inasprimento dei controlli e delle sanzioni, ci gusteremo inchieste sempre più eclatanti e sempre meno shockanti. Prima di tutto occorre dirsi intorno che non siamo tutti bravi e belli solo perché abbiamo millenni di storia, anzi. Poi i problemi vanno affrontati alla base, quindi indirizzare gli sforzi verso un'educazione della cultura civile, prima personale, poi di prossimità e infine sociale.
Aumentando i controlli si arriva a un ordine poliziesco, sistema sperimentato spesso e volentieri e fallito altrettanto spesso e poco volentieri. Gli ultimi tentativi a livello culturale si perdono nelle lezioni di storia di quadrimestri dimenticati. E così sentiamo chiunque sia munito di facoltà espressive indignarsi, per esempio, per l'esoso tributo di vite umane che la strada esige. Per questo motivo, ormai, se prendi una multa devi venderti la macchina, ma non ho MAI visto in televisione in una fascia ad alto audience, spiegare a reti unificate come si guida in autostrada (e molte persone ritengono non sia necessario saperlo, essendo munite di patente) e soprattutto rendere di dominio pubblico che chi viaggia in mezzo alla strada o chi ha bisogno che dove finiscono le sue dita debba in qualche modo cominciare una leva lampeggiante, ha seri problemi erettili. Eppure decine di migliaia di morti l'anno dovrebbero essere un buon motivo, credo almeno migliore di quelli che fanno mettere in onda Buona Domenica In.
Se poi dovesse fallire anche questo, allora ammetterò il mio errore di valutazione, ma la mancanza di altre speranze, a quel punto, dovrà renderci consapevoli che la civiltà non è cosa per noi e che vale la pena muoversi in branchi e costruire palafitte.

Technorati Tags: ,